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RESISTENZA...ma
non solo ....L'ALTRA RESISTENZA: I MILITARI ITALIANI CONTRO IL
NAZIFASCISMO.PER NON DIMENTICARE CEFALONIA
I soldati italiani che decisero
di combattere al fianco dei partigiani slavi:l'esperienza della
Garibaldi raccontata dal presidente dell'associazioni garibaldine
PREMESSA:trattasi
di relazione di Carlo Bortoletto alla
manifestazione antifascista
sulle foibe di Parma 10/2/2009
INTRODUZIONE
A nome dell´A.N.V.R.G., Associazione Nazionale Veterani e Reduci
Garibaldini, che ho l´onore di presiedere, un cordiale e sentito
saluto a tutti voi presenti a questo convegno.
Ringrazio il Comitato Antifascista per il gradito invito che ho
accettato molto volentieri, anche perché quando si tratta di
antifascismo mi trovo in casa mia.
Vi chiederete forse come mai sono diventato antifascista a quasi 9
anni di età? Vi dirò che, nel lontano 1929, quando mio padre era uno
dei massimi dirigenti del Partito Socialista nel VCO- Verbano, Cusio,
Ossola, certamente in seguito ad una delazione ci fu una perquisizione
in casa nostra dove trovarono del materiale, giornali, riviste,
tessere, locandine ed altro che requisirono. Mio padre, tornando dal
lavoro, corse in caserma - allora c´erano le guardie regie - e cosa
successe è facile immaginarlo.
Fu arrestato e portato alle carceri di Pallanza (Verbania).
Per interessamento di personalità locali venne rilasciato dopo una
settimana in condizioni pietose. Era stato picchiato e torturato ma
lui non aveva aperto bocca. Le sue condizioni peggiorarono giorno per
giorno e il 25 aprile 1929 morì: aveva 39 anni.
Scusate questo sfogo personale ma la figura e la memoria di mio padre
mi hanno accompagnato, ed ancora oggi mi accompagnano, nella mia vita.
Prima di entrare nel vivo della mia testimonianza vi invito ad
osservare con me un momento di silenzio in ricordo di tutti gli
antifascisti di allora e dei caduti e scomparsi in questo lungo
periodo trascorso. PERCHE' DIVISIONE GARIBALDI
L´associazione che io rappresento per vostra conoscenza è stata
fondata da Giuseppe Garibaldi nel 1871 come società di Mutuo Soccorso
fra garibaldini, ed i suoi aderenti confluirono, nel 1898, nella
Società Reduci dalle Patrie Battaglie, e in tale società rimasero
iscritti sino al 1924, epoca in cui, per volere di Ezio Garibaldi,
nipote dell´eroe, si addivenne alla costituzione della Federazione
Italiana Volontari Garibaldini, trasformatasi nel 1936 in Legione
Garibaldina.
Caduto il Fascismo, nel 1943 alcuni volenterosi presero l´iniziativa
di ricostituire il vecchio sodalizio dando vita, il 15 luglio 1944,
alla ANVRG che nel 1946 accolse nelle sue fila noi reduci della
Divisione Italiana Partigiana Garibaldi, ritenuti degni di continuarne
gli ideali.
Anche se il nome di Garibaldi fu suggerito dal Comando Jugoslavo ciò
torna a suo onore e a nostro orgoglio perché rappresenta il
riconoscimento di un simbolo che non era solo italiano ma europeo e
mondiale, e vorrei ancora evidenziare che la Divisione Garibaldi
rimase sempre unita all´esercito italiano alle dipendenze tattiche ed
operative dell´Esercito Popolare Liberatore Jugoslavo.
Appena fu possibile, furono ripresi e mantenuti i collegamenti con il
Comando Supremo Italiano del sud perché gli uomini, volontariamente,
così decisero con le loro stellette, con i loro gradi e con i
copricapi dell´arma di loro competenza.
Questa fu e resta una peculiarità che noi reduci vantiamo e che
dovrebbe essere tenuta ufficialmente in maggiore considerazione.
Teatro principale delle nostre gesta fu la regione denominata
Montenegro, una regione estremamente affascinante per le sue bellezze
naturali ma terra quanto mai inospitale perché impervia, con scarse
vie di comunicazione, articolata in una serie di massicci alpini di
media e grande altezza ma aridi, mancanti di vegetazione, di natura
carsica, selvaggia e priva di risorse. Nell´entroterra, modeste
ricchezze naturali soprattutto agricole, ricca di contrasti per
l´alternanza di territori relativamente fertili con zone dove l´acqua
non esisteva se non per le precipitazioni atmosferiche. La vicenda
della Jugoslavia ci fa spesso discutere perché i pareri si dividono
ed
emergono disparità di valutazione anche per i problemi, se così si
possono chiamare, che toccano da vicino noi combattenti che abbiamo
trascorso anni in quelle terre maturando poi la scelta partigiana.
La stampa italiana ha scritto che era ovvio finisse in questo modo
trattandosi di popoli costretti a vivere insieme da una unificazione
imposta dall´esterno e mantenuta grazie a regimi illiberali. Questo
forse può essere vero solo in minima parte, perché tra serbi e
croati
c´è un certo comune sentire testimoniato dall´unità della lingua,
il
serbo-croato, che si parla allo stesso modo pur scrivendosi con due
alfabeti diversi, il latino per i croati ed il cirillico per i serbi,
ed è proprio la costruzione di una lingua comune che dimostra come vi
sia stato nei tempi un ricongiungimento reciproco ed uno sforzo di
assimilazione; infatti Jugoslavia significa esattamente "Terra
degli
slavi del sud", il che indica la presenza di più popoli.
Tra serbi e croati resta invece diversa la scelta religiosa: ortodossa
per i primi, cattolica per i secondi, ma sempre all´interno della
comune fede cristiana.
Ecco come dopo la morte di Tito è venuto meno l´unico elemento
unitario dell´intero paese.
A qualcuno può aver dato fastidio la nostra alleanza di allora con i
"comunisti" ma, considerando i fatti, la scelta fu giusta
perché le
forze partigiane erano le più affidabili e combattevano i
nazifascisti, cosa che non facevano i cetnici e gli ustascia che erano
le altre formazioni.
Gli ustascia, per chiarire, erano da sempre stati alleati dei tedeschi
ed il loro capo era il famoso Ante Pavelich, fondatore dello stato
indipendente di Croazia nel 1941.
A dimostrazione del fanatismo di quella gente voglio leggervi una
invocazione blasfema pubblicata il 27 aprile 1941 dal giornale
«Nedelia», diceva: «Dio che regge i destini della nazione governa i
cuori dei re, ci ha dato Ante Pavelich ed ha spinto Adolfo Hitler capo
di un popolo amico ed alleato ad impiegare le sue truppe per
distruggere i nostri oppressori serbi e consentire di fondare uno
stato indipendente di Croazia. Sia gloria a Dio! Vada la nostra
gratitudine ad Adolfo Hitler e la nostra incondizionata lealtà ad
Ante
Pavelich nostro condottiero». No comment.
I cetnici, da Ceta, compagnia militare - cetnico significa
guerrigliero, ribelle, un termine con radici lontane che si richiama
alle lotte di liberazione sostenute dai serbi contro i turchi - un
movimento facente capo a Mihailovich di ispirazione monarchica e filo
inglese.
A sentire il governo jugoslavo in esilio il movimento cetnico sembrava
dovesse rappresentare tutta la resistenza nel paese occupato.
La realtà era ben diversa perché i successi militari conseguiti dai
partigiani jugoslavi misero subito in risalto l´opera del vero
movimento di liberazione sostenuto dal consenso popolare e guidato da
Tito. D´altra parte la conoscenza reale della situazione era così
scarsa da far pensare che i due movimenti potessero gradualmente
giungere ad una fusione, cosa che non avvenne mai.
Screditato agli occhi del popolo jugoslavo dalla sua politica sempre
più equivoca, il movimento cominciò ad incontrare diffidenza anche
presso gli alleati.
Verso la fine del 1941 l´Unione Sovietica chiese ufficialmente al
governo britannico di cessare i rifornimenti, per cui i cetnici furono
abbandonati al loro destino. Giurarono, e lo fecero, di lasciarsi
crescere la barba - simbolo degli eroi - fino al ritorno della
monarchia, che però non ritornò.
Di Mihailovich si sa che fu catturato nel marzo 1946, fu processato
come criminale di guerra e fucilato il 17 luglio, aveva 53 anni.
Un altro fatto per il quale fummo spesso ignorati è quello della
camicia rossa che fa parte della divisa garibaldina in dotazione ai
soci effettivi della nostra associazione, che ovviamente non ha
riferimenti politici, camicia rossa che portiamo nelle manifestazioni
con fazzoletto bianco al collo, la fascia azzurra alla cintura ed il
copricapo di appartenenza al corpo, nel mio caso il cappello alpino.
Si narra che Garibaldi, nel suo peregrinare, capitò un giorno in un
paese dove c´erano alcune case abbandonate che perlustrò.
In una di quelle stanze trovò numerose pezze di tela di colore rosso
abbandonate dai beccai, i macellai di allora. Requisì tutto il
materiale e con quello fece confezionare delle camicie per i suoi
garibaldini, da qui l´origine della camicia rossa.
E dopo queste doverose premesse entro nel merito del mio intervento
pregandovi di seguirmi a ritroso nel tempo per meglio aprire la
dinamica della nostra epopea garibaldina perché su questa sarà
accentrata la mia testimonianza.
Eravamo stati inviati a presidiare come dicevano in seguito alle lotte
sanguinose che si erano scatenate nel territorio fin dal 1941, e già
allora nacque il movimento partigiano di Tito.
Molti si chiederanno il come ed il perché. Ecco la risposta.
Nel marzo 1941 a Vienna i dirigenti jugoslavi di allora sottoscrissero
un patto tripartito legando così il destino del loro popolo a quello
della Germania e dell´Italia. La notizia del grave passo fece
esplodere l´indignazione popolare; operai, contadini, soldati ed
intellettuali organizzarono pubbliche assemblee, comizi e
manifestazioni di piazza con le quali si chiedeva l´uscita dal
tripartito. Fu così che il 27 marzo 1941 un gruppo di ufficiali
rovesciò il governo, sciolse il consiglio, cacciò il reggente Paolo
e
mise sul trono Pietro II° dichiarandolo maggiorenne a diciott´anni e
chiese la neutralità della Jugoslavia.
Inferocito da quella che considerava insubordinazione, Hitler rinviò
di 5 settimane l´aggressione alla Russia e senza dichiarazione di
guerra invase la Jugoslavia ordinando a Mussolini, alla Bulgaria e
alla Ungheria di fare altrettanto, partendo dalle rispettive
frontiere. Attaccata da tutte le parti, selvaggiamente bombardata
dall´aviazione tedesca, la Jugoslavia potè resistere soli pochi
giorni. Il re ed il governo fuggirono all´estero. Il 18 aprile 1941
l´esercito capitolò e gli invasori cominciarono tranquillamente a
spartirsi i territori. Fu creato uno stato indipendente croato
capeggiato da Ante Pavelich. La parte meridionale della Slovenia, la
Dalmazia ed altre regioni costiere vennero occupate dalle truppe
italiane che cercarono di appacificare con la repressione le
popolazioni della costa adriatica.
L´unica forza politica capace di assumere l´iniziativa fu il partito
socialcomunista jugoslavo che subito emerse nominando Tito
responsabile del Comitato Militare Nazionale, che immediatamente
stipulò un accordo di collaborazione con l´ala democratica del
partito
dei contadini serbi formando il Fronte di Liberazione Popolare della
Jugoslavia.
Il 7 luglio 1941 si ebbero in Serbia i primi scontri tra reparti
tedeschi e forze partigiane.
Il Movimento Partigiano attrasse a sé un gran numero di donne che
impugnarono con orgoglio quelle armi prima riservate solo agli uomini.
Armate di mitra e di moschetto, addette alle infermerie o ai
quadrupedi diedero innumerevoli prove di tenacia, di maturità e di
valore talvolta superando gli uomini.
La lotta armata contro le truppe di occupazione ed i collaborazionisti
si coniugò alla lotta politica contro forze conservatrici e
monarchiche che continuavano a svolgere nel paese un ruolo negativo
mantenendosi su posizioni di attendismo ed ostacolando lo sviluppo
dell´azione anche quando tutte le energie popolari erano impegnate.
Nostro territorio di operazione, come già dissi, fu principalmente il
Montenegro e la storia incomincia nel 1942, quando laggiù fui
dislocato con il Battaglione Intra del IV° Reggimento Alpini
Divisione
Taurinense.
Ci eravamo insediati in quell´ambiente tentando di capire la
mentalità, gli umori, gli usi ed i costumi di quel popolo.
Nei nostri confronti la gente dimostrava rispetto e tolleranza in
quanto capiva che eravamo militari e come tali subordinati agli ordini
superiori.
Ci chiamavano i soldati della Regina Elena.
Purtroppo non tutti la pensavano allo stesso modo e gli scontri si
verificavano fino ad assumere, talvolta caratteri di violenza con
episodi indescrivibili da una parte e dall´altra, soprattutto
vendette
affettive, personali, che inasprivano sempre più gli animi oltre il
limite della possibilità.
Morti, feriti, prigionieri, fucilazioni in un marasma di ordini e
contrordini, di decisioni e ritrattazioni, con continui spostamenti e
rastrellamenti che fiaccavano gli uomini fisicamente e moralmente.
Bisognerebbe condurre uno studio meticoloso e completo per capire il
senso delle lotte interne, politiche, religiose e sociali (come sta
avvenendo ancora oggi) che avevano luogo già a quel tempo.
Non esisteva un vero fronte e conseguentemente dovevamo correre a
destra e a sinistra per sedare scontri che spesse volte nulla avevano
di umano per la ferocia con la quale erano condotti.
I partigiani attaccavano le nostre autocolonne per rifornirsi di armi
e di cibo, attaccavano addirittura nostri presidi ed i combattimenti
si facevano sempre più frequenti con morti e feriti che aumentavano
di
giorno in giorno.
La tirannia del tempo e la dinamica stessa di quanto vorrei raccontare
mi impediscono una dettagliata illustrazione, comunque ho dovuto fare
queste premesse perché possiate seguirmi in quelli che saranno gli
avvenimenti di poi. Tralascio anche fatti e prodezze per non far torto
a vivi e morti pur considerandone l´importanza.
In parecchie occasioni era apparso evidente, come avevamo potuto
constatare nelle truppe, specie alpine, che una componente del
sentimento era chiaramente l´antifascismo, e la dimostrazione
inequivocabile apparve quando via radio giunse la notizia del colpo di
stato con la caduta del governo fascista di Mussolini.
Le dimostrazioni che ne seguirono furono le più realistiche a
testimoniare che non esistevano rimpianti!
Nessuno certamente pensava al secondo evento che ci attendeva pur se
le considerazioni erano indirizzate al futuro.
Le domande erano queste: "Come reagiranno i nostri alleati? Che
posizioni avrebbero assunto? Saremmo rientrati in Italia? Avremmo
concordato nuove alleanze?" La risposta a queste domande arrivò
la
sera del 8 settembre quando fummo informati che l´Italia aveva
chiesto
l´armistizio.
La prima reazione fu il caso.
Spari a destra e a sinistra, assembramenti ed indisciplinate reazioni,
sbandamenti e incoerenti manifestazioni che per fortuna durarono poco.
E quando si riuscì a riprendere in mano la situazione e a calmare i
bollenti spiriti riunimmo gli uomini per dir loro con chiarezza che il
momento era quanto mai critico, e che sarebbe stato necessario tenere
gli occhi ben aperti, in attesa di disposizioni atte a maggiormente
chiarire la situazione. All´alba del giorno dopo, 9 settembre, sulla
città di Niksic, dove eravamo accampati, sede del comando della
nostra
Divisione Taurinense agli ordini del Gen. Lorenzo Vivalda, aerei
tedeschi effettuarono un lancio di manifestini indirizzati al popolo
montenegrino con i quali evidenziavano il tradimento del Governo
Badoglio e la stima per la popolazione invitandola ad unirsi alle
forze germaniche per combattere il bolscevismo ed i venduti
capitalisti d´America e Inghilterra.
Il finale diceva testualmente: «Viva il Montenegro libero, a morte i
traditori italiani».
La risposta della popolazione fu quale si prevedeva. Vennero
accentuate le manifestazioni di cordialità e simpatia nei nostri
confronti specie quando si seppe, alle ore 8,15 del mattino, che la
sesta batteria dell´Artiglieria Alpina del Gruppo Aosta aveva aperto
il fuoco con i suoi 5 cannoni su una colona motorizzata tedesca,
indirizzata verso Niksic, costringendola a fermarsi e a trattare,
tutto questo senza attendere ordine alcuno.
E questo atto mi pare suoni a conferma di quanto ho voluto anticipare
in merito allo spirito delle truppe alpine.
Tentennarono i comandi superiori e divamparono le polemiche sui
differenti punti di vista e sulle diverse valutazioni della
situazione, ma va ricordato che subito emerse in conseguenza lo stato
d´animo e la fermezza dei soldati che furono unanimi nella volontà
di
non cedere le armi ad alcuno.
Continuando nella mia testimonianza voglio ricordare l´illusoria
speranza di un pronto intervento delle forze alleate nei Balcani che
tenne impaniate le decisioni, per cui le truppe tedesche ebbero
la
possibilità di occupare i punti chiave dell´unica breve via per
rientrare, la via del mare.
E sarebbe il caso di parlare anche del sig. Vittorio Emanuele III°,
nonchè di un certo maresciallo Badoglio, ma già l´ho fatto al
famoso
Convegno di Palazzo Ottolenghi in Asti e non voglio ripetermi.
Furono fatti dei tentativi per raggiungere la zona di Cattaro ma non
fu possibile per l´intervento dell´aviazione tedesca e l´arrivo di
rinforzi con artiglieria e mortai.
Nella notte tra il 18/19 settembre ripiegammo verso l´interno,
rinunciando alla via del mare e constatammo che a noi si erano
aggregati: bersaglieri, carabinieri, marinai, autieri, genieri, e
finanzieri di stanza nella zona di Niksic, volontariamente decisi a
seguirci in quella che sarebbe stata la lotta partigiana.
Nel frattempo un´altra unità, la Divisione Fanteria Venezia, al
comando del Gen. Gianbattista Oxilia, stava dibattendo l´intricata
matassa nella zona di Berane, a contatto con i Cetnici nazionalisti,
che chiedevano collaborazione nel tentativo di schiacciare il
movimento partigiano di Tito, e questa tergiversazione assicurò, in
quel frangente, l´integrità e la compattezza dei reparti
indipendenti.
Nei giorni seguenti scoccò la scintilla di una possibile intesa con
le
forze partigiane che si concluse con un accordo, franco chiaro e
leale, nel giro di poco tempo.
Il 2 dicembre 1943 con la fusione delle due Divisioni Taurinense e
Venezia, si costituì la Divisione Italiana Partigiana Garibaldi,
forte
di circa 20000 uomini, alle dipendenze operative dell´Esercito
Popolare di Liberazione Jugoslavo ed al comando del gen. Gb. Oxilia.
Il rapporto fra quadri e militari come ho già accennato, ma voglio
ribadire perché su questo argomento furono fatte e scritte
affermazioni errate, rimase del tutto inalterato e la disciplina non
ebbe mutamenti di sorta.
Ambientarsi nella nuova tattica e nella diversa strategia della
guerriglia non fu cosa facile.
Eravamo cresciuti alla scuola militare nostra che considerava la
ritirata un disonore ed invece dovemmo imparare a nostre spese un
nuovo sistema di combattere fatto di attacchi improvvisi e veloci,
operazioni di sganciamento che richiedevano: prontezza di riflessi,
temperamento, sangue freddo e gambe buone.
Col tempo stabilimmo con i compagni jugoslavi dei vincoli quasi
fraterni consacrati dal sangue versato in comune combattendo una lotta
aspra e durissima. Affrontammo il tremendo inverno senza soste,
laceri, scalzi, privi di indumenti adeguati, di conforto morale e
materiale, in lotta continua non solo con il nemico ma anche con le
insidie della natura ed il pericolo delle epidemie, sfidando la
potenza bellica nazi-fascista. E voglio sottolineare questo stato di
cose riportando un brano che ho stralciato da un libro di Stefano
Gestro, uff. garibaldino della Div. Venezia, intitolato «L´armata
stracciona».
Scrive l´autore: «Ad un certo punto un alpino si rivolge al suo
comandante raccomandandosi in modo particolare perché gli fosse
trovato un paio di scarpe sapendo degli avvenuti aereolanci. Aveva i
piedi avvolti in una pelle di pecora e, per dimostrare quanto la cosa
fosse per lui necessaria ed indispensabile, premette un piede sul
suolo innevato; tutta la neve attorno si colorò di rosso del sangue
che usciva dal piede piagato». Penso sia inopportuno fare dei
commenti.
Un´altra circostanza penso meriti di essere segnalata: dopo furiosi
combattimenti avvenuti in una zona, reparti nostri ritornati sul posto
potevano constatare, nella pietosa incombenza di riesumare delle
salme, che più di 50 morti risultavano colpiti alla nuca, mai noi
mai,
e dico mai, nel periodo della guerra partigiana passammo per le armi
feriti tedeschi.
Il nuovo organico della Divisione formatosi in Brigate creò file di
uomini esuberanti, che furono assegnati ai battaglioni lavoratori,
alle dipendenze di un comando retrovie la cui denominazione non era
certo pertinente data la natura e la caratteristica della guerra
partigiana che non conosceva retrovie.
Verso la fine del gennaio 1944, la I^ e III^ Brigata nostra furono
destinate a compiere una speciale missione in Bosnia. La III^ Brigata
comandata dal Maggiore degli Alpini, Spirito Reineri, per i continui
attacchi di tedeschi, Cetnici ed Ustascia, e falcidiata dal tifo
esantematico, perdette 600 uomini e si sacrificò poi interamente in
un
ultimo combattimento. Di essa rimasero soltanto 60 superstiti che
poterono unirsi ad un reparto jugoslavo.
Anche la II^ Brigata affrontò dure vicissitudini ma potè reputarsi
più
fortunata in quanto 240 dei suoi combattenti su 600 rientrarono alla
base.
Col tempo affrontammo anche problemi di carattere politico con
l´inserimento di commissari a fianco di comandanti di reparto, i
corsi
antifascisti e le scuole di educazione politica, alle quali
parteciparono nostri graduati e sottufficiali scelti nelle varie
brigate.
Resistemmo 18 lunghi mesi ad ogni sorta di fatica e sacrifici pagando
un pesante scotto di morti, feriti, dispersi e prigionieri.
Di 20000 uomini, 400 circa furono i morti accertati, più di 7000 i
dispersi, 2500 i rimpatriati per ferite e malattie, moltissimi, circa
4500, i rientrati dai campi di concentramento, ed in 3800 tornammo in
patria via mare nel marzo del 1945.
Chi non ha vissuto quegli avvenimenti non potrà mai rendersi conto di
ciò che è avvenuto, in quanto tutto può sembrare inverosimile ed al
di
sopra di ogni umana possibilità, purtroppo si tratta invece di una
cruda, eroica e sovrumana realtà volontariamente scelta ed
intensamente sofferta.
So di essermi dilungato; mi sono lasciato trasportare dall´onda dei
ricordi e vi chiedo scusa ma ho dovuto farlo perché le gloriose gesta
della Div. Ital. Part. Garibaldi devono essere conosciute, divulgate
ed inserite nella storia, la storia che hanno scritto col sangue i
nostri 9000 caduti.
Una parte, una buona parte delle nuove generazioni non riesce a
rendersi pienamente conto dei valori ideali della Resistenza perché
ignora il passato dittatoriale fascista ed il prezzo pagato dalle
generazioni di allora e dalle nostre per la conquista della libertà.
Per questo è più che mai necessario insistere per rendere operante e
fattivo l´obbligo di insegnare, in tutte le scuole, di ogni ordine e
grado, la storia del Secondo Risorgimento.
Di fronte alla realtà di un´Europa unita è tempo di dare uno sbocco
concreto e pratico ad un futuro sul quale è doveroso concentrare
tutta
la forza e l´influenza necessaria per la continuazione dei nostri
ideali.
Comunque per concludere è a voi giovani che mi rivolgo per dirvi che
furono gli uomini della Resistenza con le stellette o senza,
all´estero o in patria a presentare al mondo l´Italia che risorgeva
dalle macerie del fascismo. Non dimenticatelo mai e non dimenticate
che i valori della Resistenza, specie con i tempi che corrono, possono
ancora far ritrovare una unità d´azione, al servizio della
collettività. Questo lo scopo per cui noi vogliamo sopravvivere. E
con
questa speranza mi congedo ringraziandovi per avermi ascoltato.
Carlo
Bortoletto
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