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L'ALTRARESISTENZA AL NAZIFASCISMO/12

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L'ALTRA RESISTENZA
1)CARLO BUSCAGLIA
2) Arrigo Boldrini " Bulow"
3)Nicola Bellomo
4)il giudizio sui caduti della RSI e 'aeronautica repubblichina
5)  Brindisi 8 settembre 43: la Fenice e l'ultima missione
6) 8 settembre 43 inizia la guerra di liberazione
7) 12 settembre 43 Barletta con Il colonnello Grasso resiste ai tedeschi
8) la resistenza della div. Acqui a Cefalonia, settembre 1943
                         9) 7 ottobre 1943 la deportazione dei carabinieri romani in Germania
 10) Aprile 45:l'ultimo caduto della Aeronautica Italiana
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RESISTENZA...ma non solo ....L'ALTRA RESISTENZA: I MILITARI ITALIANI CONTRO IL NAZIFASCISMO.PER NON DIMENTICARE CEFALONIA



 I soldati italiani che decisero di combattere al fianco dei partigiani slavi:l'esperienza della Garibaldi raccontata dal presidente dell'associazioni garibaldine

PREMESSA:trattasi di relazione  di  Carlo Bortoletto  alla  manifestazione antifascista 
sulle foibe di Parma 10/2/2009

INTRODUZIONE
A nome dell´A.N.V.R.G., Associazione Nazionale Veterani e Reduci 
Garibaldini, che ho l´onore di presiedere, un cordiale e sentito 
saluto a tutti voi presenti a questo convegno.
Ringrazio il Comitato Antifascista per il gradito invito che ho 
accettato molto volentieri, anche perché quando si tratta di 
antifascismo mi trovo in casa mia.
Vi chiederete forse come mai sono diventato antifascista a quasi 9 
anni di età? Vi dirò che, nel lontano 1929, quando mio padre era uno 
dei massimi dirigenti del Partito Socialista nel VCO- Verbano, Cusio, 
Ossola, certamente in seguito ad una delazione ci fu una perquisizione 
in casa nostra dove trovarono del materiale, giornali, riviste, 
tessere, locandine ed altro che requisirono. Mio padre, tornando dal 
lavoro, corse in caserma - allora c´erano le guardie regie - e cosa 
successe è facile immaginarlo.
Fu arrestato e portato alle carceri di Pallanza (Verbania).
Per interessamento di personalità locali venne rilasciato dopo una 
settimana in condizioni pietose. Era stato picchiato e torturato ma 
lui non aveva aperto bocca. Le sue condizioni peggiorarono giorno per 
giorno e il 25 aprile 1929 morì: aveva 39 anni.
Scusate questo sfogo personale ma la figura e la memoria di mio padre 
mi hanno accompagnato, ed ancora oggi mi accompagnano, nella mia vita.
Prima di entrare nel vivo della mia testimonianza vi invito ad 
osservare con me un momento di silenzio in ricordo di tutti gli 
antifascisti di allora e dei caduti e scomparsi in questo lungo 
periodo trascorso.

PERCHE' DIVISIONE GARIBALDI
L´associazione che io rappresento per vostra conoscenza è stata 
fondata da Giuseppe Garibaldi nel 1871 come società di Mutuo Soccorso 
fra garibaldini, ed i suoi aderenti confluirono, nel 1898, nella 
Società Reduci dalle Patrie Battaglie, e in tale società rimasero 
iscritti sino al 1924, epoca in cui, per volere di Ezio Garibaldi, 
nipote dell´eroe, si addivenne alla costituzione della Federazione 
Italiana Volontari Garibaldini, trasformatasi nel 1936 in Legione 
Garibaldina.
Caduto il Fascismo, nel 1943 alcuni volenterosi presero l´iniziativa 
di ricostituire il vecchio sodalizio dando vita, il 15 luglio 1944, 
alla ANVRG che nel 1946 accolse nelle sue fila noi reduci della 
Divisione Italiana Partigiana Garibaldi, ritenuti degni di continuarne 
gli ideali.
Anche se il nome di Garibaldi fu suggerito dal Comando Jugoslavo ciò 
torna a suo onore e a nostro orgoglio perché rappresenta il 
riconoscimento di un simbolo che non era solo italiano ma europeo e 
mondiale, e vorrei ancora evidenziare che la Divisione Garibaldi 
rimase sempre unita all´esercito italiano alle dipendenze tattiche ed 
operative dell´Esercito Popolare Liberatore Jugoslavo.
Appena fu possibile, furono ripresi e mantenuti i collegamenti con il 
Comando Supremo Italiano del sud perché gli uomini, volontariamente, 
così decisero con le loro stellette, con i loro gradi e con i 
copricapi dell´arma di loro competenza.
Questa fu e resta una peculiarità che noi reduci vantiamo e che 
dovrebbe essere tenuta ufficialmente in maggiore considerazione. 
Teatro principale delle nostre gesta fu la regione denominata 
Montenegro, una regione estremamente affascinante per le sue bellezze 
naturali ma terra quanto mai inospitale perché impervia, con scarse 
vie di comunicazione, articolata in una serie di massicci alpini di 
media e grande altezza ma aridi, mancanti di vegetazione, di natura 
carsica, selvaggia e priva di risorse. Nell´entroterra, modeste 
ricchezze naturali soprattutto agricole, ricca di contrasti per 
l´alternanza di territori relativamente fertili con zone dove l´acqua 
non esisteva se non per le precipitazioni atmosferiche. La vicenda 
della Jugoslavia ci fa spesso discutere perché i pareri si dividono ed 
emergono disparità di valutazione anche per i problemi, se così si 
possono chiamare, che toccano da vicino noi combattenti che abbiamo 
trascorso anni in quelle terre maturando poi la scelta partigiana.
La stampa italiana ha scritto che era ovvio finisse in questo modo 
trattandosi di popoli costretti a vivere insieme da una unificazione 
imposta dall´esterno e mantenuta grazie a regimi illiberali. Questo 
forse può essere vero solo in minima parte, perché tra serbi e croati 
c´è un certo comune sentire testimoniato dall´unità della lingua, il 
serbo-croato, che si parla allo stesso modo pur scrivendosi con due 
alfabeti diversi, il latino per i croati ed il cirillico per i serbi, 
ed è proprio la costruzione di una lingua comune che dimostra come vi 
sia stato nei tempi un ricongiungimento reciproco ed uno sforzo di 
assimilazione; infatti Jugoslavia significa esattamente "Terra degli 
slavi del sud", il che indica la presenza di più popoli.
Tra serbi e croati resta invece diversa la scelta religiosa: ortodossa 
per i primi, cattolica per i secondi, ma sempre all´interno della 
comune fede cristiana.
Ecco come dopo la morte di Tito è venuto meno l´unico elemento 
unitario dell´intero paese.
A qualcuno può aver dato fastidio la nostra alleanza di allora con i 
"comunisti" ma, considerando i fatti, la scelta fu giusta perché le 
forze partigiane erano le più affidabili e combattevano i 
nazifascisti, cosa che non facevano i cetnici e gli ustascia che erano 
le altre formazioni.
Gli ustascia, per chiarire, erano da sempre stati alleati dei tedeschi 
ed il loro capo era il famoso Ante Pavelich, fondatore dello stato 
indipendente di Croazia nel 1941.
A dimostrazione del fanatismo di quella gente voglio leggervi una 
invocazione blasfema pubblicata il 27 aprile 1941 dal giornale 
«Nedelia», diceva: «Dio che regge i destini della nazione governa i 
cuori dei re, ci ha dato Ante Pavelich ed ha spinto Adolfo Hitler capo 
di un popolo amico ed alleato ad impiegare le sue truppe per 
distruggere i nostri oppressori serbi e consentire di fondare uno 
stato indipendente di Croazia. Sia gloria a Dio! Vada la nostra 
gratitudine ad Adolfo Hitler e la nostra incondizionata lealtà ad Ante 
Pavelich nostro condottiero». No comment.
I cetnici, da Ceta, compagnia militare - cetnico significa 
guerrigliero, ribelle, un termine con radici lontane che si richiama 
alle lotte di liberazione sostenute dai serbi contro i turchi - un 
movimento facente capo a Mihailovich di ispirazione monarchica e filo 
inglese.
A sentire il governo jugoslavo in esilio il movimento cetnico sembrava 
dovesse rappresentare tutta la resistenza nel paese occupato.
La realtà era ben diversa perché i successi militari conseguiti dai 
partigiani jugoslavi misero subito in risalto l´opera del vero 
movimento di liberazione sostenuto dal consenso popolare e guidato da 
Tito. D´altra parte la conoscenza reale della situazione era così 
scarsa da far pensare che i due movimenti potessero gradualmente 
giungere ad una fusione, cosa che non avvenne mai.
Screditato agli occhi del popolo jugoslavo dalla sua politica sempre 
più equivoca, il movimento cominciò ad incontrare diffidenza anche 
presso gli alleati.
Verso la fine del 1941 l´Unione Sovietica chiese ufficialmente al 
governo britannico di cessare i rifornimenti, per cui i cetnici furono 
abbandonati al loro destino. Giurarono, e lo fecero, di lasciarsi 
crescere la barba - simbolo degli eroi - fino al ritorno della 
monarchia, che però non ritornò.
Di Mihailovich si sa che fu catturato nel marzo 1946, fu processato 
come criminale di guerra e fucilato il 17 luglio, aveva 53 anni.
Un altro fatto per il quale fummo spesso ignorati è quello della 
camicia rossa che fa parte della divisa garibaldina in dotazione ai 
soci effettivi della nostra associazione, che ovviamente non ha 
riferimenti politici, camicia rossa che portiamo nelle manifestazioni 
con fazzoletto bianco al collo, la fascia azzurra alla cintura ed il 
copricapo di appartenenza al corpo, nel mio caso il cappello alpino.
Si narra che Garibaldi, nel suo peregrinare, capitò un giorno in un 
paese dove c´erano alcune case abbandonate che perlustrò.
In una di quelle stanze trovò numerose pezze di tela di colore rosso 
abbandonate dai beccai, i macellai di allora. Requisì tutto il 
materiale e con quello fece confezionare delle camicie per i suoi 
garibaldini, da qui l´origine della camicia rossa.
E dopo queste doverose premesse entro nel merito del mio intervento 
pregandovi di seguirmi a ritroso nel tempo per meglio aprire la 
dinamica della nostra epopea garibaldina perché su questa sarà 
accentrata la mia testimonianza.
Eravamo stati inviati a presidiare come dicevano in seguito alle lotte 
sanguinose che si erano scatenate nel territorio fin dal 1941, e già 
allora nacque il movimento partigiano di Tito.
Molti si chiederanno il come ed il perché. Ecco la risposta.
Nel marzo 1941 a Vienna i dirigenti jugoslavi di allora sottoscrissero 
un patto tripartito legando così il destino del loro popolo a quello 
della Germania e dell´Italia. La notizia del grave passo fece 
esplodere l´indignazione popolare; operai, contadini, soldati ed 
intellettuali organizzarono pubbliche assemblee, comizi e 
manifestazioni di piazza con le quali si chiedeva l´uscita dal 
tripartito. Fu così che il 27 marzo 1941 un gruppo di ufficiali 
rovesciò il governo, sciolse il consiglio, cacciò il reggente Paolo e 
mise sul trono Pietro II° dichiarandolo maggiorenne a diciott´anni e 
chiese la neutralità della Jugoslavia.
Inferocito da quella che considerava insubordinazione, Hitler rinviò 
di 5 settimane l´aggressione alla Russia e senza dichiarazione di 
guerra invase la Jugoslavia ordinando a Mussolini, alla Bulgaria e 
alla Ungheria di fare altrettanto, partendo dalle rispettive 
frontiere. Attaccata da tutte le parti, selvaggiamente bombardata 
dall´aviazione tedesca, la Jugoslavia potè resistere soli pochi 
giorni. Il re ed il governo fuggirono all´estero. Il 18 aprile 1941 
l´esercito capitolò e gli invasori cominciarono tranquillamente a 
spartirsi i territori. Fu creato uno stato indipendente croato 
capeggiato da Ante Pavelich. La parte meridionale della Slovenia, la 
Dalmazia ed altre regioni costiere vennero occupate dalle truppe 
italiane che cercarono di appacificare con la repressione le 
popolazioni della costa adriatica.
L´unica forza politica capace di assumere l´iniziativa fu il partito 
socialcomunista jugoslavo che subito emerse nominando Tito 
responsabile del Comitato Militare Nazionale, che immediatamente 
stipulò un accordo di collaborazione con l´ala democratica del partito 
dei contadini serbi formando il Fronte di Liberazione Popolare della 
Jugoslavia.
Il 7 luglio 1941 si ebbero in Serbia i primi scontri tra reparti 
tedeschi e forze partigiane.
Il Movimento Partigiano attrasse a sé un gran numero di donne che 
impugnarono con orgoglio quelle armi prima riservate solo agli uomini.
Armate di mitra e di moschetto, addette alle infermerie o ai 
quadrupedi diedero innumerevoli prove di tenacia, di maturità e di 
valore talvolta superando gli uomini.
La lotta armata contro le truppe di occupazione ed i collaborazionisti 
si coniugò alla lotta politica contro forze conservatrici e 
monarchiche che continuavano a svolgere nel paese un ruolo negativo 
mantenendosi su posizioni di attendismo ed ostacolando lo sviluppo 
dell´azione anche quando tutte le energie popolari erano impegnate.
Nostro territorio di operazione, come già dissi, fu principalmente il 
Montenegro e la storia incomincia nel 1942, quando laggiù fui 
dislocato con il Battaglione Intra del IV° Reggimento Alpini Divisione 
Taurinense.
Ci eravamo insediati in quell´ambiente tentando di capire la 
mentalità, gli umori, gli usi ed i costumi di quel popolo.
Nei nostri confronti la gente dimostrava rispetto e tolleranza in 
quanto capiva che eravamo militari e come tali subordinati agli ordini 
superiori.
Ci chiamavano i soldati della Regina Elena.
Purtroppo non tutti la pensavano allo stesso modo e gli scontri si 
verificavano fino ad assumere, talvolta caratteri di violenza con 
episodi indescrivibili da una parte e dall´altra, soprattutto vendette 
affettive, personali, che inasprivano sempre più gli animi oltre il 
limite della possibilità.
Morti, feriti, prigionieri, fucilazioni in un marasma di ordini e 
contrordini, di decisioni e ritrattazioni, con continui spostamenti e 
rastrellamenti che fiaccavano gli uomini fisicamente e moralmente.
Bisognerebbe condurre uno studio meticoloso e completo per capire il 
senso delle lotte interne, politiche, religiose e sociali (come sta 
avvenendo ancora oggi) che avevano luogo già a quel tempo.
Non esisteva un vero fronte e conseguentemente dovevamo correre a 
destra e a sinistra per sedare scontri che spesse volte nulla avevano 
di umano per la ferocia con la quale erano condotti.
I partigiani attaccavano le nostre autocolonne per rifornirsi di armi 
e di cibo, attaccavano addirittura nostri presidi ed i combattimenti 
si facevano sempre più frequenti con morti e feriti che aumentavano di 
giorno in giorno.
La tirannia del tempo e la dinamica stessa di quanto vorrei raccontare 
mi impediscono una dettagliata illustrazione, comunque ho dovuto fare 
queste premesse perché possiate seguirmi in quelli che saranno gli 
avvenimenti di poi. Tralascio anche fatti e prodezze per non far torto 
a vivi e morti pur considerandone l´importanza.
In parecchie occasioni era apparso evidente, come avevamo potuto 
constatare nelle truppe, specie alpine, che una componente del 
sentimento era chiaramente l´antifascismo, e la dimostrazione 
inequivocabile apparve quando via radio giunse la notizia del colpo di 
stato con la caduta del governo fascista di Mussolini.
Le dimostrazioni che ne seguirono furono le più realistiche a 
testimoniare che non esistevano rimpianti!
Nessuno certamente pensava al secondo evento che ci attendeva pur se 
le considerazioni erano indirizzate al futuro.
Le domande erano queste: "Come reagiranno i nostri alleati? Che 
posizioni avrebbero assunto? Saremmo rientrati in Italia? Avremmo 
concordato nuove alleanze?" La risposta a queste domande arrivò la 
sera del 8 settembre quando fummo informati che l´Italia aveva chiesto 
l´armistizio.
La prima reazione fu il caso.
Spari a destra e a sinistra, assembramenti ed indisciplinate reazioni, 
sbandamenti e incoerenti manifestazioni che per fortuna durarono poco.
E quando si riuscì a riprendere in mano la situazione e a calmare i 
bollenti spiriti riunimmo gli uomini per dir loro con chiarezza che il 
momento era quanto mai critico, e che sarebbe stato necessario tenere 
gli occhi ben aperti, in attesa di disposizioni atte a maggiormente 
chiarire la situazione. All´alba del giorno dopo, 9 settembre, sulla 
città di Niksic, dove eravamo accampati, sede del comando della nostra 
Divisione Taurinense agli ordini del Gen. Lorenzo Vivalda, aerei 
tedeschi effettuarono un lancio di manifestini indirizzati al popolo 
montenegrino con i quali evidenziavano il tradimento del Governo 
Badoglio e la stima per la popolazione invitandola ad unirsi alle 
forze germaniche per combattere il bolscevismo ed i venduti 
capitalisti d´America e Inghilterra.
Il finale diceva testualmente: «Viva il Montenegro libero, a morte i 
traditori italiani».
La risposta della popolazione fu quale si prevedeva. Vennero 
accentuate le manifestazioni di cordialità e simpatia nei nostri 
confronti specie quando si seppe, alle ore 8,15 del mattino, che la 
sesta batteria dell´Artiglieria Alpina del Gruppo Aosta aveva aperto 
il fuoco con i suoi 5 cannoni su una colona motorizzata tedesca, 
indirizzata verso Niksic, costringendola a fermarsi e a trattare, 
tutto questo senza attendere ordine alcuno.
E questo atto mi pare suoni a conferma di quanto ho voluto anticipare 
in merito allo spirito delle truppe alpine.
Tentennarono i comandi superiori e divamparono le polemiche sui 
differenti punti di vista e sulle diverse valutazioni della 
situazione, ma va ricordato che subito emerse in conseguenza lo stato 
d´animo e la fermezza dei soldati che furono unanimi nella volontà di 
non cedere le armi ad alcuno.
Continuando nella mia testimonianza voglio ricordare l´illusoria 
speranza di un pronto intervento delle forze alleate nei Balcani che 
tenne  impaniate le decisioni, per cui le truppe tedesche ebbero la 
possibilità di occupare i punti chiave dell´unica breve via per 
rientrare, la via del mare.
E sarebbe il caso di parlare anche del sig. Vittorio Emanuele III°, 
nonchè di un certo maresciallo Badoglio, ma già l´ho fatto al famoso 
Convegno di Palazzo Ottolenghi in Asti e non voglio ripetermi.
Furono fatti dei tentativi per raggiungere la zona di Cattaro ma non 
fu possibile per l´intervento dell´aviazione tedesca e l´arrivo di 
rinforzi con artiglieria e mortai.
Nella notte tra il 18/19 settembre ripiegammo verso l´interno, 
rinunciando alla via del mare e constatammo che a noi si erano 
aggregati: bersaglieri, carabinieri, marinai, autieri, genieri, e 
finanzieri di stanza nella zona di Niksic, volontariamente decisi a 
seguirci in quella che sarebbe stata la lotta partigiana.
Nel frattempo un´altra unità, la Divisione Fanteria Venezia, al 
comando del Gen. Gianbattista Oxilia, stava dibattendo l´intricata 
matassa nella zona di Berane, a contatto con i Cetnici nazionalisti, 
che chiedevano collaborazione nel tentativo di schiacciare il 
movimento partigiano di Tito, e questa tergiversazione assicurò, in 
quel frangente, l´integrità e la compattezza dei reparti indipendenti.
Nei giorni seguenti scoccò la scintilla di una possibile intesa con le 
forze partigiane che si concluse con un accordo, franco chiaro e 
leale, nel giro di poco tempo.
Il 2 dicembre 1943 con la fusione delle due Divisioni Taurinense e 
Venezia, si costituì la Divisione Italiana Partigiana Garibaldi, forte 
di circa 20000 uomini, alle dipendenze operative dell´Esercito 
Popolare di Liberazione Jugoslavo ed al comando del gen. Gb. Oxilia.
Il rapporto fra quadri e militari come ho già accennato, ma voglio 
ribadire perché su questo argomento furono fatte e scritte 
affermazioni errate, rimase del tutto inalterato e la disciplina non 
ebbe mutamenti di sorta.
Ambientarsi nella nuova tattica e nella diversa strategia della 
guerriglia non fu cosa facile.
Eravamo cresciuti alla scuola militare nostra che considerava la 
ritirata un disonore ed invece dovemmo imparare a nostre spese un 
nuovo sistema di combattere fatto di attacchi improvvisi e veloci, 
operazioni di sganciamento che richiedevano: prontezza di riflessi, 
temperamento, sangue freddo e gambe buone.
Col tempo stabilimmo con i compagni jugoslavi dei vincoli quasi 
fraterni consacrati dal sangue versato in comune combattendo una lotta 
aspra e durissima. Affrontammo il tremendo inverno senza soste, 
laceri, scalzi, privi di indumenti adeguati, di conforto morale e 
materiale, in lotta continua non solo con il nemico ma anche con le 
insidie della natura ed il pericolo delle epidemie, sfidando la 
potenza bellica nazi-fascista. E voglio sottolineare questo stato di 
cose riportando un brano che ho stralciato da un libro di Stefano 
Gestro, uff. garibaldino della Div. Venezia, intitolato «L´armata 
stracciona».
Scrive l´autore: «Ad un certo punto un alpino si rivolge al suo 
comandante raccomandandosi in modo particolare perché gli fosse 
trovato un paio di scarpe sapendo degli avvenuti aereolanci. Aveva i 
piedi avvolti in una pelle di pecora e, per dimostrare quanto la cosa 
fosse per lui necessaria ed indispensabile, premette un piede sul 
suolo innevato; tutta la neve attorno si colorò di rosso del sangue 
che usciva dal piede piagato». Penso sia inopportuno fare dei commenti.
Un´altra circostanza penso meriti di essere segnalata: dopo furiosi 
combattimenti avvenuti in una zona, reparti nostri ritornati sul posto 
potevano constatare, nella pietosa incombenza di riesumare delle 
salme, che più di 50 morti risultavano colpiti alla nuca, mai noi mai, 
e dico mai, nel periodo della guerra partigiana passammo per le armi 
feriti tedeschi.
Il nuovo organico della Divisione formatosi in Brigate creò file di 
uomini esuberanti, che furono assegnati ai battaglioni lavoratori, 
alle dipendenze di un comando retrovie la cui denominazione non era 
certo pertinente data la natura e la caratteristica della guerra 
partigiana che non conosceva retrovie.
Verso la fine del gennaio 1944, la I^ e III^ Brigata nostra furono 
destinate a compiere una speciale missione in Bosnia. La III^ Brigata 
comandata dal Maggiore degli Alpini, Spirito Reineri, per i continui 
attacchi di tedeschi, Cetnici ed Ustascia, e falcidiata dal tifo 
esantematico, perdette 600 uomini e si sacrificò poi interamente in un 
ultimo combattimento. Di essa rimasero soltanto 60 superstiti che 
poterono unirsi ad un reparto jugoslavo.
Anche la II^ Brigata affrontò dure vicissitudini ma potè reputarsi più 
fortunata in quanto 240 dei suoi combattenti su 600 rientrarono alla 
base.
Col tempo affrontammo anche problemi di carattere politico con 
l´inserimento di commissari a fianco di comandanti di reparto, i corsi 
antifascisti e le scuole di educazione politica, alle quali 
parteciparono nostri graduati e sottufficiali scelti nelle varie 
brigate.
Resistemmo 18 lunghi mesi ad ogni sorta di fatica e sacrifici pagando 
un pesante scotto di morti, feriti, dispersi e prigionieri.
Di 20000 uomini, 400 circa furono i morti accertati, più di 7000 i 
dispersi, 2500 i rimpatriati per ferite e malattie, moltissimi, circa 
4500, i rientrati dai campi di concentramento, ed in 3800 tornammo in 
patria via mare nel marzo del 1945.
Chi non ha vissuto quegli avvenimenti non potrà mai rendersi conto di 
ciò che è avvenuto, in quanto tutto può sembrare inverosimile ed al di 
sopra di ogni umana possibilità, purtroppo si tratta invece di una 
cruda, eroica e sovrumana realtà volontariamente scelta ed 
intensamente sofferta.
So di essermi dilungato; mi sono lasciato trasportare dall´onda dei 
ricordi e vi chiedo scusa ma ho dovuto farlo perché le gloriose gesta 
della Div. Ital. Part. Garibaldi devono essere conosciute, divulgate 
ed inserite nella storia, la storia che hanno scritto col sangue i 
nostri 9000 caduti.
Una parte, una buona parte delle nuove generazioni non riesce a 
rendersi pienamente conto dei valori ideali della Resistenza perché 
ignora il passato dittatoriale fascista ed il prezzo pagato dalle 
generazioni di allora e dalle nostre per la conquista della libertà. 
Per questo è più che mai necessario insistere per rendere operante e 
fattivo l´obbligo di insegnare, in tutte le scuole, di ogni ordine e 
grado, la storia del Secondo Risorgimento.
Di fronte alla realtà di un´Europa unita è tempo di dare uno sbocco 
concreto e pratico ad un futuro sul quale è doveroso concentrare tutta 
la forza e l´influenza necessaria per la continuazione dei nostri 
ideali.
Comunque per concludere è a voi giovani che mi rivolgo per dirvi che 
furono gli uomini della Resistenza con le stellette o senza, 
all´estero o in patria a presentare al mondo l´Italia che risorgeva 
dalle macerie del fascismo. Non dimenticatelo mai e non dimenticate 
che i valori della Resistenza, specie con i tempi che corrono, possono 
ancora far ritrovare una unità d´azione, al servizio della 
collettività. Questo lo scopo per cui noi vogliamo sopravvivere. E con 
questa speranza mi congedo ringraziandovi per avermi ascoltato.

   Carlo
  Bortoletto




   

 

 

 

 

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