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Avellino 1917,… quando  uno stupratore in divisa , sfortunatamente  incontrò una montellese.

Ricordi di famiglia di Antonio Camuso.

Irpinia ribelle: le storie n 12

 

Premessa : quanto  lo stupro  di una donna sia un atto ignobile e quanto colpisca la sensibilità di ognuno di noi , lo dimostrano le reazioni allo stupro di branco di  Rimini di alcuni giorni fa e lo sdegno  generale per la notizia di queste ore delle accuse rivolte a due carabinieri  a Firenza, accusati del reato da parte di due studentesse USA .  Un fatto  di grave entità ma che ha radici  lontane in una certa cultura di  chi, arrogandosi  dell’autorità di una divisa poteva impunemente dare sfogo ai suoi desideri  più turpi, salvo incontrare sfortunatamente la persona sbagliata come descriverò in questo racconto, tratto dai ricordi di famiglia e che intendo raccogliere in una pubblicazione futura.

 Carcere di Avellino anno 1917, mese imprecisato

“-E’ arrivata, capo!”-L’annuncio,  dato da una delle guardie addette al ricevimento dei familiari dei detenuti, fece aumentare di colpo i battiti cardiaci del sott’ufficiale  comandante di quel reparto.

“-Grazie, fai come ti ho detto e dopo puoi andare a prenderti un caffè, con comodo…”-

Il sott’ufficiale , le cui mani e la fronte si erano  improvvisamente coperte di un piccolo velo di sudore, andò in bagno per rinfrescarsi e, dopo averlo fatto, si lisciò i lunghi baffi neri, rimirandosi allo specchio.

“-Sì, sono proprio  un bell’uomo  e il fascino di questa divisa  farà colpo sulla bella contadinotta!”-

La causa di questa  improvvisa ondata di passione per  quel capo delle guardie carcerarie di Avellino era una giovane  appena ventenne , originaria di un piccolo paese dell’Irpinia, Montella, che ogni giovedì , partendosi dal suo paese,  veniva a far visita la sorella, che si trovava lì  rinchiusa insieme a  due gemelli attaccati al seno.

 A condurre la sventurata tra le umide  mura del carcere borbonico del capoluogo irpino, era stato l’ordine del Tribunale Militare impartito ai carabinieri dei paesi dove si riteneva  che renitenti  alla leva e disertori  si nascondessero  con la complicità delle famiglie e  se ciò fosse acclarato, condurre mogli , sorelle, madri, in carcere come ostaggio,  per indurre a più miti consigli quei vigliacchi , traditori della Patria.

Renitenti e disertori  erano divenuti  una piaga per l’esercito Italiano in quel 1917,  terzo anno di guerra, con la necessità di poter mandare  il maggior numero possibile di uomini a morire  nelle trincee del Carso e che sarebbe divenuta  prioritaria  pochi mesi dopo i fatti di cui narriamo, con la sconfitta a Caporetto  e la ritirata sul Piave.

Il sott’ufficiale  attraverso la porta accostata,  della sala delle visite,  rimirò  di nascosto l’oggetto del suo desiderio: una ragazza con il suo lungo abito tradizionale e i capelli tirati dietro la testa ed intrecciati secondo l’acconciatura delle donne irpine di quel tempo.

 Come sarebbe stato bello poterglieli sciogliere ed accarezzarglieli... Con il cuore che gli  batteva in disordine e dopo essersi assicurato che nessuno dei suoi sottoposti avesse osato trasgredire l’ordine di esser lasciato solo ,che aveva preventivamente impartito ,  fece  il suo ingresso  nella sala:

“-Buongiorno, signorina, prego,   in questa sala verranno gli altri familiari oggi e ci sarà troppo confusione per lei e per sua sorella  con i suoi due bambini…venga con me,  abbiamo riservato per voi  una sala qui a fianco!- conducendola  per un breve corridoio in una stanza poco lontana.

La ragazza,  non vedendo la sorella , prese per buono quanto le diceva quell’omone, ben distinto, che si muoveva ed atteggiava con tanta autorevolezza e di buon grado lo seguì.

 “-Prego si accomodi, ora verrà sua sorella.”-   La stanza era scarsamente arredata con  un tavolo e qualche sedia ,ed illuminata malamente da un piccolo finestrino posto in alto.

 Fu questione di attimi e  con il favore della semioscurità, la giovanetta si ritrovò quell’uomo addosso che la spingeva contro il tavolo , cercando con le mani di  scioglierle il corsetto e toccarle il seno .

Altre  donne in quella situazione sarebbero rimaste paralizzate  dallo spavento per quell’improvvisa aggressione, ma  per sfortuna di quel focoso  e maldestro stupratore in divisa  , quella che si trovava letteralmente tra le mani non era una donna qualunque , era una montellese, che sin dall’infanzia era stata abituata a  cavarsela da sola, in montagna, tra i boschi,  sotto la neve,  in mezzo ai lupi e pronta a reagire ad ogni minaccia. Ma la sfortuna peggiore per il focoso carceriere fu che in quella donna scorreva lo stesso sangue nelle vene, essendone la nipote, del famoso Alfonso Carbone , un brigante che  era divenuto famoso nell’avellinese nella seconda metà dell’Ottocento.

 Il malcapitato sott’ufficiale, vedendola che quasi si adagiava  sul tavolo pensò che ormai la preda  ambita  stesse per  accettare di soddisfare le sue voglie,  ma invece , quella che sembrava un agnellino,  astutamente,  adocchiato sul tavolo un grosso bicchiere di vetro, una caraffa ,  stese il corpo per raggiungerne l’impugnatura  e con essa colpire al volto lo stupratore in divisa.

  Un colpo così violento che  mandò in frantumi , il bicchiere , e i cui vetri taglienti sfregiarono il viso dell’uomo .  Alle grida  disperate del loro capo  accorsero le gurdie carcerarie  che trovarono ancora quella furia di montellese , scarmigliata ed i vestiti un po’in disordine  e che brandiva minacciosa  quel che restava della caraffa.

 Leontina Carbone si ritrovò quindi in compagnia , sì della sorella Angiulina Carbone, mia nonna,  ma da detenuta e non da visitatrice ed in catene,  il giorno dopo,  fu condotta davanti al magistrato per essere  giudicata per direttissima.

Ad essere più  in ansia a dire il vero , in quell’aula di tribunale,  sembrava più il pover’uomo in toga,  obbligato a  scegliere se dare o no,  una lezione ad una sfrontata, che aveva ferito gravemente  un rappresentante della legge,  ma col rischio di ritrovarsi  la responsabilità  di avver avvallato  il tentato stupro  di una  giovinetta  di un paese, Montella,  noto per esser patria di pazzi e di briganti e pagarne le conseguenze.

 Dinanzi a lui sulla destra c’era la presunta vittima , il sottufficiale , con la faccia  malamente incerottata, in alta uniforme, che ululava  le sue accuse intercalate con lamenti,  e dall’altra quella ragazza, per niente  intimorita  che guardandolo dritto con quegli occhi che sembravano lampeggiare, con una mossa a sorpresa  si slacciò il corpetto e gli fece vedere i graffi procuratole dal focoso amante:- “ Signoria vostra, guardate , qua . Lo devono sapere tutti quello che voleva farmi questo porco!”-

Il giudice, strabuzzando gli occhi,  non ci pensò due volte ad emettere la sentenza  di assoluzione ed  evitare che per colpa di una  ragazzina si scatenasse un’altra guerra tra le  montagne dell’irpinia…bastava già quella del Carso a mieter vittime e lui non voleva ritrovarsi  in mezzo ad una seconda,   proprio in casa!

Zia Leontina , all’inizio degli anni 70 , venendo a Montella , in vacanza dagli Stati Uniti,  fece visita  anche a sua sorella Angiulina, nia nonna   ed il caso volle che da studente,   fossi anch’io in vacanza da Brindisi, ed  ebbi la fortuna di assistere al loro incontro.

le due sorelle in una foto del 1926

 Tra i ricordi che si scambiarono quel giorno, fu quello della vicenda di cui oggi ho narrato  e ricordo perfettamente come zia Leontina ridendo,  mimasse il gesto che fece il giudice  rivolgendosi  al capo delle guardie carcerarie, un gesto che mimò di sputargli in faccia accompagnato con un:

 “- E tu grande e grosso  che ti fai ridurre così da sta povera “vagliona , vieni qui a   rompermi…!”- e come salomonicamente  voltandosi alla giovane montellese  le intimasse di non metter più  piede ad Avellino, pena  quello di farle girare tutti i carceri d’Italia, ben contento di  tenere lontano dalla città in cui il giudice risiedeva,  quella bomba ambulante.

Ricordo anche come angelicamente, con quel sorriso che  tutti amavano di zia Leontina , ella mi dicesse che mentre  le guardie l’accompagnavano fuori,  passando dinanzi al povero sfortunato stupratore gli sussurrasse , visto che lei non poteva più ritornare in città , di venirla a trovare a Montella e che era disposta ad un tète a tète , che li vedesse soli , magari all’ombra di qualche frasca…  A questo , aggiungense la cara zia , con lampo di quegli occhi  all’apparenza dolcissimi, fosse tanto dispiaciuta che quel baldo e focoso giovane che voleva “perdere la  testa”  per lei , non avesse mai voluto  esaudire quella sua richiesta…Che fosse un incontro d’amore o di altra natura lascio la fantasia del lettore  ad immaginarselo…

Antonio Camuso

Archivio Storico Benedetto Petrone

Brindisi 9 settembre 2017

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