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Irpinia ribelle: le lotte di ieri-2

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TERREMOTO 1980 :L'ALTRA FACCIA

Speciale terremoto  Irpinia 80

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 Editoriale di Pugliantagonista.it e Archivio Storico Benedetto Petrone

La redazione di Pugliantagonista.it e l’Archivio storico Benedetto Petrone , in occasione del trentennale dal terremoto dell’Irpinia , contribuiscono con  articoli, ricerche, documenti dell’epoca e interviste al dibattito che nonostante gli anni trascorsi continua a riaccendersi su quella vicenda  e le ripercussioni,politiche sociali e di costume essa  ha avuto nel destino del popolo meridionale  e nel rapporto con la vita nazionale.

Vogliamo parlare non solo di solidarietà umana ma impegno politico rivoluzionario, antagonista, rompipalle che molti compagni portarono in quei giorni nel “cratere del terremoto” fu una solidarietà attiva,  che ben presto divenne scomoda  per coloro,  avvoltoi politici, mafiosi camorristici ed economici volevano gettarsi anima e corpo nel Grande Affare della Ricostruzione. Fu così che dopo un mese di impegno anima e corpo dei compagni, in particolar modo dell’Autonomia operaia coordinati da Radio Onda Rossa e i Comitati Autonomi di via dei Volsci di Roma, alla vigilia del Natale dell’80 nelle tende dei compagni irruppero i carabinieri che rifilarono il foglio di via ai volontari e fecero piazza pulita di coloro che stavano organizzando le popolazioni a denunciare affaristi, speculatori e politici corrotti.

Ora,ripulita l’area del terremoto da “oziosi vagabondi” che mettevano il naso dovunque,  si potè passare alla grande abbuffata, quella poi fu chiamata  Scandalo  Ricostruzione.

Documenteremo attraverso i materiali dell’epoca come  a portare il foglio di via ai compagni di Conza ci furono anche quei carabinieri che il mese prima ,  esattamente  il  28 novembre 1980, grazie alla mensa montata nottetempo dagli autonomi romani, riuscirono a mangiare finalmente un pasto caldo, essendo Sant’Andrea di Conza lasciata abbandonata a se stessa dagli aiuti ufficiali. Documenteremo come,da quel paesino distrutto, che divenne il centro di smistamento di Solidarietà proletaria di radio Onda Rossa  di Roma, che distribuì gli aiuti raccolti nelle fabbriche, negli uffici , nelle  scuole  di Roma dai militanti  dei collettivi romani e poi da molte realtà antagoniste italiane.

Così gli aiuti  dei compagni giunsero a Ruvo del Monte, Calitri, Lioni, Montella , Serino, seguendo casualmente una linea rossa che aveva visto negli anni 60-70 far nascere in quei luoghi sedi e strutture di Potere Operaio Irpino e Lotta Continua  e dal loro scioglimento piccoli nuclei simpatizzanti l'area dell’Autonomia Operaia, ma che sin dai primi anni del secolo avevano visto mobilitarsi boscaioli, braccianti, ferrovieri, operai agricoli e forestali in lotte sindacali e politiche facendo nascere  le prime cellule del partito Comunista Italiano  ad opera dei sostenitori della linea di Bordiga.

E’ quindi la vicenda degli aiuti ai terremotati irpini da parte degli “antagonisti”,  una delle mille storie di lotta, ribellione e rivolta,  caratteristiche del Sud e non possiamo non essere d’accordo con il titolo di una pubblicazione a cura di Radio Onda Rossa di quel periodo che la descrisse titolando:

Storia di una Lotta che è nata dalla più grande strage di Stato: 

 il terremoto!…

Scopriremo, scorrendo le pagine di quel documento di controinformazione,  come a Sant’Andrea di Conza i giovani del luogo, insieme ai compagni costruirono un Centro Sociale, misero su un’esperienza culturale, seppero portare la voglia di non rassegnarsi ,  canalizzando la rabbia , allontanando  la depressione attraverso la voglia di lottare.

Questo determinò un terrore tale tra i politici del luogo, che sino allora erano riusciti a imporre la pax mafiosa,  che richiesero l’aiuto dello Stato: magistrati e carabinieri, gli stessi che  chiusero entrambi gli occhi sui responsabili di tanti crolli e sulle ruberie della Ricostruzione ,  furono  al contrario solerti ad allontanare i pericolosi sobillatori, quelli che stavano aprendo occhi e menti dei paesani del luogo… il seguito lo conosciamo tutti.

 Oggi a trent’anni si parla ancora di ricostruzione mancata o meglio,  si son fatte le  seconde, terze, quarte e quinte case  per i fantasmi, cementando l’impossibile, abbattendo anche quello che si poteva salvare,  modificando e cancellando la memoria storica di borghi, paesi e casali, ma dimenticandosi di costruire e mettere in sicurezza gli edifici scolastici. Scopriamo così che oggi a trent’anni  dal sisma, due generazioni di bambini son passati e ancora vivono tra i banchi il rischio di vedersi crollare i tetti delle loro scuole sulla testa per una scossa tellurica.

In questo speciale ospiteremo interventi dall’Irpinia e di coloro che vissero direttamente quelle vicende , ma ricorderemo anche Alfio di Bella , il fotografo ufficiale dell’Autonomia Romana  che in quel contesto fu eletto, in assemblea,  sindaco onorario di sant’Andrea di Conza e che ci ha lasciato qualche anno fa. 

Di lui le sue foto parlano delle lotte di un’intera generazione che non volle piegarsi e non ebbe paura  di gridare  in faccia al mondo che esisteva un’altra alternativa a ciò che oggi fa vivere il mondo nel  baratro di una crisi infinita.

 

La redazione di Pugliantagonista.it e dell’Archivio Storico Benedetto Petrone

 aggiornato il  23 dicembre 2014,Brindisi

L'arrticolo-inchiesta-ricerca di approfondimento:

Quando i carabinieri  di Sant'Andrea di Conza (AV)si sfamarono alla mensa proletaria degli autonomi e poi li ringraziarono con il foglio di via 


 

IL DISCORSO DI PERTINI A 48 ORE DI DISTANZA: 

"-Ho assistito a spettacoli che mai dimenticherò,,, Ancora dalle macerie giungevano dei gemiti e isuperstiti mi dicevano non abbiamo mezzi per salvare i nostri congiunti...perchè a distanza di 48 ore i centri di soccorso per le calamità naturali istituiti per legge nel 1970 non hanno funzionato?Chi ha mancato deve essere colpito come ho destituito il prefetto di Avellino...sta piovendo, bisogna ricoverare le persone il alloggi che non siano tende e pensare a ridae loro una casa...Il Belice non si deve ripetere.... tutte le italiane e a tutti gli italiani, devono mobilitarsi per aiutare i loro fratelli colpiti.. il modo migliore per ricordare i morti è pensare ai vivi"-

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DAI QUADERNI DI "LOTTA CONTINUA":LO SPECIALE TERREMOTO

ORE 19,30 , IL MINUTO CHE HA ROTTO L'ITALIA  

 

LE FOTO DI TANO D'AMICO


LE FOTO E I DOCUMENTI DELLA SOLIDARIETA' MA ANCHE DELLE LOTTE CONTRO LA SPECULAZIONE EIL MALAFFARE SUL TERRITORIO


Montella, terremoto 1980 : Una lettera di mio padre ,Camuso Luigi, attestante la solidarietà che si innescò  qui a Brindisi nei confronti dei terremotati  e il suo sforzo affinchè gli aiuti giungessero anche nel suo paese natale.

-“Carissimi figli…sono stato a Montella con tre camioncini carichi di ogni cosa concessemi  dal Prefetto e dall’assessore alla sanità di Brindisi  e sono stato a distribuirli personalmente coadiuvato da quattro vigili urbani brindisini , tutto distribuito ai quartieri più poveri quali Garzano, la Serra e San Pietro ….Lì Montella è metà devastata dal terremoto e buona parte resa inabitabile…son potuto entrare soltanto per quattro minuti in casa nostra  ed è quasi salva ( purtroppo i danni si rivelarono in seguito più gravi e fummo costretti a ricostruirla NdR) i parenti sono tutti salvi, ma molti miei conoscenti morti o feriti…”-lettera_gino.JPG (156237 byte)

Il caso ha voluto che qualche giorno fa ritrovassi questa lettera, tra quelle archiviate da mio padre e che per colmo della coincidenza incontrassi  in seguito un signore anziano, anche lui poeta dilettante come mio padre, che  mi confermava puntigliosamente quanto mio padre aveva scritto.

Il signore è l’ex viglile urbano di Brindisi, Antonio Martongelli, oggi in pensione ed attivo socio dell’Associazione Marinai d’Italia:-“ Come  posso scordarmi di Gino Camuso! Un amico col quale abbiamo condiviso negli anni scorsi la passione per la poesia , partecipando a numerosi concorsi. Ricordo perfettamente come l’ho conosciuto. Era il 26 o il 27 di novembre,  ero nell’ufficio dei vigili, quando ce lo vedemmo entrare in Comune agitatissimo, chiedendo che voleva parlare con il Sindaco, poiché il suo paese, Montella, era stato colpito dal terremoto e voleva che non succedesse che da Brindisi, la città in cui lui aveva prestato servizio come militare, in Marina, non arrivasse un segno di aiuto ai terremotati montellesi. Fece tanto “casino” che alla fine  quando partì il convoglio di aiuti da Brindisi, gli fu concesso che lui guidasse alcuni camion sino a Montella, accompagnato da alcuni vigili e tra questi c’ero pure io a distribuire gli aiuti…fu un’esperienza indimenticabile…”-

Questa è una piccola testimonianza di come Puglia terra di solidarietà  rispose all’appello di Pertini , lanciato a 48 ore dal disastro.

“-Soltanto alla data del 29 novembre la Puglia aveva inviato materiali e viveri per molyti miliardi di lire, 50 roulottes, una ventina di prefabbricati, un’ospedale da campo, da Bari un’autocolonna con mezzi da scavo formata da 20 camion carichi di pale meccaniche, buldozer e 50 tecnici per adoperarli, 19 delegazioni di operai specializzati e dirigenti sindacali. Inoltre 250 camion pieni di viveri, indumenti e medicinali e mille pasti preconfezionati...(dal dossier ore 19,35 il minuto che ha rotto l’Italia.Quaderni di Lotta Continua n 2 )

Da Brindisi si mobilitarono, associazioni, sindacati partiti ed anche i ragazzi del Centro Sociale di Brindisi come ricorda Mario Merico( che  fu il Presidente della cooperativa che lo gestiva in convenzione) in una intervista da noi raccolta qualche anno fa, mostrando l’attestazione di ringraziamento del comune di Castelgrande in provincia di Potenza dove una parte dell’autocolonna di soccorso brindisina fu smistata.  (http://www.pugliantagonista.it/archivio/irpinia_terremoto.htm)

Oggi quei fatti sembrano provenire da un passato remotissimo, quando solidarietà, fratellanza  facevano parte dell’humus sociale , che oggi sembra essere messo continuamente in discussione…

Antonio Camuso

Brindisi 28 novembre 2014

 

 


Il Centro Sociale di Brindisi e l'aiuto ai terremotati irpini INTERVISTA A MARIO MERICO di Brindisi

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MARIO Merico , il Centro Sociale di Brindisi e l’aiuto ai terremotati dell’Irpinia nel 1980.

Intervista  a cura dell’Archivio Storico Benedetto Petrone a trent’anni dal terremoto.

 

E’ nel giorno del suo 59 compleanno che intervistiamo Mario Merico ( una figura simbolo dell’esperienza che contraddistinse  dal 1980 per circa 20 anni il Centro Sociale di Via Santa Chiara a Brindisi , nelle lotte contro l’emarginazione giovanile e la tossicodipendenza, ma anche quelle ambientaliste, antinucleari , anticapitaliste e contro l’omofobia), chiedendo di raccontarci in breve come quella realtà pugliese fu coinvolta nelle vicende del Terremoto in Irpinia del 1980.

Mario:- Quel 23 novembre 1980 non lo dimenticherò mai, la scossa se pur di debole intensità giunse  anche qui a Brindisi ma solo la mattina del 24 novembre 1980 , giorno del mio 29esimo compleanno,  dai media giunsero le prime  reali indicazioni sulla gravità del disastro: migliaia di morti decine se non centinaia di migliaia di senzatetto.

Anche noi, dell’appena nato Centro Sociale di Brindisi insieme ai compagni e le compagne del Circolo del proletariato giovanile di Via Giordano Bruno, ci sentimmo parte integrante dello sforzo umanitario per soccorrere le popolazioni colpite e dichiarammo la nostra disponibilità di collaborare con chiunque affinchè non si perdesse altro tempo.

Archivio S B Petrone:-“In effetti quello che vedevamo in TV era l’immagine dell’incapacità se non proprio la non volontà dello Stato da noi tanto criticato di aiutare il popolo irpino: si scavava tra le macerie con le mani, i soccorsi tardavano ad arrivare come se quella tragedia fosse lontana migliaia di chilometri e non qualche ora di macchina dalla Capitale . Come vi muoveste a Brindisi in quell’occasione? ”-

 Mario M :”-Ricordo che immediatamente facemmo forti pressioni affinché si inviassero ai terremotati indumenti nuovi e non i soliti abiti usati da mercato degli stracci, poi che si acquistassero stufe e lampade  poiché  fra non molto avrebbero dovuto confrontarsi con pioggia , freddo e neve.Organizzammo delle collette, contattammo dei negozianti di abiti  brindisini

La CGIL , insieme all’FLM , da parte sua riuscì a procurarsi una mezza dozzina di camion che furono riempiti di vestiti e di stufe acquistate da un produttore della provincia di Lecce che le vendette a metà del prezzo di listino.

Su quei camion l’intero Centro Sociale avrebbe voluto salirvi ma ad ostacolare questo nostro sforzo umanitario intervenne il sindaco e gli amministratori locali del tempo che non vollero dichiarare una proroga di un paio di mesi della convenzione stipulata appena 4 mesi prima tra l’amministrazione comunale Brindisina  e il gruppo di lavoro sulle tossicodipendenze e il disagio giovanile  della Cooperativa solidarietà e Rinnovamento  di cui facevano parte alcuni operatori dell’appena nato Centro Sociale di Brindisi e di cui io ne ero anche il Presidente.

Partimmo,  di noi,  quindi  solo in due o tre, salendo sui diversi camion e convivendo quell’esperienza insieme a sindacalisti che , nella vita quotidiana della nostra città , spesso erano stati proprio bersaglio delle nostre critiche. Tra essi vi erano degli operai della Belleli e della COMI  BRANCA  e tra questi se non sbaglio Giovanni Brigante e, dopo un viaggio difficilissimo giungemmo nell’area del terremoto. Ancor oggi non mi  si è cancellato il ricordo di un abbraccio lunghissimo di ringraziamento di una signora anziana… ma anche  la lettera di un sindaco di un paese se non sbaglio della Basilicata con la quale ci ringraziava per l’aiuto dato”-

Archivio S B Petrone:-“ Sì, quella lettera l’abbiamo ritrovata nel faldone del fondo Radio Casbah, dedicato al terremoto dell’Irpinia. Quel paese si chiamava Castelgrande , della provincia di Potenza e il sindaco ringraziava con essa   gli operai della COMI Branca e la cooperativa Solidarietà e Rinnovamento  di Brindisi per l’aiuto dato come volontari. Ma, dell’area cosiddetta “Autonoma” non eravate soli in quell’opera di solidarietà, no? Se non sbaglio vi fu un tessuto organizzativo che permise di non andare in ordine sparso…”-

 Mario:-“Sin dalle prime ore dopo il terremoto i telefoni dei compagni di Brindisi squillarono in continuazione . Grazie all’esperienza dei campeggi antinucleari a Nuova Siri prima e poi a Cerano a Brindisi nell’estate appena trascorsa avevamo impiantato una rete di contatti  con tante realtà dell’antagonismo sociale a livello nazionale, ed in particolare con quella che si rifaceva  ai collettivi autonomi di Via dei Volsci a Roma. Proprio  loro , coadiuvati dalla redazione di Radio Onda rossa si in meno di cinque giorni inviare camion , gruppi elettrogeni,tende  istituire mense e ricordo che il punto di coordinamento fu Sant’Andrea di Conza. Purtroppo io non potetti partecipare a quell’esperienza poiché una volta scaricati gli aiuti , dovetti ritornare a Brindisi visto il mio ruolo di riferimento con le istituzioni che avevo per quanta riguardava le attività del centro Sociale. Altri compagni di Brindisi invece ti potranno raccontare meglio, essendo rimasti più di me sul luogo e che fecero parte della rappresentanza delle realtà autonome nazionali che intervennero nei luoghi del sisma.”-

ASB Petrone:-“ Ti ringraziamo Mario per il tuo contributo e speriamo presto di approfondire con te altri aspetti dell’esperienza del Centro Sociale di Brindisi.”-

Brindisi 24 novembre  2010


A 30 anni dal sisma del 1980: analisi e provocazioni corsare( il commento di Lucio Garofalo di Lioni -Avellino

 LUCIO GAROFALO  interviene da  LIONI ( Avellino)  

A 30 anni dal sisma del 1980: analisi e provocazioni corsare ...ricordo che nei cortei e nelle manifestazioni che si svolsero nella prima metà degli anni ’80, a cui presero parte molti militanti irpini, uno degli slogan più urlati era: “Ai morti dell’Irpinia non basta il lutto: pagherete caro, pagherete tutto!”

 

 

Un commento pubblicato sul blog Tele Lioni ha sollevato una obiezione sacrosanta rispetto al mio articolo, indicando la necessità di una narrazione più integrale delle vicende storiche post-sismiche, per segnalare e rivalutare (giustamente) ”l'opera, la tenacia e l'impegno senza interessi personali di chi stava al di là delle barricate e combatteva con la visione di un futuro migliore per Lioni e per le popolazioni irpine tutte”. Ho citato testualmente le parole dell’autore.

 

Sono perfettamente d’accordo con questa rettifica. Riconosco che il mio articolo è parziale e incompleto da questo punto di vista, non certo per una omissione volontaria o una rimozione inconscia, bensì per altre ragioni, anzitutto di spazio e di opportunità pratica. Infatti, ho pensato di evidenziare gli aspetti più alienanti, brutali e regressivi della storia post-sismica, trascurando i momenti più esaltanti e positivi sul piano della solidarietà e della partecipazione sociale, della spinta alla lotta e al cambiamento, dell’azione politica di numerose persone effettivamente disinteressate, animate solo dal desiderio di riscattare la nostra terra martoriata.

 

Tanto per cominciare, ricordo le testimonianze di amicizia e di fraternità, gli attestati concreti di soccorso forniti dai cosiddetti “angeli del terremoto”. I quali diedero prova di una generosità eccezionale, esprimendo un impegno corale che coinvolse migliaia di giovani provenienti da tutta l’Italia e l’Europa, per portarci conforto morale ed assistenza materiale, per scavare e salvare i sepolti sopravvissuti sotto le macerie, per soccorrere i feriti, insomma per contribuire alla fase più immediata e drammatica dell’emergenza.

 

Rammento la memorabile esperienza dei “Comitati popolari”, che si costituirono nella fase riguardante l’assegnazione e la gestione dei prefabbricati, e furono coinvolti anche in altri importanti processi decisionali. Ricordo, con sommo piacere, la storia di Radio Popolare Lioni, un prezioso strumento di controinformazione proletaria, già molto attivo nella fase antecedente al terremoto del 1980.

 

Rammento le discussioni collettive, i momenti di impegno e di partecipazione vissuti grazie al “Coordinamento giovani Lioni”, una indimenticabile esperienza di crescita personale, intellettuale e politica, durante la quale ebbi modo di mettere a frutto la mia passione per la militanza e per la scrittura, pubblicando nel 1982 (se non erro) il mio primo articolo su un giornalino autoprodotto da un gruppo di giovani lionesi che misero in pratica un bisogno di antagonismo, di autonomia e di autorganizzazione politica e culturale.

 

Ricordo anche le iniziative culturali assai proficue, di rottura e critica sociale, a cui diede vita il “C.R.A.C.” (Centro Ricreativo di Aggregazione Culturale), che in un certo senso chiuse la fase di emancipazione e trasformazione progressiva, di partecipazione politica di massa, almeno nella realtà locale di Lioni durante gli anni ’80, che segnarono l’emergenza post-sismica e l’avvio della ricostruzione.

 

La ripresa delle lotte e dell’’impegno politico avvenne verso la fine degli anni ’90, grazie soprattutto all’avvento del cosiddetto “movimento no-global”, che ha coinvolto ed entusiasmato una intera generazione di giovani (e meno giovani) anche in Irpinia.

 

Per concludere, ricordo che nei cortei e nelle manifestazioni che si svolsero nella prima metà degli anni ’80, a cui presero parte molti militanti irpini, uno degli slogan più urlati era: “Ai morti dell’Irpinia non basta il lutto: pagherete caro, pagherete tutto!”. Ebbene, le vicende storiche successive hanno purtroppo dimostrato che a “pagare” sono sempre gli stessi, cioè i più deboli, i reietti e i miserabili.

 

Lucio Garofalo

 

A 30 anni dal sisma del 1980: analisi e provocazioni corsare

 

In questi giorni non mancano le manifestazioni ufficiali per celebrare solennemente, alla presenza delle autorità istituzionali, il trentennale del terremoto che il 23 novembre 1980 sconquassò il Sud Italia con un’intensità superiore al 10° grado della scala Mercalli e una magnitudo pari a 6,9 della scala Richter. Una scossa interminabile, durata 100 secondi, fece tremare l’arco montuoso dell’Appennino meridionale, radendo al suolo decine di paesi dell’Irpinia e della Lucania e decimando le popolazioni locali. A 30 anni di distanza, il ricordo funesto di quella tragedia storica suscita negli abitanti che l’hanno vissuta sulla propria pelle, emozioni assai forti e contrastanti, di sgomento e cordoglio corale, un profondo senso di angoscia e turbamento, di inquietudine, dolore e rabbia.

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Per gli abitanti dell’Irpinia il 23 novembre rievoca un’esperienza traumatica e luttuosa, indica una data-spartiacque evidenziata sul calendario. La nozione “data-spartiacque” serve a spiegare in modo efficace che da quel giorno la nostra realtà esistenziale è stata sconvolta duramente non solo sotto il profilo psicologico, ma anche sul piano economico, sociale e culturale, facendo regredire il livello di civiltà dei rapporti interpersonali. Il terremoto ha stroncato migliaia di vite umane, ha stravolto intere comunità, segnando per sempre le coscienze interiori e la sfera degli affetti più intimi. I rapidi e caotici mutamenti degli anni successivi, hanno prodotto un imbarbarimento antropologico che si è insinuato nei gesti e nelle percezioni più elementari, deformando gli atteggiamenti e le relazioni sociali, soffocando ogni desiderio di verità, di giustizia e rinascita collettiva.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

 

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all'ambiente e all'economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie "cattedrali nel deserto" come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219.

 

Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l'insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

 

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

 

Negli anni '80 l'Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un triste e vergognoso primato se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, soprattutto giovani con meno di 30 anni, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i migliori posti di lavoro, di fare rapidamente carriera grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari e referenti del cosiddetto "uomo del monte", il feudatario di Nusco. Nelle nostre zone l'Inps era diventato il principale erogatore di reddito per migliaia di famiglie. Ciò era possibile grazie a manovre clientelari e all'appoggio decisivo di figure importanti della società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici. Gli enormi sprechi compiuti dal sistema assistenzialistico e clientelare sono anche all’origine dell’attuale crisi della sanità irpina e di altre emergenze locali.

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell'uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all'opposizione. All'interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra. 

La piovra del potere politico ha sempre gestito e distribuito posti di lavoro, appalti, subappalti, rendite, prebende, forniture sanitarie, in tutta la provincia, creando e favorendo un vasto sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio, di liberi professionisti, che prima sostenevano la Democrazia cristiana ed oggi appoggiano i suoi eredi, collocati a destra e a manca. Si spiega in tal modo perché la struttura  di potere si è conservata fino ad oggi, resistendo ad ogni scossone politico e giudiziario, sopravvivendo agli scandali dell’Irpiniagate, scampando alla bufera scatenata dalle inchieste di Mani Pulite all'inizio degli anni ‘90.

Tuttavia, in quegli anni abbiamo assistito ad un processo di rapida mutazione antropologica dell’Irpinia. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, la società irpina ha subito un’improvvisa e convulsa accelerazione storica. Da noi convivono ormai piaghe antiche e nuove contraddizioni sociali quali la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione, che sono effetti causati da una modernizzazione prettamente consumistica. Anche in Irpinia l’effetto più drammatico della crisi scaturita dal fallimento di un modello di sviluppo diretto dall’alto negli anni della ricostruzione, è stato un processo di imbarbarimento che ha alterato profondamente i rapporti umani. I quali sono sempre più improntati all’insegna di un feticismo assoluto, quello del profitto e della merce, trasmesso alle nuove generazioni come l’unico senso e scopo della vita.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato.

Insomma, si può affermare che a 30 anni di distanza si perpetua l’arroganza di un potere affaristico, paternalistico e clientelistico che continua a ricattare i soggetti più deboli, riducendo la libertà personale degli individui, influenzando gli orientamenti politici dei singoli per creare e conservare ingenti serbatoi di voti. Tali rapporti di forza sono mantenuti in modo cinico e spregiudicato. Pertanto, è necessaria un'azione  politica che propugni una trasformazione radicale e totale dell’esistente insieme con gli altri soggetti effettivamente antagonisti e progressisti presenti nella società irpina. Le nostre popolazioni sono tuttora soggiogate da una casta politica vetusta ed incancrenita che comanda con metodi ormai anacronistici, alla maniera del celebre "Gattopardo", convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.

 

Il mio modesto contributo è semplicemente un tentativo di analisi e comprensione della realtà per provare a modificarla. La speranza di giustizia e riscatto delle popolazioni irpine reclama a gran voce un progetto di trasformazione concreta, ben sapendo che non conviene mai semplificare problemi tanto vasti e complessi perché rischia di essere controproducente. La realtà non è mai semplice come appare, è sempre contraddittoria e mutevole, per cui esige un approccio critico e un metodo investigativo capace di avvalersi di molteplici strumenti di indagine e di interpretazione dell’esistente, compresa la riflessione filosofica, che da sola non è affatto esaustiva o autosufficiente.

 

Lucio Garofalo



Irpinia Terremoto e memoria on line tra donne e amici ( di Doriana Goracci)

Ho scritto solo due giorni fa Cosa sapete dell’Italia Liberata su Facebook? per ridere e non ridere per dimenticare e non dimenticare e di video ne ho messi tanti e di conversazioni, forse come al solito troppe ma troppi sono i pretesti per non farmi dire e riportare.Stamattina in un corridio di retroguardia messaggi, ho trovato un primo video mandatomi da un’amica fuori dall’Italia e ancora giovane, è una canzone del 1974 P.P: Pasolini – D. Maraini cantata da Daniela Davoli, una del 1957…i ragazzi giù nel campo non si curano del tempo non possiedono memoria poi son presi da tristezza vieni figlia della luna della stella mattutina che regala le carezza del gran cielo…colgono rami di rosmarino per acciuffare le ragazze…


Siamo passate ai saluti tra amiche nel retrò, cosa bella, a mio parere ancora di più se possiamo metterla fuori la nostra Storia. E’ così che un’altra,Mary acab db, tira fuori il suo ricordo dell’Irpinia e riporto pari pari,anche  i puntini di sospensione li lascio come sono: “io sono dell’irpinia ….abito vicino lioni…a 10 km in pratica dall’epicentro ….da quella sera nonostante ero piccolina avevo 3 anni…è cambiato tutto….ricordo il buio e mio padre che correva con me in braccio ,ha perso una ciabatta …cercava il portone strusciando le mani sulle perline di plastica ….quando siamo arrivati fuori silenzio solo silenzio…”

E così che il messaggio di una domenica di novembre, piovosa come oggi ma con sprazzi di sole, mi ha ricordato quanto Teresa Parrella mi rammentava nel “pezzo” che ho redatto:” fra tre giorni trentennale del terremoto in basilicata e irpinia….fu cesura netta …ed è voragine oggi   ti allego stasera (notte direi , vista l’ora) un link sul terremoto dell’80….è un documentario girato da Lina Wertmuller e trasmesso (se la memoria non mi inganna) un anno dopo e cioè nel 1981… il documentario comincia al minuto 0.46 …….(il link porta il numero 6 perchè chi l’ha pubblicato lo ha fatto mettendo in sequenza due documentari sul terremoto dell’80) …..http://www.youtube.com/watch?v=IwIGe1iiCsU …ti invito a guardarlo con calma , è un documento molto interessante che oltre a parlare del terremoto ne fa pretesto per ritrarre un sud italia in fuga dal passato, è un documento etnografico in un certo senso …. certe considerazioni mi ricordano pasolini e il mondo contadino…. un saluto e fammi sapere appena lo vedrai cosa ne pensi ….Risposi all’amica: Sarà colpa del Fado?”


Il terremoto dice in apertura il video non è finito, si deve solo non dimenticare…e così l’amica Mary che aveva scritto sempre in quello spazio privato on line di FB dall’Irpinia dove vive…: “che dire doriana …a distanza di 30 anni il terremoto è  servito agli speculatori…a chi si è arricchito alle spalle dei morti…l’ho detto ieri sono solidale con l’aquila ..ma non hanno idea di che significa terremoto ….senza aiuti …la gente che si è scavata i figli,le madri …a mani nude …e SOLI…..dalle macerie ….non avere luce e viveri…dormire x mesi in una 850 in 5 ….i militari che arrivavano non sapevano neanche da dove cominciare ….beh meglio ricordarlo a chi ci accusa ….gli irpini sono gente che ha sofferto e paga invece x quello che ha saputo fare de mita ….!! furono 2.900 morti…eppure da allora io resto pietrificata se avverto una scossa …il solo pensarci mi fa restare ferma …non riesco nemmeno a muovermi …”

Noi ci muoviamo così, anche.Tudo isto existe Tudo isto é triste Tudo isto é fado ? Pioveva, anche all’Aquila il 20 novembre 2010 e questo è un video che mi ha inviato un amico che si chiama Uccello Migratore, on line.

Doriana Goracci

“Quello che posso dire nel basso della mia mediocrità è che finché ci sarà un male, ci sarà anche un bene ma se ogni tanto aprite gli occhi, di certo male non farà.” Pier Paolo Pasolini (è nello “stato” di un’altra amica Rosanna Amanda Ceroni su FB…)



FOTO VIDEO E RIFERIMENTI SU

http://www.reset-italia.net/2010/11/23/irpinia-terremoto-e-memoria-on-line-tra-donne-ed-amici/


 

 

 

 

 

 

 

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