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RESISTENZA AL NAZIFASCISMO /11

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Iniziative

 

Benedetto Petrone
 
Genova 2001
 

 

Ylenia
 
 
 

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FOIBE E PROFUGHI

DAL SITO DI CARMILLAONLINE, UN INTERESSANTE ARTICOLO E APPROFONDIMENTO DI CLAUDIA CERNIGOJ SUL TEMA DELLE FOIBE INSERITO NELL'ESAME DI STATO 2010

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/07/003537.html

 

 

TEMA DI MATURITA': LE FOIBE

 

di Claudia Cernigoi

 

Un mio sogno ricorrente è quello di dover affrontare di nuovo l’esame di maturità, sogno che mi dà sempre una sensazione di angoscia perché mi rendo conto che, a distanza di tanti anni, ho ormai dimenticato buona parte delle cose che avevo studiato al liceo. Però, quando ho visto che tra le “tracce” dei temi per i maturandi di quest’anno c’era un titolo sulle “foibe”, ho pensato per un attimo che mi sarebbe piaciuto rifare la maturità in modo da scrivere su questo tema.
Poi mi sono messa nei panni di uno studente maturando nell’anno di grazia 2010 e mi sono detta: alt, non è una passeggiata. Intanto perché bisognerebbe capire quale preparazione hanno avuto gli studenti su questo argomento, su quali testi storici sono stati istruiti, o se piuttosto quello che sanno è solo quanto è stato diffuso come propaganda, se la loro conoscenza delle foibe deriva dal filmino “Il cuore nel pozzo”, dalle esternazioni dei gruppi neofascisti o neoirredentisti, dalle semplificazioni ideologiche (e non storiche) sulle quali si basano la maggior parte degli storici “accreditati”.

No, non sarebbe stato un tema facile da svolgere per un maturando. Però io, che ho al mio attivo una quindicina di anni dedicati allo studio delle “foibe”, ho pensato di sviluppare questa “traccia” nel modo seguente, che è la rielaborazione di un intervento che ho fatto al festival delle culture antifasciste di Bologna il 1° giugno scorso. Consapevole che uno svolgimento del genere non avrebbe probabilmente ottenuto il massimo dei voti dalla commissione esaminatrice, lo propongo qui.

 

Resistenza al confine orientale e questione “foibe”: ricerca storica o disinformazione strategica?

 

I fase: dopo l’ 8/9/43: ecco il conto!

Nella ricerca storica sulla questione delle “foibe” il primo periodo storico da esaminare è quello dell’immediato dopo 8 settembre 1943, quando, in seguito all’armistizio firmato con gli Alleati, i militari italiani furono abbandonati dai vertici dell’esercito e si trovarono allo sbando. In questo stato di vacanza del potere alcune zone dell’Istria passarono per breve tempo sotto il controllo delle formazioni partigiane; vi furono arresti di persone, in genere compromesse con il regime fascista, ed anche esecuzioni sommarie causate da vendette personali. Le vittime di questo periodo furono circa 300; i corpi di 200 di queste vittime furono riesumati da svariate “foibe”, ma su questi recuperi torneremo più avanti.
Consideriamo ora invece che per riprendere il controllo del territorio i nazifascisti causarono, tra fine settembre ed i primi di ottobre, migliaia di vittime nel territorio istriano: il fatto è che di questi morti non si parla mai, come se non esistessero, nonostante siano almeno dieci volte più numerosi degli “infoibati” nel periodo immediatamente precedente. 
Da subito iniziò l’uso strumentale delle foibe per nascondere i crimini commessi dai nazifascisti: si misero in evidenza esclusivamente le violenze operate dai partigiani tacendo della feroce repressione nazifascista. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti. Si volle in tal modo creare un clima di terrore nella popolazione allo scopo di isolare il movimento partigiano, che veniva descritto come feroce e pericoloso per tutti i civili, e che lo scopo del potere era proprio quello di difendere la popolazione dalle violenze dei partigiani.
Per comprendere come iniziò la propaganda nazifascista cito ora un’analisi di Paolo Parovel (1): < I servizi della X Mas assieme a quelli nazisti organizzarono la riesumazione propagandistica degli uccisi, con ampio uso di foto raccapriccianti dei cadaveri semidecomposti e dei riconoscimenti da parte dei parenti. Le prime pubblicazioni organiche di propaganda sulle foibe sono due: “Ecco il conto!” edita dal Comando tedesco già nel 1943, ed “Elenco degli Italiani Istriani trucidati dagli slavo-comunisti durante il periodo del predominio partigiano in Istria. Settembre-ottobre 1943” redatto nel 1944 per incarico del Comandante Junio Valerio Borghese, capo della X Mas e dell’on. Luigi Bilucaglia, Federale dei Fasci Repubblicani dell’Istria, da Maria Pasquinelli con l’ausilio di Luigi Papo ed altri ufficiali dei servizi della X Mas >.

Oltre a queste due pubblicazioni vanno citati come basilari per la creazione di questa propaganda anche gli articoli che comparivano sul “Piccolo” di Trieste e sul “Corriere istriano”. Nell’autunno del ‘43 il giornalista del “Piccolo” Manlio Granbassi (fratello di Mario, giornalista ma anche volontario fascista in Spagna caduto in sostegno dei golpisti di Franco), che firmava i propri articoli con la sigla P.C., si recò in Istria da dove relazionò sui recuperi dalle foibe effettuati dal maresciallo dei Vigili del Fuoco Arnaldo Harzarich per conto dei nazisti. Non avendo trovato documenti datati precedentemente agli articoli di Granbassi, supponiamo che sia stato lui il primo a descrivere con dovizia di particolari le presunte sevizie ed esecuzioni cui sarebbero stati sottoposti “sol perché italiani” coloro che furono poi riesumati dalle varie cavità istriane.

La propaganda sulle foibe, dovendosi basare su circostanze inesistenti, non considera logicamente la documentazione storica del periodo. Vi sono due documenti dell’epoca che possono servire ad inquadrare le vicende, sono ambedue noti agli storici da decenni, ma di essi anche recentemente gli storici continuano a non tenere conto.
Il primo documento è la cosiddetta relazione Cordovado, redatta dal dottor Marcello Cordovado, che si trovava a Pisino alla fine del 1943. Secondo un appunto (probabilmente del capitano Ercole Miani, membro del CLN triestino, che fu successivamente il fondatore della Deputazione di storia del movimento di liberazione di Trieste) l’autore redasse questa relazione su incarico dello stesso CLN, che a Trieste era di sentimenti anticomunisti e nazionalisti.
Lo scritto, intitolato “La dura sorte di Pisino”, consta di 7 pagine e descrive gli avvenimenti dal 10 settembre ai primi di ottobre del 1943. Ne leggiamo alcune parti che possono servire ad inquadrare la situazione. 
Dopo avere descritto come i partigiani prendessero il controllo di Pisino senza colpo ferire, dato che i comandanti militari e dei carabinieri cedettero loro le armi alla prima richiesta, Cordovado fa queste descrizioni: “Il dominio partigiano si svolgeva senza eccessivi disordini, salvo qualche ammazzamento tra i partigiani stessi nelle frequenti liti durante le loro libazioni” (…) “Alcuni squadristi vennero uccisi ed altri vennero imprigionati nel castello Montecuccoli. Perquisizioni, arresti e minacce si susseguirono in questo periodo di ansia da parte della popolazione che assisteva e subiva impotente la situazione” (…) “Il Capo partigiano tuttavia si scusava di qualche eccesso e dell’uccisione di alcuni squadristi, biasimando il fatto ed attribuendolo ad elementi fanatici ed estremisti”. 
Dopo questo periodo di relativa calma arrivarono i tedeschi. Il 4 ottobre verso le 11 del mattino 13 Stukas iniziarono il bombardamento a bassa quota con bombe di medio calibro “colpendo indistintamente tutto l’abitato”. La popolazione cercò scampo nelle campagne, ma “molti incappavano nel peggio”, perché i reparti tedeschi di rastrellamento “non badavano troppo per il sottile” e spesso mitragliavano ed uccidevano i fuggiaschi “che non sapevano spiegarsi in tedesco e giustificare la loro presenza fuori di casa” (come se questo fosse un motivo valido per venire falciati?), ed in tal modo vennero uccisi dai tedeschi anche il podestà ed il preside del ginnasio che stavano scappando verso nord.
Verso mezzogiorno cessò il bombardamento e nello stesso tempo si avvicinò la prima colonna corazzata germanica dal sud di Pisino, accolta da “nutrito fuoco di fucileria dalle prime case”. I carri armati aprirono il fuoco contro le case “che tosto andarono in fiamme e distrutte. Coloro che da dette case scappavano venivano indistintamente tutti mitragliati e stesi al suolo”, e furono uccisi “molti innocenti tra cui donne e bambini”. Proseguendo verso il centro di Pisino se da qualche casa proveniva una fucilata essa veniva “per pronta rappresaglia immediatamente incendiata”.
“Pisino presentava uno spettacolo pauroso: incendi in tutte le direzioni, in parte dovuti al bombardamento del mattino ed in parte al cannoneggiamento delle colonne (…) la popolazione era letteralmente atterrita dalle distruzioni compiute: l’ottanta per cento delle case era rimasto distrutto in poche ore”.
Le colonne tedesche fermarono gruppi di persone tra le case, sottoposti ad interrogatorio ed in parte fucilati, o portati al castello, dove “per una pura combinazione non successe una tragedia più grande”, in quanto alcuni reparti tedeschi vedendo il castello pieno di prigionieri italiani che erano stati lì abbandonati dai partigiani che avevano lasciato Pisino, li scambiarono per partigiani e puntarono loro contro le mitragliatrici pesanti. Solo per l’intervento di un capitano tedesco che riuscì a spiegare la situazione solo “il primo che si era presentato davanti” venne ucciso.
Da questo documento, che descrive chiaramente sia il comportamento dei partigiani, sia quello successivo dei nazifascisti, appare senza ombra di dubbio chi fu a mettere a ferro e fuoco l’Istria e provocare il martirio di quel popolo. 
Andiamo ora a vedere un altro documento, redatto nell’estate del 1945, il cosiddetto “Rapporto Harzarich”, così chiamato dal nome del sottufficiale dei Vigili del Fuoco di Pola maresciallo Arnaldo Harzarich, che eseguì diversi recuperi da varie “foibe” istriane, dal 16 ottobre 1943 (immediatamente dopo che le truppe tedesche ebbero preso in mano il controllo di tutta l’Istria) fino alla primavera del ‘44. Lavorava sotto il diretto controllo dei nazisti e non era sicuramente sospettabile di simpatie “filoslave” o “filocomuniste”. Questo documento non è la relazione dei recuperi ma una “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, interrogatorio reso al “Centro J” dell’esercito angloamericano nel luglio 1945 (2) . 
In esso Harzarich descrive i recuperi effettuati dalla sua squadra (circa 200 corpi), ma è degno di nota che per le identificazioni degli “infoibati” il maresciallo faccia riferimento, più che non a documentazione propria o ricordi personali, a quanto apparve all’epoca delle riesumazioni sia sulla stampa (cioè gli articoli di Granbassi, anche se spesso molti particolari riportati da Granbassi nei suoi articoli non corrispondono proprio a ciò che Harzarich dichiarò di propria mano), sia in “Ecco il conto!”.
È però fondamentale dire che dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di Harzarich. Così come, a proposito di una delle “mitologie” che furono create intorno alle foibe, e cioè che gli “infoibatori” usassero gettare un cane nero sopra i corpi degli infoibati (gesto al quale sono stati dati negli anni i significati più vasti, dalla superstizione allo spregio, rasentando la magia nera), nei fatti Harzarich disse che in UNA foiba fu trovata la carogna di UN cane nero.

Un altro documento che dovrebbe servire a mettere fine alla querelle sul numero degli infoibati nel periodo in questione è una nota inviata al capitano Miani dal federale dell’Istria Bilucaglia, nell’aprile 1945, che accompagnava 500 pratiche relative a risarcimenti destinati a parenti di persone uccise dai partigiani dall’8/9/43 fino allora. È quindi una stessa fonte ufficiale fascista a dichiarare che, ad aprile 1945, gli “infoibati” in Istria non erano stati più di 500, comprendendo in questo numero anche gli uccisi per fatti di guerra nei 18 mesi successivi al breve periodo di potere popolare nella zona di Pisino.
Questa nota è stata pubblicata da Luigi Papo nel suo “E fu l’esilio” (Italo Svevo 1998), lo stesso che dichiarò al PM Pititto che indagava sulle “foibe” istriane che all’epoca “si trattò di vero e proprio genocidio (…) gli italiani, per il solo fatto di essere italiani venivano prelevati a centinaia e portati quasi tutti nel castello di Pisino (...) ne vennero ammazzati circa 400” (3). 
Proseguendo con la creazione delle false notizie sulle foibe, è sempre Papo a dirci che fu Maria Pasquinelli (4) a portare “in salvo” da Pola sul finire della guerra “per incarico del Centro Studi Storici di Venezia ” (5) assieme ad altri documenti, anche “copia di tutta la documentazione sulle foibe”. Giunta a Milano il 26 aprile 1945, in Piazzale Fiume (dove aveva sede l’Ufficio Stampa della X Mas), prese contatto con Bruno Spampinato, l’ufficiale della Decima che aveva ricevuto l’incarico dal comandante Borghese, e gli consegnò tutto il materiale, parte del quale era già stata utilizzato per la stesura di svariati articoli e che successivamente fu diffuso dagli uffici stampa della Decima. Fu così che iniziò quell’operazione propagandistica che dura da sessant’anni ed i cui effetti arrivano fino al giorno d’oggi e sono ben evidenti ai nostri occhi: le foto sono le stesse che vengono pubblicate in ogni occasione in cui si parla di foibe, indipendentemente dalla zona o dal periodo storico di cui si parla, amplificando in questo modo anche il numero reale dei morti. Nel dopoguerra i servizi segreti che avevano fatto riferimento alla Decima collaborarono anche con i servizi segreti degli Alleati in funzione anticomunista ed una delle loro attività fu appunto continuare a propagare la “mitologia” dei “migliaia di infoibati dai titini”.

 

II fase: dopo il maggio 1945: le foibe come “contraltare” ai crimini di guerra italiani.

La propaganda sugli infoibamenti e sui crimini che sarebbero stati commessi dai liberatori ricominciò dopo la fine della guerra. In tutta Italia (come del resto negli altri paesi d’Europa che furono occupati dai nazifascisti) si verificarono delle rese dei conti contro chi aveva collaborato con il nemico invasore, però (pur in presenza di operazioni come la corposa produzione letteraria sui “crimini dei liberatori”, della quale Giampaolo Pansa è uno dei capiscuola) la propaganda oggi sembra concentrarsi per la maggior parte sugli avvenimenti del confine orientale.
A Trieste, nonostante la vulgata generalizzata, le esecuzioni sommarie furono molto limitate, proprio perché la dirigenza jugoslava che aveva sotto controllo la città vigilava in modo che non si svolgessero abusi. Ricordiamo qui quanto scrisse lo storico triestino Mario Pacor a proposito del “malcontento operaio” nel maggio del ‘45, quando Trieste era sotto amministrazione partigiana jugoslava:
“Fu così che agli operai insorti non fu permesso di procedere a quelle liquidazioni di fascisti responsabili di persecuzioni e violenze, a quegli atti di “giustizia sommaria” che invece si ebbero a migliaia a Milano, Torino, in Emilia e in tutta l’Alta Italia nelle giornate della liberazione e poi ancora per più giorni. “Non ce lo permettono” mi dissero ancora alcuni operai “pretendono che arrestiamo e denunciamo regolarmente codesti fascisti, ma spesso, dopo che li abbiamo arrestati e denunciati, essi li liberano, non procedono. E allora?” ne erano indignati... > (6).
In questo senso scrisse anche, nel lontano 1948, il quotidiano “Trieste Sera”: < a Trieste non avvenne come nell’Italia settentrionale. Niente morti ai margini delle strade, niente uccisioni sulla soglia di casa. Gli arresti o “prelevamenti” avvenivano sulla base di precedenti segnalazioni. La maggior parte degli arrestati ritornavano a casa dopo alcuni giorni di indagini e molti subito. Sarebbe interessante invitare tutti gli arrestati durante i primi giorni di occupazione della città che hanno ripreso immediatamente la loro vita civile e sarebbe interessante vedere quanti di essi erano compromessi col fascismo e col nazismo per giudicare le autorità popolari d’allora. Circa 2.500 persone vennero arrestate e trattenute, 2.500 su 250.000, dunque l’uno per cento. Molte di queste ritornarono durante questi due anni e mezzo, ma del loro numero nessuno si occupò di tener conto. Oggi tutti, anche i ritornati, vengono sempre fatti figurare come scomparsi > (7) .
Nella “fabbrica” della propaganda sulle foibe un ruolo preminente lo ebbe il CLN triestino, quello che si era staccato dal CLN Alta Italia perché non voleva conformarsi alle direttive nazionali di collaborare con il Fronte di Liberazione-Osvobodilna Fronta di Trieste, che aveva contatti con l’esercito di liberazione jugoslavo. Già da maggio 1945 il CLN di Trieste iniziò a fornire notizie false ai comandi alleati per creare un “allarme” sulla questione degli infoibamenti, dando false notizie su presunti infoibamenti a Basovizza di 400 o addirittura 600 persone gettate dagli jugoslavi nel pozzo della miniera (quello che oggi è diventato il monumento nazionale). Nonostante queste bufale venissero di volta in volta smentite dalle autorità, nonostante lo stesso capitano Miani avesse dichiarato allo studioso triestino Diego de Henriquez che “le persone scomparse durante l’occupazione di 40 giorni jugoslavi erano circa cinquecento e non migliaia come egli (cioè Miani,ndr) usa dire nelle sue azioni di propaganda contro gli slavo-comunisti” (8), ancora oggi si continua a fare confusione e mistificazione sul reale numero degli “scomparsi” nel maggio 1945 a Trieste.

Nello stesso tempo, a livello internazionale si creò un altro tipo di problema, riguardante la punizione dei criminali di guerra italiani richiesti dalla Jugoslavia, problema che fu sollevato dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer (9) nel 2001:
< Come dimostra un importante documento dell’agosto 1949 (doc. 19 Segr. Pol. 875, inviato il 20/8/49, firmato Zoppi, inviato A S.E. l’Ammiraglio Franco ZANNONI, Capo Gabinetto Ministero Difesa ROMA), nessuno dei pur pochi indagati considerati dalla Commissione d’inchiesta deferibili alla giustizia fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo. Qualcuno lo fece rifugiandosi all’estero. La tattica dilatoria delle autorità italiane ebbe quindi pieno successo. Ciò anche in ragione dei mutamenti internazionali avvenuti nel 1948. La rottura fra Jugoslavia ed URSS del giugno 1948 privò, infatti, Belgrado dell’appoggio dell’unica delle quattro grandi potenze dimostratasi fino ad allora disposta a sostenerne le rivendicazioni >.
A questo punto va inserito un intervento del procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, < “alla fine degli anni Quaranta fu aperto presso questo ufficio un procedimento nei confronti di 33 persone accusate di concorso in uso di mezzi di guerra vietati e concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge. Il procedimento si concluse il 30 luglio 1951 con una sentenza del giudice istruttore militare. Questi stabilì che non si doveva procedere nei confronti di tutti gli imputati, perché non esistevano le condizioni per rispettare il principio di reciprocità fissato dall’articolo 165 del Codice penale militare di guerra”. Secondo tale norma, un militare che aveva commesso reati in territori occupati poteva essere processato a patto che si garantisse un eguale trattamento verso i responsabili di reati commessi in quella nazione ai danni di italiani. Vale a dire, per esempio: noi processiamo i nostri militari colpevoli, voi jugoslavi condannate i responsabili delle uccisioni nelle foibe. L’articolo 165, continua Intelisano, è stato riformato, con l’abolizione della clausola di reciprocità, nel 2002 > (10).
Lo studioso triestino Fabio Mosca ha tratto queste conclusioni: il “nuovo” esercito italiano ricostituito al Sud, “formato da ufficiali già impegnati nella guerra fascista, minacciati di essere processati dai paesi aggrediti che ne chiedevano l’estradizione” si unì ai “politici della ‘nuova Italia’ in un coro nel gridare alle foibe”; cioè avrebbero “visto nelle foibe una buona occasione per occultare le sue colpe”. In questo contesto “la foiba di Basovizza, unica in zona accessibile, assurse a grande valore nella campagna per delegittimare la nuova Jugoslavia nelle sue richieste di estradizioni. Gli anglo americani acconsentirono alla manovra conservando il segreto sulla realtà del ricupero di ‘soli” 10 corpi in divisa di tedeschi dalla suddetta foiba. Nel 1948 la Jugoslavia non contò più sul suo alleato sovietico e smise di richiedere le estradizioni. I criminali non vennero mai consegnati né processati e cessò per decenni la campagna sulle foibe. Dalla morte di Tito in poi, le foibe vennero nuovamente riproposte per preparare l’opinione pubblica per l’eventuale blitz per il recupero dei territori perduti nel ‘45” (11).

La situazione rimase poi statica fino all’inizio degli anni ’90: la destra continuava ad usare la questione delle foibe in senso anticomunista, antijugoslavo ed irredentista, mentre la sinistra preferiva ignorare il problema. Unica voce fuori dal coro il professor Giovanni Miccoli dell’Università di Trieste che nel 1976, all’epoca del processo per i crimini della Risiera di San Sabba (campo di concentramento e di sterminio nazista a Trieste), di fronte alla richiesta di settori della destra estrema (tra i quali l’ex esponente triestino di Ordine nuovo, Ugo Fabbri, supportato dalla rivista “Il Borghese”) di procedere anche contro gli “infoibatori”, definì “accostamento aberrante” quello che si voleva fare tra foibe e Risiera, in quanto i crimini della Risiera furono il prodotto di una violenza di stato, organizzata a tavolino, con fini ben determinati, mentre ciò non si poteva dire per le vittime delle foibe (all’epoca, ricordiamo, la terminologia “foibe” non aveva ancora assunto quella caratteristica di generalizzazione che vedremo più avanti). 
Le richieste della destra non tenevano inoltre conto delle decine di processi celebrati dal GMA tra il 1946 ed il 1949 contro membri della Resistenza accusati di essersi fatta giustizia da sé, spesso condannati a pene piuttosto severe.
Possiamo fissare come punto fermo della storiografia nel 1990 lo studio di Roberto Spazzali “Foibe. Un dibattito ancora aperto” (edito a cura della Lega Nazionale di Trieste), dove lo storico raccoglie quasi tutto ciò che era stato pubblicato e detto sulle foibe fino a quel momento.

 

III fase, anni ’90, grandi manovre.

All’inizio degli anni ‘90, dopo il crollo del muro di Berlino e l’asserita “fine del comunismo”, con il contemporaneo sfascio della Jugoslavia, anche la pubblicistica sulle foibe ha conquistato nuova linfa.
Fondamentale in questa operazione il ruolo del pordenonese Marco Pirina, che negli anni ‘60 e ‘70 era stato un attivista di estrema destra (quale rappresentante del Fronte Delta fu coinvolto nelle indagini sul tentato golpe Borghese, e poi prosciolto), che iniziò una serie di pubblicazioni sulle vicende del confine orientale, finalizzate a dimostrare la “barbarie” dei partigiani, la violenza dei “vincitori”, ma usando a questo scopo metodi poco ortodossi, come il moltiplicare la quantità di “infoibati” inserendo negli elenchi delle “vittime dei titini” anche moltissimi nominativi di persone che non erano state uccise dai partigiani.
Verso metà degli anni Novanta, all’opera di falsificazione storica di Pirina si aggiunsero le dichiarazioni politiche di personalità della sinistra, come il segretario del PDS triestino Stelio Spadaro, il quale iniziò a dire che era giunta l’ora che anche a sinistra si riconoscessero i crimini delle foibe; ed anche le prese di posizione dell’onorevole Luciano Violante, che si attivò a favore del riconoscimento dei “ragazzi di Salò” e promosse assieme a Gianfranco Fini un convegno (svoltosi non si sa se casualmente o per scelta proprio a Trieste nel 1998), il cui scopo era di giungere ad una “pacificazione”, che in pratica significava nient’altro che la riabilitazione e legittimazione del fascismo e dei combattenti della Repubblica Sociale Italiana.
Nello stesso periodo il PM romano Giuseppe Pititto iniziò un’indagine sulle “foibe”, che prese l’avvio da un paio di denunce presentate da figli di “infoibati” che erano supportati, dal punto di vista legale, dall’avvocato Augusto Sinagra, piduista ed irredentista, che nel corso dei convegni cui partecipava usava dire che lo scopo di quel processo era di restituire in sede legale agli esuli ciò che era stato loro tolto in sede storica.
Questa istruttoria, presentata sulla stampa come risolutiva della vicenda “foibe” si concluse alla fine con un nulla di fatto: le richieste di rinvio a giudizio erano relative ad un decina di vittime a Pisino nel 1943 e tre a Fiume nel 1945, e la sentenza finale sancì che l’Italia non aveva giurisdizione sul territorio dove si erano svolti i fatti.
Di fronte a questa offensiva di criminalizzazione della Resistenza al confine orientale si costituì un gruppo di lavoro sia per organizzare la difesa degli imputati nel processo iniziato da Pititto, sia per rispondere in maniera storica alle mistificazioni che venivano diffuse dagli organi di stampa. Un primo prodotto di questa attività fu il mio breve studio (“Operazione foibe a Trieste”) pubblicato nel 1997, che nel mare magnum di pubblicazioni sull’argomento era uno dei pochi che inquadrava la cosiddetta “questione delle foibe” da un punto di vista storico e non agiografico o politico.
In esso, oltre a contestualizzare i fatti nell’epoca in cui si svolsero, inserii un elenco di nominativi di presunti “infoibati” (tratto dal “Genocidio…” di Pirina, pubblicato nel 1995) analizzati uno ad uno e dal quale risultava che il 64 % dei nominativi dati per “infoibati” da Pirina non c’entravano nulla: o si trattava di trascrizioni errate per cui i nominativi erano duplicati, oppure erano nomi di persone arrestate ma poi rilasciate, o rimpatriate dalla prigionia, di morti nel corso del conflitto, di uccisi per regolamenti di conti anche molti anni dopo la fine della guerra, o addirittura (la mistificazione suprema) si trattava di partigiani uccisi dai nazifascisti.
Questo studio, essendo basato su documenti (alcuni dei quali inediti) era quindi inoppugnabile da un punto di vista storiografico, e suscitò (com’era da aspettarsi) reazioni negative da parte di coloro che avevano da sempre usato a scopo politico la questione delle foibe, ingigantendo il numero delle vittime
Le risposte non mancarono, da Pirina che pubblicò un pamphlet dal significativo titolo “Ecco il conto!”, che non a caso riprende in copertina il titolo, la grafica ed una delle foto che apparivano nell’omonimo libello edito dai nazisti nell’inverno del ‘43 sulle foibe istriane, al ponderoso volume di Giorgio Rustia che oggi viene propagandato sul sito dell’ANVGD (12) come “la risposta completa e dettagliata a tutte le teorie negazioniste di sedicenti storici e trinariciuti divulgatori che imperversano su internet, nelle librerie, ai convegni e nelle scuole”. Nessuna di queste “risposte” è stata in grado di confutare i risultati delle ricerche pubblicate in “Operazione foibe a Trieste”, né tantomeno nella successiva edizione del 2005 (“Operazione foibe tra storia e mito”), ma in riferimento al termine “teorie negazioniste” cui accenna l’ANVGD bisogna spiegare che nel corso degli anni si è costituito un gruppo di ricercatori storici (Resistenza storica) che sulla base di nuova documentazione trovata in archivi non solo italiani, ha prodotto svariati studi sull’argomento. Queste ricerche sono state sbrigativamente definite “negazioniste” in quanto non concordano con quanto è stato finora sostenuto in maniera del tutto propagandistica, proprio dalle stesse persone ed associazioni che non si fanno scrupolo di affermare il falso pur di mantenere viva la “mitologia” delle foibe.
Se queste reazioni da parte della destra non stupiscono, la cosa che dà da pensare, invece, è che gli storici accreditati in materia (Pupo e Spazzali) bollarono “Operazione foibe a Trieste” come “tesi militanti” (13), negandogli dunque una qualsivoglia dignità di testo storico (quanto alla successiva edizione, “Operazione foibe tra storia e mito”, spesso non viene neppure citata nelle bibliografie sull’argomento). Questi sono gli stessi storici che hanno iniziato la pubblicazione di alcuni testi la cui intenzione sembra essere quella di analizzare il “fenomeno delle foibe” in senso politico e non storiografico, in quanto ritengono che non sia più necessaria la ricerca storica sull’argomento. Pertanto questi testi non tengono conto tanto di documenti (inediti o già noti) ma si basano piuttosto su quanto già pubblicato precedentemente da altri studiosi. 
Inoltre, nel citato “Foibe” del 2003 Pupo e Spazzali diedero una svolta notevole nella storiografia in materia:
< Quando si parla di “foibe” ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale >.
Gravissima affermazione, dato che solo una minima parte di coloro che morirono per mano partigiana durante e dopo la guerra furono effettivamente uccisi nelle foibe, mentre la maggior parte di coloro che persero la vita nel dopoguerra morirono nei campi di prigionia o dopo condanna a morte. Ma accettare a livello storicistico una tale definizione, che nell’immaginario collettivo ha sempre richiamato l’immagine di una morte terribile, significa soltanto voler perpetuare una generalizzazione mistificante che non fa certo un buon servizio alla realtà storica.

 

Punto finale, 2010: “colpire la memoria, riscrivere la storia”.

“Operazione foibe a Trieste” si apriva con la citazione di alcuni versi della canzone “Ruggine” degli Africa Unite: “colpire la memoria, riscrivere la storia”, parole che a distanza di 13 anni appaiono quanto mai appropriate. Nel 2004 fu approvata la legge per l’istituzione del Giorno del ricordo “della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale” (14), da celebrare il 10 febbraio, cioè nell’anniversario della firma del Trattato di pace del 1947. La legge prevede dunque che in tale giornata si approfondisca la conoscenza dei fatti del confine orientale, il che significa parlare non solo delle foibe e dell’esodo, ma anche dei crimini di guerra italiani e più genericamente del fascismo e dell’antifascismo nelle nostre terre. Dal 2005, quindi, si sono moltiplicate le iniziative sull’argomento, non solo quelle meramente celebrative, organizzate dalle associazioni degli esuli (principalmente l’ANVGD), che ripropongono le vecchie teorie propagandistiche delle “migliaia di infoibati solo perché italiani”; ma anche iniziative che vedono la partecipazione di storici seri, tra i quali anche i rappresentanti di Resistenza storica.
Contro questi ultimi si è scatenata un’offensiva feroce che, partendo dal presupposto che tutto quanto era stato detto “prima” sulle foibe è verità conclamata, tutti coloro che (pur portando a dimostrazione di quanto scrivono fior di documenti) non vi si conformano, diventano automaticamente “negazionisti”, ai quali dovrebbe essere, secondo le posizioni di Lega nazionale, Unione degli Istriani e ANVGD (supportati da alcuni esponenti politici) impedito di parlare, e magari in un futuro comminata la galera se insistono a voler esprimere le loro posizioni.
È interessante che il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, che vorrebbe venisse emanata una legge a questo scopo, abbia anche preso le distanze da coloro che non conoscendo i fatti storici tendono ad ingigantire il fenomeno foibe, esagerando la quantità delle vittime, ed ha invece considerato quali storici seri Pupo e Spazzali, che in effetti negli ultimi mesi sembrano avere monopolizzato la gestione storiografica sulle vicende del confine orientale alla fine del secondo conflitto mondiale.

È necessario a questo punto fare un’analisi della storiografia secondo Pupo e Spazzali, come l’abbiamo sentita esprimere nel corso di una conferenza tenutasi a Gorizia il 23 maggio scorso.
Come accennato sopra, nel corso degli ultimi quindici anni, soprattutto da parte di giovani ricercatori di buona volontà, spesso del tutto ignorati da altri storici “accademici” (tra i quali gli italiani Valdevit, Spazzali, Pupo e la slovena Troha) sono emersi documenti interessantissimi sull’argomento “foibe”, tra essi il carteggio di fonte alleata rinvenuto dal ricercatore triestino Gorazd Bajc negli archivi di Washington, che chiarisce cosa effettivamente NON ci sia nella foiba di Basovizza. Citiamo soltanto il documento del febbraio 1946 nel quale i vertici militari angloamericani ordinano di sospendere le ricerche a Basovizza con la raccomandazione però di dire che lo si fa per problemi tecnici e non perché oltre alla decina di corpi esumati sei mesi prima non c’è più nulla da recuperare, dato che non si può smentire quanto asserito dal CLN (15).
Del resto Pupo sostiene che nel corso degli ultimi anni non sono emersi nuovi documenti sulle foibe (in effetti nelle sue opere e nei suoi interventi egli non solo non considera nulla di quanto altri ricercatori hanno rinvenuto negli ultimi anni, ma non tiene conto neppure di documenti vecchi, ad esempio la relazione Cordovado che abbiamo visto prima), tutto quello che c’era da trovare è stato trovato e, pur senza avere ancora preso visione degli archivi di Belgrado afferma già con sicurezza che non ci sono neppure lì documenti importanti. La sua conclusione è quindi che i fatti storici sono assodati ed ormai sulla questione delle foibe non c’è altro da sapere (un’inedita sintonia con le posizioni espresse da Fausto Bertinotti nel famoso convegno di Venezia del 2004) e l’unica cosa da fare oggi, su questi argomenti, sono valutazioni ed interpretazioni di tipo politico anziché storico.
Sostanzialmente in tal modo viene lasciato ai propagandisti come Pirina di entrare nel merito concreto della questione (cioè il numero dei cosiddetti “infoibati”), senza valutare se quanto detto corrisponda a verità; e considerando che Pupo ha fatto anche un breve cenno alla questione dei “negazionisti”, da lui definito come fenomeno marginale al quale è stato dato anche troppo risalto, ciò che viene da pensare è che Pupo ritenga valide le cifre di Pirina, visto che considera “negazionisti” coloro che lo hanno smentito.
Nell’ambito della valutazione di questi fenomeni storici da un punto di vista politico, vediamo poi anche che la vicenda non solo non viene inquadrata nell’ambito di quella che fu la sistemazione degli equilibri internazionali alla fine della seconda guerra mondiale, ma che si è addirittura giunti alla creazione di un “non-fenomeno”, utilizzando il metodo di Pupo e Spazzali di considerare l’accezione più ampia del termine “foibe” nel “suo significato simbolico e non letterale”. Se consideriamo i milioni di morti della seconda guerra mondiale, il numero di vittime “delle foibe” (circa trecento nel settembre 1943), risulta talmente minimale da non poter essere preso in considerazione come “fenomeno” a sé stante, a meno che non si decida di accomunare in senso “simbolico” le vittime della jacquerie del settembre ’43 in Istria, le vittime di regolamenti di conti e vendette personali, i militari morti di tifo nei campi di internamento, i condannati a morte per crimini di guerra alla fine del 1945. Solo con questa “generalizzazione” si riesce a raggiungere un numero di vittime (attribuibili genericamente agli “jugoslavi”) tale da poter essere considerato rappresentativo di un fenomeno (“alcune migliaia”, scrivono Pupo e Spazzali), che viene letto come pianificazione operata dal nascente Stato jugoslavo per l’eliminazione di chi avrebbe potuto costituire un pericolo per l’instaurazione del nuovo “regime”. 
In realtà, come abbiamo evidenziato in precedenza, la Jugoslavia non aveva in alcun modo “pianificato” le uccisioni di chi poteva essere considerato un “nemico”; così i militari prigionieri nei campi di internamento, morti per malattia, non furono uccisi scientemente perché “pericolosi” per la costruzione della nuova Jugoslavia, né si può attribuire alle autorità jugoslave la responsabilità degli uccisi per vendette personali o regolamento di conti. E nel contempo diventa necessario, per perpetuare questa teoria politica, considerare con sufficienza, se non con disprezzo, gli storici che insistono nel voler fare la “contabilità dei morti”, cioè distinguere le modalità delle uccisioni e le qualifiche delle vittime.
Così assistiamo a manipolazioni storiografiche di non poco conto: quando Pupo afferma che le autorità jugoslave a Trieste arrestarono tutti coloro che non vollero mettersi a loro disposizione (ciò accadde ad un reparto di guardie di finanza e parte del CVL locale), “dimentica” che la Jugoslavia era un paese alleato del blocco antinazifascista (l’Italia era solo cobelligerante) e che gli accordi armistiziali prevedevano che quando un esercito alleato arrivava in un territorio già occupato dai nazifascisti, tutti gli elementi armati dovevano porsi a disposizione degli alleati, consegnando loro le armi. Questo valeva nei confronti degli angloamericani come nei confronti degli jugoslavi, quindi a Trieste chi non accettava di consegnare le armi agli jugoslavi veniva considerato come nemico con le conseguenze del caso. Accettare questo dato di fatto non significa prendere le parti dell’una o dell’altra fazione, come sostiene Pupo, è invece vero il contrario, quando si interpretano gli eventi storici in modo fazioso per portare acqua al mulino delle proprie tesi; tesi che, nel caso di Pupo, è che tutti gli uccisi dagli jugoslavi, dai militari prigionieri di guerra ai collaborazionisti italiani, sloveni e croati, alle vittime di vendette personali, tutti costoro, secondo Pupo, sarebbero stati uccisi per permettere la costruzione della “nuova Jugoslavia”. 
Ma questa interpretazione storica sui generis porta infine alla seguente valutazione politica: coloro che collaborarono con la resistenza jugoslava (il Partito comunista, il Fronte di Liberazione-Osvobodilna Fronta ed Unità operaia-Delavska Enotnost a Trieste) non vengono considerati come combattenti antifascisti per la libertà, ma come sostenitori di un “regime” nato dalla violenza, e di conseguenza esecrabili. In questo contesto è anche fondamentale operare un’altra mistificazione, e cioè affermare che il Partito comunista triestino era uscito dal CLN di Trieste perché preferiva collaborare con il Fronte di Liberazione collegato con la resistenza jugoslava. In realtà le cose andarono diversamente: quando il CLN di Trieste prese contatto con la dirigenza del CLN Alta Italia le direttive di quest’ultimo furono che nella Venezia Giulia era necessario collaborare con la resistenza jugoslava, come già faceva il Partito comunista. I dirigenti del CLN triestino, però, nazionalisti ed anticomunisti, si opposero e preferirono rompere il collegamento col CLNAI, che a quel punto rimase in contatto col solo Partito comunista. Quindi non fu il PC ad uscire dal CLN ma il CLN a staccarsi dal CLNAI, e se storici come Pupo ribaltano la storia in questo modo, il sospetto è che lo facciano per uno scopo meramente politico, cioè dipingere la resistenza di sinistra (che fu l’unica vera resistenza armata nella Venezia Giulia) come “asservita” al movimento di liberazione jugoslavo, e quindi colpevole e complice, quantomeno da un punto di vista “morale”, delle “foibe”, che secondo queste interpretazioni più politiche che storiche, avrebbero avuto lo scopo politico dell’eliminazione di chi si opponeva alla politica jugoslava, alla presenza jugoslava a Trieste, alla costruzione della Jugoslavia.
In tale modo la resistenza di sinistra non può che apparire al lettore in modo negativo, e va da sé, a questo punto, che l’unica resistenza accettabile diventa giocoforza quella nazionalista, cattolica, anticomunista, quella che secondo una definizione di Pupo avrebbe combinato assieme “antifascismo e rivendicazione risorgimentale di italianità”; resistenza che, però, si era costituita concretamente soltanto all’inizio del 1945, quando i nuovi dirigenti, subentrati a coloro che erano stati arrestati dai nazifascisti nella terza operazione condotta dai nazifascisti contro i vertici del CLN (dietrologicamente a posteriori si potrebbe anche pensare che tali arresti, causati da un delatore che denunciò i membri di una missione del Regno del Sud, il comandante della quale collaborò con i nazisti in funzione antijugoslava, siano stati molto opportuni per la successiva politica del CLN triestino), avendo valutato la possibilità che l’esercito jugoslavo giungesse a Trieste prima degli angloamericani, decisero di organizzarsi per il passaggio di potere e costituirono le brigate del CVL (raccogliendo personale dalle forze armate collaborazioniste, PS, Guardia di finanza e Guardia civica ed anche singoli provenienti dalla Decima Mas) il cui scopo (dichiarato a posteriori da esponenti del CVL) era non tanto quello di combattere i nazisti che comunque stavano abbandonando Trieste, quanto il far apparire sia all’Esercito jugoslavo che entrava in città, sia agli Angloamericani che sarebbero arrivati alcuni giorni dopo, che a Trieste esisteva anche una “resistenza patriottica” oltre a quella comunista ed internazionalista che aveva operato durante l’occupazione germanica.
Ricordiamo che uno dei nuovi dirigenti del CLN era il poeta Biagio Marin, che fino ad un paio di anni prima non era stato solo un gerarca fascista, ma anche un convinto assertore della positività della politica hitleriana. Quale opinione potevano avere di un CLN rappresentato da persone come questa i combattenti del Fronte di liberazione e del Partito comunista?
Inoltre la Brigata Venezia Giulia del CVL (che raccoglieva diversi transfughi sia dalla Decima Mas che dalla polizia politica fascista) operò nei “40 giorni” di amministrazione jugoslava non solo con azioni di propaganda, ma anche con attentati dinamitardi, ed arrivò addirittura a rapire un paio di membri del Comitato esecutivo antifascista triestino (il governo provvisorio della città, composto da membri sloveni ed italiani). Fu perché questo settore del CVL operò in maniera terroristica che una decina di membri di esso fu arrestata dalle autorità verso la fine di maggio 1945, e non perché (come sostiene Pupo) fossero contrari in senso generico alla politica jugoslava.
Tra gli attivisti di questa “resistenza” troviamo il triestino Fabio Forti, oggi rappresentante dell’AVL-Associazione Volontari della Libertà, nonché promotore, assieme a Stelio Spadaro ed allo storico Patrick Karlsen, di un progetto editoriale di pubblicazione di testi che riscrivono la storia della resistenza “patriottica” a Trieste. Forti ha più volte asserito che il loro CLN è stato l’unico in Italia che rimase in clandestinità fino al 1954 (quando Trieste fu definitivamente affidata all’amministrazione italiana), aggiungendo anche che “nel nostro spirito siamo ancora in clandestinità”.
Consideriamo che da questa “resistenza” derivarono, nel dopoguerra, quelle organizzazioni armate, clandestine, che operarono nella Venezia Giulia, nel Friuli e nelle Valli del Natisone (tricoloristi, organizzazione “O”, Gladio, squadre di Cavana e del Viale a Trieste), causando anche diverse vittime; e ricordiamo anche come operarono in funzione anticomunista (non si poteva permettere che il Partito comunista andasse al governo in Italia) tanti ex rappresentanti di questa “resistenza patriottica” (Fumagalli con il suo MAR, Edgardo Sogno con il suo tentativo di golpe) e le connessioni ancora non del tutto chiarite tra esponenti dei servizi, ex partigiani bianchi e neofascisti, che emergono dalle indagini sulle stragi di piazza Fontana e di Brescia, fatti che ancora oggi pesano sulla storia dell’Italia democratica.
Eppure è proprio questa la “resistenza” che emerge come positiva dalle riletture storiche di accademici come Pupo, a scapito della resistenza “rossa”, che viene descritta come antidemocratica, responsabile di esecuzioni sommarie; riletture dove la criminalizzazione della resistenza comunista va di pari passo con la riabilitazione dei fascisti, dei “ragazzi di Salò” ai quali Luciano Violante aveva già teso una mano a metà degli anni ’90. Perché troppo spesso abbiamo sentito dire che in fin dei conti se i fascisti hanno commesso dei crimini lo fecero per amore di patria, e che invece i comunisti commisero dei crimini per motivi ideologici, e quindi ambedue le parti hanno le loro responsabilità negative, dal che sorge l’elogio della “zona grigia”, quella che nella migliore delle ipotesi si costituì in “resistenza democratica”, limitandosi ad aspettare che gli angloamericani arrivassero a liberare l’Italia. E non abbiamo forse sentito dire anche da esponenti della sinistra (ad esempio Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione comunista, nel 2004) che non fu giusto armarsi e ricorrere alla violenza, come se fosse più eticamente corretto lasciare che siano altri a sporcarsi le mani di sangue, ma tant’è. 
Questa la storia d’Italia che si vuole riscrivere a distanza di sessant’anni, a fini meramente politici, e logicamente per raggiungere questo scopo è necessario mettere a tacere ogni voce che non si adegua, dal punto di vista storiografico, a questo “nuovo corso”.
Forse è per questo che oggi ci troviamo, noi rappresentanti di “Resistenza storica” ad essere criminalizzati da propagandisti di quella destra nazionalista e neoirredentista, così come snobbati o addirittura tacciati di ideologismo da storici che invece sono i primi ad usare la storia per dimostrare le loro teorie politiche. Perché, si badi bene, siamo gli unici che ricercano documenti originali e li analizzano per poi trarne delle conclusioni di tipo storico, mentre gli uni e gli altri che ci tacciano di “negazionisti” non solo non scrivono di storia, limitandosi a produrre analisi politiche, ma non considerano minimamente la documentazione esistente che potrebbe minare le loro certezze affermazioniste, quella sorta di “miti” che servono a perpetuare la propaganda anticomunista e nazionalista sulle foibe, quella propaganda iniziata dai nazisti nel 1943 e che ancora oggi, nonostante sia stata smentita più e più volte, non sembra avere la possibilità di un riscontro neppure a livello di storici accademici come Pupo, Spazzali ed altri.
Infine una breve considerazione personale: quando, ormai molti anni fa, avevo iniziato a studiare queste cose, la reazione che avevo riscontrato da parte della mia componente politica di riferimento, la sinistra cosiddetta “radicale”, era stata di sufficienza se non di fastidio, come se fosse una perdita di tempo occuparsi di fatti di cinquant’anni prima. Oggi, quando dovrebbe essere chiaro che speculare su fatti di sessant’anni fa, riscrivendo la storia non solo d’Italia ma di tutta Europa, ha lo scopo di negare ogni dignità politica ai partiti comunisti in modo da eliminare completamente ogni forma di opposizione al neoliberismo capitalista ed imperialista, non posso fare a meno di considerare che se la sinistra fosse stata meno miope tempo addietro, forse oggi non ci troveremmo in questa situazione.

 

NOTE:

1) Paolo Parovel, “Analisi sulla questione delle foibe”, inviata al Ministero degli Interni.
2) Archivio IRSMLT, n. 346.
3) Istruttoria 904/97 RRG.
4) Luigi Papo, “L’ultima bandiera. Storia del reggimento Istria”, supplemento a “L’Arena di Pola”, 1986.
5) Il Centro, presieduto da Libero Sauro, fu rifondato a Roma nel 1947.
6) Documento conservato presso l’Archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste, XXX 2227.
7) “Trieste Sera”, 4/2/48, articolo siglato “B.C.”. 
8) Nei “Diari” di Diego de Henriquez, conservati presso i Civici musei di Trieste, pag. 12.512.
9) “La questione dei ‘criminali di guerra’ italiani e una Commissione di inchiesta dimenticata”, in “Contemporanea”, a. IV, n.3, luglio 2001, pp. 497-528.
10) Intervista a cura di Dino Messina in http://lanostrastoria.corriere.it/2008/08/italiani-mala-gente.html.
11) Nel sito www.italy.indymedia.org.
12) Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, organizzazione irredentistica che opera in tutta Italia.
13) In "Foibe” edito da Bruno Mondadori nel 2003.
14) Articolo 1 della Legge 92/04.
15) “Priorità/Combined Chiefs of Staff/W.D. Ext. 77500/Secret to Allied Force Headquarters Caserta Italy – British Joint Staff Mission Washington DC (Signed C.R. Peck, Colonel, Infantry U.S. Executive Secretary)/Secret/19 February 1946”. Parte della documentazione è fotocopiata e le fotocopie sono depositate nel Pokrajinski Arhiv Koper (PAK), ae 648.



Pubblicato Luglio 1, 2010 05:05 AM

 

 

Iniziativa a ANCONA 27 febbraio 2010

 

In attesa della prossima pubblicazione: I profughi fiumani a Brindisi: accolti come fratelli dalla popolazione ma trattati solo come arma elettorale e fonte di guadagni illeciti dalle opere assistenziali dalla classe politica che non volle accogliere i loro progetti di inserimento economico nella città. ( di Antonio Camuso)  

Pubblichiamo un breve editoriale su:

FOIBE E PROFUGHI  SOLO NEL GRANDE SCANNATOIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE O SONO UNA COSTANTE DELLA GUERRA CAPITALISTA ED IMPERIALISTA? 

10 febbraio 2010 giornata del ricordo o dell’ipocrisia?

Il rituale di dichiarazioni contrite,sul dramma dei profughi di Istria e Dalmatia e sulla tragedia delle foibe ( ancor oggi arena di disputa sui numeri se si tratti di  alcune centinaia o di qualche migliaio di italiani, militari e civili gettati nelle foibe dall’esercito yugoslavo dopo la fine della guerra)non può esser motivo di cancellazione dei motivi scatenanti di quell’ultimo colpo di coda di barbarie infinita che fu la Seconda Guerra mondiale. Vinti e vincitori utilizzarono il genocidio, la pulizia etnica , lo stupro sistematico,  la violazione di tutti i diritti umani e tutele convenzioni internazionali che essi stessi avevano giurato di rispettare. Furono usate le armi di distruzione di massa come la bomba atomica, il napalm, i bombardamenti incendiari, furono attaccati nel corso della seconda guerra mondiale ospedali, ambulanze, affondate navi che trasportavano feriti  che innalzavano il vessillo della croce rossa. Furono sterminati milioni di esseri umani solo perché di un’altra religione, un’altra etnia, un altro credo politico. Fu uccisa la ragione  e purtroppo con essa ogni segno di umanità.

Chiara ed evidente è la responsabilità totale del fascismo ed il nazismo nell’aver scatenato quel grande scannatoio che fu appunto quella guerra, ma assolvere i macellai che sotto tutte le uniformi diedero sfogo ai loro impulsi bestiali per soddisfare la loro sete di sangue e di grandezza , solo perché alla fine furono dalla parte dei vincitori, questo non mi sembra giusto, ma senza poi voler cercare di riscrivere la Storia in chiave anticomunista.

Della tragedia degli italiani d’Istria dobbiamo dire che avvenne in questo contesto e la stragrande maggioranza di loro pagò  innocentemente le colpe delle atrocità dei fascisti italiani in Yugoslavia  e la loro sorte seguì quella di cosacchi, degli estoni  e Lituani, dei tedeschi dell’Est,  e di tanti altri popoli che alla fine della Seconda GM furono estromessi dalle loro terre o costretti a vivere divisi da un Muro. Popoli che pochi anni prima convivevano mescolandosi tra loro e dove muri e confini erano solo disegni su carte geografiche delle quali essi in gran parte non conoscevano neanche l’esistenza e che videro l’esistenza sconvolta dalla follia della guerra capitalista e fascista.

Se dovessimo ricordare nella giornata odierna questi fatti dovremmo ricordare allora anche il milione e mezzo di profughi che ancor oggi, dal lontano 1948 , vive lontano dalla propria terra: i palestinesi anch’essi scacciati sotto l’incalzare di baionette, di bombardamenti e massacri Ed ancora come fare a dimenticare lo scannamento in poche ore di migliaia di donne e bambini nei campi di Sabra e Chatila in Libano,da parte delle cristianissime milizie falangiste dopo che i nostri soldati,  pochi giorni prima, con il casco blu in testa, avevano allontanato, trasportando lontano,  i loro mariti e padri combattenti palestinesi? Non fu quella un’unica foiba a cielo aperto?

E che dire degli orrori ai quali abbiamo assistito in tutta la vicenda Balcanica?Perchè a pagare non sono tutti coloro che vollero la disgregazione della Yugoslavia? e poi l'infamia della Cecenia e delle tante guerre del Caucaso per il possesso del Petrolio?

AC per l'archivio storico B Petrone

10 febbraio 2010


SEGUONO ALCUNE OPINIONI DIVERSE SU QUELLO CHE FU IL FENOMENO DELLE FOIBE.

Le foibe: una ricostruzione oltre la propaganda.

di Marco Ottanelli

http://bellaciao.org/it/spip.php?article25989

"Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani". Benito Mussolini, 1920

Premessa: Questa redazione ha, tra i suoi impegni, sempre privilegiato quello della ricerca quanto più obiettiva della realtà dei fatti, anche quando scomoda e dolorosa. In un momento storico in cui gli eredi del partito fascista sono al governo del Paese, ed in cui la retorica patriottarda risuona ancor più violenta e oscurantista del solito, riteniamo necessario ricollocare storicamente e documentatamente la vicenda delle foibe istriane, vicenda alla quale la destra e le sinistra amorevolmente unite hanno deciso di dedicare una speciale giornata della memoria. Anzi, l’allora ministro Gasparri ha voluto, nel 2005, sollecitare tutti i mezzi di informazione liberi ad occuparsi della vicenda. Scrivemmo un articolo, su questo dicktat, “Ultime dal Minculpop”, andato purtroppo perso quando i nostri computer furono sequestrati. La nostra redazione ha partecipato, sempre nel 2005, e proprio in seguito a quell’articolo, ad una trasmissione radiofonica – trasmessa da Controradio, e alla quale hanno partecipato Raffaele Palumbo, Nicola Tranfaglia, Giacomo Scotti, Marco Ottanelli, Giovanni Bellini, Sandro Damiani - che è servita a far luce e a chiarire quanto possibile la verità, appunto, di quel tragico periodo. Da quell’incontro, dalla lettura di molti libri, di molti testi storici e d’archivo, e soprattutto da un viaggio effettuato in quelle terre, scaturì questa nostra breve ricerca. E’ con immenso rammarico che dobbiamo rassegnarci ad aver perduto, sempre in quel sequestro, una serie di foto, testimonianze, ricordi, dati e conferme da noi raccolti o che ci erano giunti dai nostri lettori. Questo articolo, che è stato pubblicato su centinaia di siti, compresi quelli della resistenza italiana e della resistenza slovena; tradotto in inglese, è stato inserito nel sito della internazionale e, con nostro estremo onore, ha dato seguito a dibattiti ed incontri che si sono svolti in Toscana ed Emilia.

Cosa sono, le foibe? Cioè, quale episodio della storia evocano?

In poche ed essenziali parole, le foibe (tecnicamente caverne e aperture carsiche del terreno) sono, per la nostra storia, il luogo in cui, a fine guerra mondiale, furono uccisi e gettati, spesso dopo umiliazioni e tormenti, moltissimi italiani. Gli eccidi si svilupparono in due momenti: il primo, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943, quando si scatenarono vendette e rancori mai sopiti dopo 20 anni di italianizzazione forzata; il secondo, molto più grave per numero delle vittime, nella primavera del ’45, quando le truppe titine occuparono la Venezia Giulia, la Dalmazia, Trieste e parte del Friuli.

Le origini antiche di un odio feroce.

Sia nella Serenissima Repubblica Veneta, sia nell’Impero Austro-Ungarico, il concetto di nazionalità era tanto sfumato quanto poco “etnico”. È solo dopo la prima guerra mondiale, cioè quando i nazionalismi si affermano fino a sfociare nei razzismi di Stato, che il Regno di Italia comincia una politica di italianizzazione forzata delle “terre irredente”. Da ogni regione, piovono funzionari e impiegati pubblici, che sostituiscono i locali. La lingua ufficiale, anzi, quella obbligatoria, diventa l’italiano, e dialetti e lingue dei popoli presenti sul territorio sono vietati, proibiti. Se l’effetto di tale norma è assai violento nelle città della costa, dove comunque gli “italiani” erano in maggioranza o assai numerosi, e dove bi e trilinguismo erano la norma, è nelle zone rurali e nell’interno che gli slavi (sloveni, croati, dalmati, cicik), in gran parte contadini poco alfabetizzati, si ritrovano ad essere stranieri in patria. Le durissime condizioni imposte dal Regno si fanno ancora più rigide ed intolleranti con il fascismo. Tra gli episodi da ricordare in questa prima fase: la chiusura del liceo classico di Pisino, dell’istituto magistrale femminile di Pisino e del ginnasio di Volosca (1918), la chiusura delle scuole elementari slovene e croate, e il confino di alcuni esponenti Sloveni e Croati in Sardegna e in altre località italiane.

A ciò si aggiungevano le violenze squadriste fasciste non contrastate dalle autorità, come gli incendi delle sedi associative a Pola e a Trieste. In Istria l’uso dello sloveno e del croato nell’amministrazione e nei tribunali era stato limitato già durante l’occupazione (1918-1920). Nel marzo 1923, con Mussolini già al governo, il prefetto della Venezia Giulia vietò l’uso dello sloveno e del croato nell’amministrazione, mentre per decreto regio il loro uso nei tribunali fu vietato il 15 ottobre 1925.

Il colpo definitivo al sistema scolastico sloveno e croato in Istria arrivò il 1 ottobre 1923 con la riforma scolastica del ministro Gentile. L’attività delle società e delle associazioni croate e slovene era stata vietata già durante l’occupazione, ma venne definitivamente annichilita con l’entrata in vigore della Legge sulle associazioni (1925), della Legge sulle manifestazioni pubbliche (1926) e della Legge sull’ordine pubblico (1926). Nel 1927 fu il turno del cambiamento dei cognomi (la toponomastica era già stata italianizzata nel 1923). Così vennero italianizzati quasi tutti i cognomi sloveni e croati. Un vero atto di brutalità verso le identità personali. (Non dobbiamo dimenticarci che tali provvedimenti vennero presi anche a Zara e Fiume, città “extraterritoriali” che furono annesse a forza dopo la prima guerra mondiale e al di fuori dei trattati di pace.)

Le leggi razziali antiebraiche e genetiche del 1938 (che seguono le meno famose, meno organiche, ma altrettanto famigerate leggi razziali del ’36-’37 emanate nei confronti dei popoli di pelle nera, e altri “coloniali”) dividono ancor più la cittadinanza in due categorie, gli “italiani puri” e gli inferiori. Duramente colpita, in particolare, la numerosa e antica comunità ebraica di Trieste, da sempre città cosmopolita e multiculturale.

La seconda guerra mondiale

La ignobile aggressione alla Grecia e la eroica resistenza ellenica obbliga i comandi italiani in difficoltà a chiedere l’intervento della Germania, mettendo così fine alla illusione della “guerra parallela”. Nel 1941, dopo un criminale bombardamento su Belgrado, che viene rasa al suolo, tedeschi, ungheresi ed italiani invadono la Jugoslavia, occupandola completamente in poche settimane.

All’Italia spettano: l’intera costa dalmata, parte del Montenegro, quasi l’intera Slovenia, e la Croazia, sotto forma di protettorato.

La Slovenia viene annessa, e diventa la provincia di Lubiana. La Croazia diventa un regno “indipendente”, con primo ministro Ante Pavelic, un fascista feroce e sanguinario, amico di vecchia data di Mussolini, e come Re un cugino di Vittorio Emanuele III, Aimone di Aosta. Il partito fascista e razzista croato, gli Ustascia, formato da fanatici religiosi (cattolici) e nazionalisti, appoggiati dal vescovo di Zagabria e primate di Croazia Stepinac, intraprendono fin da subito una opera di pulizia etnica nei confronti di Serbi e altre minoranze, spesso spalleggiati dalle truppe italiane.

L’intera Jugoslavia diventa territorio di stragi e di crudeltà. Alla fine della guerra, sarà uno dei paesi che avrà pagato il più alto tributo di morti, da calcolarsi in circa 1 milione e mezzo di persone su 16 milioni di abitanti (si pensi che i caduti italiani tra civili e militari, fra battaglie e bombardamenti, repressioni e fucilazioni, non supera le 250-300 mila unità su 45 milioni di abitanti).

In particolare, sono da attribuirsi alla responsabilità diretta delle truppe di occupazione italiana almeno 250 mila morti, che le fonti serbe però portano ad un totale di 300 mila.

Di questi, i morti in combattimento sono una parte esigua, perché la stragrande maggioranza delle vittime fu dovuta a vere e proprie stragi e repressioni, a saccheggi e a brutalità. In particolare, è da ricordare il ruolo della II Armata Italiana, sotto il comando del generale Roatta.

La situazione è differenziata nei diversi territori: le peggiori e più inumane condizioni si verificarono nella Jugoslavia meridionale, dove si aprì una vera e propria caccia al serbo. Vere e proprie spedizioni italo-croate partivano alla volta dei villaggi e delle cittadine serbe, dove, in un’orgia di violenze di ogni tipo, centinaia di uomini, donne e bambini venivano torturati e uccisi. I villaggi jugoslavi distrutti dagli italiani sono non meno di 250, ai quali vanno aggiunti quelli distrutti in collaborazione con i tedeschi o con altre milizie dell’Asse.

250 Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema in cui i colpevoli, i macellai, eravamo noi. Gli episodi di efferatezza e di crudeltà non si contano, e le mutilazioni, gli stupri, gli accecamenti erano all’ordine del giorno. Il comandante partigiano cattolico Edvard Kocbek così descriveva un’offensiva sferrata dall’esercito italiano nell’agosto del 1942: "I villaggi bruciano, i campi di grano e i frutteti sono stati devastati dal nemico, le donne e i bambini strillano, quasi in ogni villaggio degli ostaggi vengono passati per le armi, centinaia di persone vengono trascinate nei campi di prigionia, i bovini muggiscono e vanno vagando per i boschi. La cosa più sconvolgente è che questi orrori non vengono perpetrati da un’accozzaglia di primitivi come al tempo delle invasioni turche, ma dai gioviali soldati del civile esercito italiano, comandati da freddi ufficiali che impugnano fruste per cani... ".

Spesso i partigiani slavi, o gli indifesi abitanti delle campagne, erano bruciati vivi (su roghi di fascine, o chiusi nelle chiese ortodosse, che furono distrutte – in questo modo- in gran numero). Le deportazioni della “inferiore razza serba” furono massicce, e decine di migliaia di ex soldati o di cittadini serbi fu avviata ai campi di sterminio tedeschi o a quello della Risiera di San Sabba, a Trieste, assieme con ebrei ed altre minoranze.

In Croazia, nel “regno indipendente”, l’opera delle truppe italiane fu di supporto e affiancamento alle feroci milizie ustascia, mentre nelle coste e isole annesse, la repressione della II armata fu assai più pianificata e programmata. Stessa cosa in Slovenia, che, entrata a far parte del territorio nazionale, doveva essere completamente assimilata.

Gli occupanti italiani costruirono campi di concentramento che, seppur non scientificamente predisposti allo sterminio, furono la causa di migliaia di morti e di infinite sofferenze. Tutti conosciamo Auschwitz e Buchenwald, ma decenni di censure ci hanno impedito di sapere che noi, italiani, costruimmo e gestimmo i leger di Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, Rab. Furono creati campi anche in Italia, per esempio a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo) e a Padova. Secondo stime rapportate nel volume dell’A.N.P.P.I.A. Pericolosi nelle contingenze belliche, i fascisti internarono quasi 30.000 sloveni e croati, uomini, donne e bambini.

In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione di massa, con il trasferimento forzato degli abitanti di Lubiana, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 . In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta, addirittura, la deportazione della intera popolazione slovena.

STRALCIO DELLE COMUNICAZIONI VERBALI FATTE DALL’ECC. ROATTA NELLA RIUNIONE DI FIUME DEL GIORNO 23-5-1942

"Il DUCE è assai seccato della situazione in Slovenia perchè Lubiana è provincia italiana. /.../ Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario. /.../ L’Ecc. Roatta esprime il suo pensiero nei riguardi del sistema da usare per risolvere la situazione in Slovenia: 1) - Chiudere la frontiera con la provincia di Fiume e con la Croazia, specialmente nella zona di Gorjanci. /... / 2) - Ad oriente del vecchio confine sgombrare tutta la regione per una zona di una profondità variabile (3-4 km.). In tale zona sarebbe interdetta qualsiasi circolazione tranne che sulle ferrovie e sulle strade di grande comunicazione. Apposite pattuglie in servizio di vigilanza aprirebbero senz’altro il fuoco contro chiunque. Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente - anche 20-30.000 persone. Si può quindi estendere il criterio di internamento a determinate categorie di persone. Ad esempio: studenti. L’azione però deve essere fatta bene cioè con forze che limitino le evasioni. /.../ Il C. d’A. in base alle direttive suesposte dovrà compilare uno studio, da presentare entro 3-4 giorni, dal quale risulti: 1) - zone da sgomberare dalla popolazione, indicando l’entità della popolazione da internare, suddivisa in famiglie (per categorie); 2) - quali altri provvedimenti sono ritenuti necessari; 3) - intenzioni operative nei vari stadi della situazione. /.../ Ricordarsi che tutti i provvedimenti di sgombero di gente, li dovremo fare di nostra iniziativa senza guardare in faccia nessuno.

Solo per quel che riguarda la piccola Slovenia, nei lager italiani morirono 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (sull’isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto”, cioè durante azioni belliche, furono non meno di 2.500; 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè mesi dopo il loro internamento, per stanare le bande partigiane o per vendetta contro azioni verso i nostri militari. I morti per sevizie, torture, o bruciati vivi arrivano ad un totale documentato di 187. Ripetiamo: questo solo nella “provincia di Lubiana”, dove più numerose sono le documentazioni giuntaci.

S L O V E N I !

- Al momento dell’annessione, l’Italia vittoriosa vi ha dato condizioni estremamente umane e favorevoli. Dipendeva da voi, ed unicamente da voi, di vivere in un’oasi di pace.

- Invece molti di voi hanno impugnato le armi contro le autorità e le truppe italiane.

- Queste, per un alto senso di civiltà ed umanità, si sono limitate all’azione militare, evitando misure che gravassero sul’insieme della popolazione ed ostacolassero la normale vita economica del paese. E’ solo quando i rivoltosi sono trascesi ad orrendi delitti contro italiani isolati, contro vostri pacifici concittadini e persino contro donne e bambini, che le autorità italiane sono ricorse a misure di rappresaglia ed a qualche provvedimento restrittivo, di cui soffrite per causa dei rivoltosi

- Ora, poichè i rivoltosi continuano la serie di delitti, e poichè una parte della popolazione persiste nel favorire la ribellione, disponiano quanto segue:

1°) - A partire da oggi nell’intera Provincia di Lubiana:
- sono soppressi tutti i treni viaggiatori locali;
- è vietato a chiunque viaggiare sui treni in transito, tranne a chi è in possesso di passaporto per le altre provincie del regno e per l’estero;
- sono soppresse tutte le autocorriere;
- è vietato il movimento con qualsiasi mezzo di locomozione, fra centro abitato e centro abitato;
- è vietata la sosta ed il movimento, tranne che nei centri abitati, nello spazio di un chilometro dai due lati delle linee ferroviarie. (Sarà aperto senz’altro il fuoco sui contravventori);
- sono soppresse tutte le comunicazioni telefoniche e postali, urbane ed interurbane.

2°) - A partire da oggi nell’intera Provincia di Lubiana, saranno immediatamente passati per le armi:
- coloro che faranno comunque atti di ostilità alle autorità e truppe italiane;
- coloro che verranno trovati in possesso di armi, munizioni ed esplosivi;
- coloro che favoriranno comunque i rivoltosi;
- coloro che verranno trovati in possesso di passaporti, carte di identità e lasciapassare falsificati;
- i maschi validi che si troveranno in qualsiasi atteggiamento - senza giustificato motivo - nelle zone di combattimento.

3°) - A partire da oggi nell’intera Provincia di Lubiana, saranno rasi al suolo:
- gli edifizii da cui partiranno offese alle autorità e truppe italiane;
- gli edifizii in cui verranno trovate armi, munizioni, esplosivi e materiali bellici;
- le abitazioni in cui i proprietari abbiano dato volontariamente ospitalità ai rivoltosi.

- Sapendo che fra i rivoltosi si trovano individui che sono stati costretti a seguirli nei boschi, ed altri che si pentono di aver abbandonato le loro case e le loro famiglie, garantiamo salva la vita a coloro che, prima del combattimento, si presentino alle truppe italiane e consegnino loro le armi.

- Le popolazioni che si manterranno tranquille, e che avranno contegno corretto rispetto alle autorità e alle truppe italiane, non avranno nulla a temere, nè per le persone, nè per i loro beni.

gen. Roatta, Lubiana luglio 1942 - XX

Altrettanto duro, e crudele, è il campo di Gonas vicino Udine. Qua sono migliaia i bambini, soprattutto croati, lasciati a morire letteralmente di fame.

(A proposito di morte per fame, è da ricordare come una buona parte dei 100 mila greci deceduti sotto l’occupazione italiana, morì appunto di inedia, poiché, per mantenere i numerosissimi uomini del contingente di occupazione- al quale sono da includere anche i famosissimi reparti di Cefalonia e di Corfù- si procedette con una espoliazione totale delle risorse locali).

Nota del Generale Robotti Al Capo di Stato Maggiore Galli, chiarire bene il trattamento dei sospetti, perchè mi pare che su 73 sospetti non trovar modo di dare neppure un esempio è un po’ troppo. Cosa dicono le norme della 3° circolare, e quelle successive ? Conclusione : SI AMMAZZA TROPPO POCO !

Dopo l’otto settembre 1943, ad una prima ritirata (precipitosa) delle truppe regie, subentrano i tedeschi e i repubblichini di Salò. I partigiani slavi (ai quali, è onesto e necessario dirlo, si sono uniti nel frattempo anche migliaia di soldati italiani) intensificano le loro azioni (è in questo senso istruttivo andare alle grotte di Postumia: si noterà che la prima grande caverna, dove transitano milioni di ignari turisti, è completamente spoglia e annerita; essa infatti era un deposito di armi nazi-fascista che fu fatto esplodere dalla resistenza). Ciò provoca azioni sempre più feroci ed intense. Questa volta sono proprio i civili i primi obiettivi, e riprendono le deportazioni e le stragi, stavolta dirette dalle SS. Comandante delle SS era il triestino Odilo Globocnik, che si distinse per crudeltà. Se la Dalmazia e la Croazia sono ormai in mano ai partigiani jugoslavi (ricordiamo che la Jugoslavia è l’unico paese europeo che si liberò da solo dalla occupazione nazi-fascista), è nella Venezia Giulia e nella Slovenia che si concentrano le azioni militari.

Chiunque si addentri nel centro montano dell’Istria, troverà il piccolo villaggio di Vodice (Vodizza, in Italiano). Esso si trova, in linea d’aria, a non più di 20 km dal confine friulano, e si presenta ancor oggi con macerie e abitazioni distrutte. Una lapide sul palazzo principale ricorda come, nel 1944, il paese fu attaccato dalle camice nere e dall’esercito repubblichino. (Esso è ovviamente in lingua slava; ci venne tradotto da un anziano che parlava il dialetto locale, ovvero il veneto antico, sopravvissuto alla italianizzazione e alla slavizzazione). Circa 400 vecchi donne e bambini furono massacrati. Immediatamente dopo, in una operazione combinata, intervenne la Luftwaffe, che rase al suolo l’abitato e bombardò anche i dintorni, per annientare gli scampati alla strage.

Ciò che più impressiona, oltre ovviamente al carico di sangue e sofferenze che ci ricorda, è che Vodice-Vodizza, nel 1944, faceva parte della provincia di Pola, era cioè italiana, ed italiani erano i suoi abitanti, da ben 26 anni. La loro colpa? Quella di essere di etnia cicik, insomma, istriani non latini. Un crimine rimasto impunito. Un crimine rimasto sconosciuto. Uno dei tanti. Uno dei troppi.

I morti italiani

Come accennato all’inizio di questo scritto, non vogliano, ne potemmo, negare né sottovalutare le sofferenze degli italiani (e dei giuliani, istriani e dalmati di lingua e “etnia” italiana). Ricordando, sempre e comunque, che la guerra di aggressione la scatenò, senza neanche dichiararla, Mussolini contro la Jugoslavia, e che quindi siamo stati noi i diretti responsabili della guerra e indiretti responsabili di ogni sua più tragica conseguenza, illustriamo quanto accadde nei due periodi (1943 e 1945) della “vendetta slava”.

Crollato il regime fascista, si verificò un fenomeno alquanto strano e significativo: le “terre irredente” vennero precipitosamente abbandonate. Le autorità civili (composte in gran parte da ferventi fascisti, quasi tutti meridionali) fuggirono verso le loro città di origine, lasciando una terra che evidentemente non avevano mai riconosciuta come loro, nella più totale anarchia. Le alte autorità militari consegnarono, senza neanche tentare una ombra di resistenza o di trattativa, alle poche centinaia di tedeschi presenti, non solo l’intera regione, ma anche migliaia di soldati e carabinieri, che furono in gran parte uccisi, internati, deportati in Germania.

Questa vera e propria strage in conto terzi, commissionata dai comandi dell’esercito e dai dirigenti fascisti, dagli stessi comandi che si erano macchiati dei peggiori crimini di guerra, non è però considerata da quella propaganda patriottarda che enumera martiri ed eroi, ma che sa sempre tacere sui nomi e le responsabilità.

Le recenti scuse per il decennale silenzio sui fatti d’Istria, scuse porte da eminenti politici della cosiddetta sinistra, non hanno avuto in contropartita le scuse di coloro che, per vigliaccheria e incompetenza, consegnarono migliaia di giovani al lager e alla morte.

Dunque, settembre 1943: dopo decenni di repressione e violenze, i contadini croati e altri elementi insorgono contro tutto ciò che è “fascismo”, purtroppo spesso identificato con “Italia”. Come purtroppo accade sempre, quando odio attira e crea odio, gli orrori furono tanti, quanto terribili. Il leader del partito comunista sloveno, Kardelj, aveva dato la direttiva di "epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo", ma, quasi inevitabilmente, è l’elemento italiano che patisce le peggiori persecuzioni, anche a causa del fatto che i posti di potere, sia economico, che terriero, che di responsabilità, sono tutti occupati da italiani. Come illustra nei suoi lavori Giacomo Scotti, con il quale abbiamo condotto la trasmissione radiofonica di cui sopra, nel caos generale di quei mesi, furono circa 250-300 i fucilati e “infoibati” dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Paradossalmente, furono contestualmente salvati e protetti, rifocillati e ospitati dagli stessi sloveni e croati, migliaia e migliaia di soldati delle armate italiane allo sbando, poiché le violenze si scatenarono quasi esclusivamente verso i pochi carabinieri rimasti, i gerarchi, le camicie nere. Ripetiamo: quasi esclusivamente. Molte però furono le vittime tra i civili, donne, vecchi. Furono passati alle armi anche fascisti sloveni e croati (d’altronde, nella guerra partigiana di ogni parte d’Europa, tali tristi fatti erano all’ordine del giorno), mentre ben maggiore fu il numero di caduti tra i partigiani stessi negli scontri con l’esercito tedesco. Il quale, come accennato, riprese presto il controllo del territorio.

Altre vittime, ma non da ascriversi, se si vuole essere onesti intellettualmente, nel capitolo “Foibe”, furono fatte in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole. Si può parlare di un totale generale di circa 2.000 persone. La propaganda di destra ha da sempre gonfiato tali cifre, fino a farle giungere alle decine di migliaia. E parliamo solo del 1943.

Ben altro successe con l’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Con il crollo della Germania, (che, ricordiamolo, si era annesso tutto il nord-est italiano strappandolo all’alleato di Salò. Dunque, da quel momento, Trentino, Friuli, Venezia Giulia, Slovenia e Dalmazia divennero formalmente parte del Reich), le formazioni jugoslave si gettarono in una corsa contro il tempo verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre.

Giungono a Trieste, Gorizia, Fiume tra il 1° e il 3 maggio, e, per quaranta giorni circa, tengono sotto controllo –sotto occupazione- la fascia adriatica. In questi terribili quaranta giorni, si scatena una violenta epurazione. La volontà jugoslava è chiara: creare uno stato di fatto che preceda l’annessione. Non si tratta più di cacciare i fascisti, si tratta di prendere il controllo assoluto dei territori. Le stesse giunte del CNL partigiane vengono disarmate, destituite, in certi casi arrestate.

La “jugoslavizzazione”, il tentativo cioè di annessione, è reso chiaramente da questo dispaccio del partito comunista sloveno già nel 1944: “tenere preparato tutto l’apparato. Dappertutto, il più possibile, bandiere slovene e jugoslave. Ad eccezione di Trieste, non permettere in nessun caso manifestazioni italiane. Rinforzare l’Ozna (polizia politica, nda)”.

Tutti coloro che possono essere considerati per un motivo o per l’altro, ostili, vengono arrestati, deportati, in parte uccisi. D’altronde, lo stesso stava accadendo in tutte le altre regioni della neonata repubblica titina, e non era una specifica anti-italiana. In quei giorni, dunque, si vive un clima di terrore. A Fiume, i primi ad essere eliminati sono addirittura i fautori dello Stato Libero, coloro che negli anni a cavallo tra il 1919 e il 1925 si erano opposti alla annessione italiana; a Gorizia sono gli esponenti partigiani ad essere indicati come “concorrenziali” e fatti immediatamente prigionieri; ma è nella cruciale Trieste che si raggiunge l’apice: in città operano l’esercito popolare jugoslavo, l’Ozna, bande irregolari croate, serbe, slovene, (e anche italiane!), elementi del Partito Comunista… ognuno di questi elementi arresta, confisca, deporta, stupra, tortura, uccide quelli che considera “gli ustascia, i cetnici,gli appartenenti alle formazioni armate al servizio del nemico, i collaboratori, le spie, i delatori, i corrieri, tutti traditori della lotta popolare, tutti i disertori del popolo, tutti i demolitori dell’esercito popolare”. La situazione sfugge immediatamente di mano alle autorità militari e politiche jugoslave, che ammettono, fin dal 6 maggio: “ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. È necessario riprendere il controllo … l’Ozna si rifiuta di capire la situazione, e continua in arresti di massa…dobbiamo renderci conto che tali errori ci portano il danno maggiore” .

Le esecuzioni si susseguono a ritmo impressionante, e i cadaveri vengono gettati nelle foibe giuliane (nb: la circostanza secondo la quale venivano infoibate anche persone vive legate a cadaveri è stata smentita da testimoni oculari, quali in parroco di Corgnale. Egli, che aveva dato l’estrema unzione ai disgraziati di Basovizza, dichiarò, con espressione un po’ burocratica, che le vittime erano “state fucilate in modo corretto prima di essere gettate dentro”. Ciò non esclude che, nel clima di violenza e sadismo, episodi come quello ipotizzato si siano verificati, anzi, ma essi rimarrebbero, comunque, casi sporadici). Chi non cade fucilato sul posto o nella mattanza carsica delle foibe, viene avviato verso inumani campi di prigionia, in particolare quello di Borovnica, alle porte di Lubiana. Fame, fatica, maltrattamenti… il destino atroce di tutti gli internati si abbatte sugli italiani d’Istria.

Le foibe localizzate con certezza: Basovizza, Corgnale, Opicina , Scadaicina , Casserova, Podubbo, Semich, Drenchia, Sesana e Orle, Vifia Orizi, Obrovo, Raspo, Brestovizza, Castelnuovo d’Istria, Cava di bauxite di Lindaro, Vescovado, Surani, Pucicchi, Treghelizza, Cava di Bauxite di Gallignana, Vines, Gropada, Gargaro o Podgomila, Zavni, Pinguente, Creogli , Cernovizza (più altre fosse e cave nell’arco tra Gorizia e Fiume)

Il bilancio

Anche se le dimensioni di una tragedia non dovrebbero essere misurate solo dal numero delle vittime, è chiaro che le cifre sono sempre di forte impatto. In questa ottica, sul numero dei morti dei quaranta giorni di occupazione slava (Tito fu poi indotto a ripiegare e ad abbandonare almeno la fascia costiera) e di quelli del periodo successivo dell’immediato dopoguerra, si è scatenato un indegno balletto. Fonti della destra e di associazioni di profughi parlano di 20-30 mila morti, ma tali numeri sono assolutamente esorbitanti. Il dibattito triestino e giuliano, dentro e fuori dei confini nazionali, ha spesso esasperato i calcoli, le cifre sono state, talvolta, sparate alla cieca. Gli studiosi, ma non soltanto loro, hanno, invece, fatto un buon lavoro. Si è arrivati a indicare cifre attorno alle quattro-cinque migliaia. Una cifra che comprende, lo ribadiamo, non solo gli infoibati. I quali, calcolati secondo il criterio dei corpi estratti direttamente dalle caverne, sono in effetti 570. Tale numero è documentato dalle affidabilissime commissioni militari di indagine anglosassoni.

Cinquecentosettanta sono dunque gli ufficialmente infoibati. Molti. Ma nulla giustifica i bilanci di fantasia, stilati nell’ordine delle decine di migliaia solo a scopo di pura propaganda e di falsificazione della Storia.

Perchè dunque perdura tanta incertezza sulle cifre? Perchè le foibe, per la loro stessa natura, furono usate, durante tutto il periodo bellico, come una sorta di grande cimitero, o, se vogliamo usare una espressione più cruda ma più realistica, di grande discarica di corpi umani. Nelle grotte e nei burroni furono precipitati cadaveri dagli stessi italiani, durante la loro fase di occupazione e repressione; dai tedeschi, fin dal 1941, e, con intensità, dal 1943; dai partigiani, che non osavano lasciare i loro morti o le loro sepolture ad indicare ai nazisti i loro movimenti. Anche i civili, in un periodo di miserie e orrori, spesso preferivano una inumazione frettolosa e non impegnativa per i loro cari.

I morti degli altri

Se non esistono morti buoni e morti cattivi, non crediamo debbano esistere morti eroi e morti da dimenticare a seconda di chi li ha uccisi. Perché la stragrande maggioranza delle perdite italiane nella guerra derivano dai bombardamenti angloamericani. Qua non vogliamo elencare le stragi provocate dai massicci e spesso indiscriminati bombardamenti sui civili anche – e soprattutto- dopo la firma dell’armistizio, perché il terreno è troppo vasto. Potremmo raccontare dei 20 mila morti (questi sì, documentati) di una piccola città come Foggia, o di Isernia, che perse un terzo dei suoi abitanti sotto gli attacchi aerei. Potremmo raccontare di Napoli, Livorno, Messina, Palermo e Genova, dove i lutti furono numerosissimi e i danni incalcolabili. O del terribile bombardamento di Treviso. O di quelli indiscriminati che gli aeroplani anglosassoni facevano al ritorno dalle loro missioni, sganciando il “carico in eccesso”, cioè le bombe avanzate, su case e paesi (pratica in uso anche nella guerra alla Serbia del 1999, con lo scarico di bombe in Adriatico). Potremmo anche soffermarci su episodi di esplicito cinismo e crudeltà, come il mitragliamento di bambini alle giostre di Grosseto, o quello dei civili in fila per il pane nelle campagne di Caltagirone. Ma circoscriveremo l’analisi alla sola zona geografica della quale stiamo trattando.

Trieste viene attaccata massicciamente, per la prima volta, nel 1944. Il bombardamento più pesante è quello del 10 giugno, che viene effettuato come rappresaglia per l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia. Solo quel giorno, i morti sono più di 400, migliaia i feriti. Solo nei raid del 15 luglio, del 9 - 10 settembre e del 23 ottobre 1944, si contano rispettivamente 50, 150, e 75 morti. I bombardamenti proseguono fino al maggio 1945 sia sul capoluogo, che sulle cittadine circostanti. Molti i morti anche a Muggia.

Pola, Istria e Fiume: anche le più piccole località furono martellate ininterrottamente. Pola fu gravemente danneggiata, con decine e decine di morti, fin dal 1943, ma il primo attacco massiccio è datato 8 settembre 1944. Fiume, con porto e industrie militari, subisce distruzioni enormi e paga un altissimo tributo in vite umane.

Ma l’accanimento degli anglo-americani si manifesta soprattutto nei confronti di Zara. La piccola enclave (1,5 Km quadrati) subirà infatti ben 54 bombardamenti, che ne provocheranno la quasi distruzione. I morti saranno più di 4.000 su una popolazione di 38mila persone.

Ma per i revisionisti, per i professionisti della cantilena anticomunista, questi morti – dilaniati, straziati, bruciati dagli ordigni caduti dal cielo- non contano. Non contano come non contano gli altri, nel resto d’Italia, caduti – dal 1943, anno dell’armistizio, in poi- esattamente come gli infoibati, anche se la loro morte cadeva dal cielo.

La teoria della “pulizia etnica” è tanto forzosa quanto miserabile, poiché la parte politica che, con questo pretesto, insiste da 60 anni in una violenta e brutale campagna (basta leggere alcuni siti web ed alcune riviste di … irredentisti) è la stessa che, negli anni del conflitto, intraprese una pianificata, scientifica, ufficiale e legale, nel senso che fu supportata da infami leggi razziste, campagna di genocidio e di morte nei confronti di ogni minoranza etnica, e, nelle terre conquistate, verso anche i popoli autoctoni maggioritari. Chi ha approvato ed esaltato, forse anche eseguito, i massacri, le deportazioni, i lager, i forni crematori, oggi dovrebbe avere la dignità di tacere.

I criminali di guerra.

Nell’immediato dopoguerra, tutte le parti politiche italiane (salvo forse gli azionisti), con l’appoggio ed il contributo determinante del comando anglo-americano, intrapresero una campagna intensa, ed una opera paziente, di deresponsabilizzazione. Gerarchi, federali, comandanti fascisti non solo evitarono punizioni ed epurazioni, ma furono lasciati ai più alti gradi di comando. Nessun generale, nessun comandante di armata, nessun ufficiale che si fosse macchiato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, venne mai processato o anche solo destituito. Il culmine della ipocrisia fu toccato, contemporaneamente, da De Gasperi e da Togliatti; dal primo, quando, alla Conferenza di Pace, illustrò meriti e onori del nostro Paese, e addirittura denunciò le pretese territoriali jugoslave che costringevano migliaia di profughi a scampare nella madrepatria (…l’Italia, stato aggressore, aveva perso la guerra! Esemplare la risposta di Truman: "ho 12 milioni di profughi da sistemare in Europa, a vostri pensate voi"); il secondo, quando, da ministro di Grazia e Giustizia, emanò una amnistia generale che, se presentata come necessaria per pacificare il paese, in realtà permise la liberazione e il reintegro di migliaia e migliaia di fascisti ad ogni livello dele vita pubblica. Mentre Germania, Polonia, Romania, Ungheria subivano mutamenti territoriali drammatici, con trasferimenti di milioni e milioni di persone (otto milioni soltanto i tedeschi che abbandonarono la Prussia), le clausole del trattato di pace di Parigi venivano presentate in Italia come un affronto alla Patria. Nessuno vuole negare né disconoscere il dramma dei 250mila profughi istriani e dalmati, che dovettero abbandonare le loro terre (spesso indotti a farlo, lo si ricordi, dallo stesso governo italiano), ma è necessario ribadire che quello non fu un dramma causato dalla volontà persecutrice titina e comunista, come è stato troppe volte ripetuto, ma fu un dramma causato dalla sete di potere e di sangue di un regime dittatoriale militarista ed espansionista, che non aveva esitato, solo pochi anni prima dell’aggressione all’allora Regno di Jugoslavia, ad aggredire un altro membro della Società delle nazioni, l’Etiopia, nel quale aveva provocato non meno di mezzo milione di morti in soli cinque anni di occupazione.

Ma il senso di responsabilità mancò del tutto all’italia post-bellica, e, mentre le carceri si riempivano di ex partigiani, mentre i CNL venivano sciolti, mentre i consigli di fabbrica venivano cancellati, tutti i prefetti, tutti i questori, tutti i vicequestori nominati dal fascismo rimanevano saldamente sulle loro poltrone. Saranno gli stessi che, nel 1948, repressero con brutalità le manifestazioni seguite all’attentato a Togliatti, e gli stessi che, una volta epurata la polizia dai membri “sovversivi” (8.000 poliziotti definiti comunisti furono licenziati, o trasferiti in Sardegna e in Sicilia in una inutile e sanguinosa lotta al banditismo), assisteranno agli gli scontri e ai morti del 1960, inavobili ed intoccabili a distanza di 14 anni, al tempo dell’infausto governo Tambroni.

I militari, in particolare, ebbero le più alte protezioni. Lo stesso Badoglio, considerato dal governo abissino come il diretto responsabile di stragi e bombardamento con i gas asfissianti, godeva dei favori particolari degli inglesi. I quali inglesi negarono in modo risoluto ogni possibilità di consegna dei criminali di guerra fascisti ai paesi richiedenti. In una Italia che vedeva il passaggio di gerarchi nazisti da Roma, in fuga verso il sudamerica, fuga organizzata e gestita direttamente dal Vaticano, la cosa non deve – purtroppo- sorprendere. Lo stesso Ante Pavelic, il più sadico dei dittatori d’Europa, si rifugiò in Vaticano per poi imbarcarsi verso l’Argentina. (a titolo di cronaca: l’arcivescovo di Zagabria, Aloysius Stepinac, che già abbiamo visto collaboratore e co-direttore delle bande ustascia di Pavelic, è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998).

Le autorità jugoslave fornirono immediatamente dopo la fine del conflitto la lista dei criminali di guerra, con grande profusione di documenti. Le competenti autorità militari inglesi, preoccupate del pericolo comunista, trovarono fin da subito ogni scusa per rimandare l’esecuzione degli arresti. Quando poi la sovranità nazionale, fino a quel momento tenuta sotto tutela dagli alleati, tornò completamente al governo italiano, le richieste di estradizione furono semplicemente ignorate.

Da Belgrado era stata presentata una lista con circa 800 nomi. Difronte ai continui dinieghi e ai più palesi pretesti addotti dagli italiani, essa fu via via ristretta, fino ad arrivare al numero quasi simbolico di 40 . Ma neanche questo indusse De Gasperi e gli alleati a ricercare la verità e la giustizia. Anzi! È in quegli anni che si decide di occultare, nascondere, insabbiare anche ogni inchiesta sulle stesse stragi nazi-fasciste compiute in Italia. Sarà solo nel 1994 che un caparbio procuratore militare, Antonino Intelisano, scoprirà un armadio, con le ante chiuse e rivolte verso il muro, contenente i fascicoli e le prove di decine e decine di massacri compiuti nell’Italia centro-settentrionale da tedeschi e repubblichini. È “l’armadio della vergogna” che Franco Giustolisi racconta con profusione di particolari nel suo libro omonimo.

Mentre in Germania si celebrano i processi di Norimberga (il più famoso, quello ai grandi gerarchi, provocò la condanna a morte di tutti i più alti esponenti del terzo Reich, ed altri ne seguirono contro funzionari minori, contro generali, medici, funzionari, magistrati e industriali corresponsabili delle barbarie naziste), in Italia le responsabilità della guerra e delle sue atrocità vennero semplicemente ignorate, ovattate, nascoste, poi, negate.

L’unico grande gerarca condannato (ma soltanto per il suo ruolo nella Repubblica di Salò, non per i crimini contro i popoli stranieri) fu il Maresciallo Rodolfo Graziani. Graziani fu processato da un tribunale militare e condannato il 2 Maggio 1950 a 19 anni di carcere, di cui 13 subito condonati, per la sua attività legata alla RSI. La pena da scontare fu ulteriormente ridotta a quattro mesi per la richiesta della difesa, subito accolta, di far iniziare la decorrenza della carcerazione preventiva dal 1945. Pertanto, quattro mesi dopo la sentenza, il 29 agosto, Graziani tornò in libertà lasciando l’ospedale militare dove aveva trascorso gran parte della durata del processo. Nel marzo 1953 divenne presidente onorario del MSI. Morì nel 1955 per collasso cardiaco.

totale di 1992 italiani accusati di aver commesso crimini di guerra, da nazioni belligeranti o che avevano subito l’occupazione militare durante il conflitto mondiale. Non viene tenuto conto delle azioni svolte dai militari italiani in Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia)

Paesi richiedenti Inclusi nella lista della Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra Richiesti al Ministero degli Affari Esteri con Note Verbali dai singoli paesi

Jugoslavia 729 45

Grecia 111 74

Francia 9 34

Alleati 833 Circa 600 casi sono già sottoposti a giudizio da parte dei Tribunali Alleati

URSS 12 -

Albania 3 142

La lista dei nomi completa è disponibile presso molti archivi ufficiali. Tra gli incriminati, ricordiamo in particolare il Gen. Mario Roatta, capo del corpo di spedizione italiano in Spagna e comandante della citata II Armata in Croazia; il comandante dell’XI corpo d’armata Gen. Mario Robotti, il grande deportatore di Lubiana, il Gen. Taddeo Orlando, comandante dei Granatieri di Sardegna, poi sottosegretario nel governo Badoglio, e poi comandante dell’arma dei carabinieri nel dopoguerra! Il Gen. Paolo Berardi, capo di stato maggiore del Regio esercito dopo l’armistizio, il Gen. Gastone Gambara, comandante a Lubiana e della piazza di Fiume…

E poi altri generali, e colonnelli, e ufficiali, e sottufficiali, soldati, funzionari, comandanti dei campi di concentramento… nessuno di loro dovrà rispondere mai delle proprie azioni.

Anzi, spesso li rivedremo nella storia della Repubblica occupare incarichi e uffici delicatissimi.

È da notare che Mario Roatta fu, in effetti, processato e condannato all’ergastolo, ma per un altro reato: l’assassinio dei fratelli Rosselli. Il 4 maggio 1945, evade, fugge con la complicità dei carabinieri (al cui comando in quel periodo e’ proprio il citato Taddeo Orlando). Immediata fu la reazione popolare, e durante le manifestazioni di protersta ci furono due morti. Il giorno successivo Taddeo Orlando fu sostituito.

L’evaso Roatta si era intanto rifugiato in Vaticano e di lì sarebbe partito con la moglie per la Spagna franchista, da dove ritornerà, amnistiato, nel 1966. Morì a Roma nel 1968.

1992 torturatori, massacratori, genocidi rimangono quindi impuniti. Non varrà neanche l’offerta jugoslava di uno scambio con i responsabili delle foibe a cambiare le cose. Una cortina di omissioni e falsità scende sull’Italia. Tutto questo, e le responsabilità britanniche nel processo di occultamento, è talmente noto (all’estero!) che la BBC, la televisione pubblica del Regno Unito, ha prodotto nel 1989 “Fascist Legacy”, un documentario estremamente approfondito sia sui crimini di guerra italiani in Africa e Balcani, sia sulla loro impunità successiva. “Fascist Legacy” è stato trasmesso da molte televisioni del mondo, ed è stato acquistato anche dalla RAI. Ma non è stato mai mandato in onda.

 

(slovenski / italiano)

Giorno del Ricordo: revanscismo bipartisan

0) Per infangare la Resistenza il TG3 manomette le foto dei crimini 
italiani nella Slovenia occupata

1) Giornata del Ricordo o giornata della mistificazione? / Dan spomina 
ali dan mistifikacije?
(Gruppo Consiliare Sinistra Arcobaleno - Regione Friuli Venezia Giulia)

2) Memoria IN CAMPO
(Giacomo Scotti)

3) Libri e cartine per Alemanno
(Tommaso Di Francesco)

4) GIORNO DEL RICORDO: SE LA STORIA NON E' UN'OPINIONE
Volantino del Partito Socialista dei Lavoratori della Croazia

5) NON SANNO NEPPURE DI COSA STANNO PARLANDO
Il Presidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, 
Lucio Toth, scavalca a destra l'Associazione Nazionale Venezia Giulia 
e Dalmazia: attacca Chiamparino per una mostra basata sulla 
documentazione fornita dall'ANVGD
(A. Kersevan + ANSA)

6) IL GIORNO DEL RICORDO DELLE FOIBE E DELL´ESODO

 E DELL´AMNESIA 
STORICA
(nuovaalabarda.it)


Segnaliamo inoltre:



VOLANTINO DI PIATTAFORMA COMUNISTA per il Giorno del Ricordo 2010:

http://www.cnj.it/documentazione/IRREDENTE/volPIATTCOM2010.pdf



Incongruenze nei riconoscimenti agli "infoibati" segnalate dall'ANPI 
di Viterbo. I casi di Carlo Celestini e Vincenzo Gigante:

http://www.cnj.it/documentazione/paginafoibe.htm#viterbo09



=== 0 ===

Per infangare la Resistenza il TG3 manomette le foto dei crimini 
italiani nella Slovenia occupata

Nei video mostrati il 10 febbraio dai telegiornali di Rai 3 e su Linea 
Notte, tra filmati e immagini sulle foibe sono state subdolamente 
inserite anche foto che documentano invece i crimini italiani nella 
Slovenia occupata.

Il servizio per il TG3 di Sergio Criscuoli, montato da Roberto 
Barbanera, si può ancora vedere al sito:
http://www.tg3.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-

246e6824-d129-42b4-a5aa-a6a65cee6e26.html
Le foto si trovano più o meno al punto fra i minuti  2'17'' e 2'21''. 
Una, in cui si vedono alcune persone scavare una fossa, è la stessa 
che si può visionare in http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/galleria-ita-3.ph
p tra le tante foto dei crimini commessi dall'esercito di occupazione 
italiano.

Nel suo articolo "La malastoriografia" in Revisionismo storico e terre 
di confine (http://www.kappavu.it/catalog/product_info.php?products_id=216
) Alessandra Kersevan già aveva documentato un caso analogo: sul 
Messaggero Veneto, tre anni fa avevano usato una immagine della 
fiction "Il cuore nel pozzo" apponendo la didascalia: "Immagini 
d'epoca. [sic] Rastrellamenti di partigiani jugoslavi contro la 
popolazione" [sic].

(segnalato da Alessandra Kersevan, che ringraziamo)


=== 1 ===

Gruppo Consiliare Sinistra Arcobaleno - Regione Friuli Venezia Giulia

Piazza Oberdan 6,  34133 Trieste telefono 040 3773257
fax 040 362052 email:  cr.gr.sa@regione.fvg.it



Ai mezzi di comunicazione
Con cortese preghiera di pubblicazione
COMUNICATO STAMPA

Giornata del Ricordo o giornata della mistificazione?

  Da qualche anno siamo abituati, in questo paese e nell´Unione 
Europea "dei confini definitivamente caduti", grazie soprattutto 
alla tendenza generalmente revisionista delle più svariate politiche 
europee della memoria - che continuano pervicacemente a confondere i 
crimini fascisti e nazisti in una narrazione generale sulle vittime 
del 20° secolo, il cosiddetto secolo dei totalitarismi -  a sentirci 
raccontare di tutto ed a sopportare cumuli di sciocchezze senza 
nemmeno indignarci. In Italia il fascismo di oggi si presenta 
solitamente svestito della propria uniforme e dei costumi che l´hanno 
caratterizzato storicamente, a volte però si traveste da "democrazia 
formale" ed egemonizza il dibattito e la scena mediatica nella 
Giornata del Ricordo.
Ogni anno crescono esponenzialmente i numeri dei presunti infoibati e 
delle vittime della barbarie slavocomunista, mentre le Istituzioni 
fanno ormai fatica a rintracciare famigliari, congiunti e discendenti 
di tanta umanità tragicamente perita: fossero tutte vere le 
affermazioni in proposito, verbali e scritte, ci dovrebbe essere 
almeno una certa corrispondenza tra numero di vittime ed onorificenze 
e medaglie assegnate...
Da ieri sembra che la Giornata del Ricordo possa servire anche per 
dare inizio all´ennesima campagna negazionista. Sembra che lo 
scrittore - giornalista Arrigo Petacco abbia affermato, nel corso di 
una trasmissione radiofonica RAI in prima serata, che la Risiera di 
San Sabba non sarebbe stata un campo di sterminio (l´unico lager 
nazista in Italia), ma che sarebbe una sorta di montatura storica per 
attenuare la tragedia delle foibe. Chissà cosa saprà dire in 
proposito il Presidente Napolitano...

Trieste, 11.02.2010
Igor Kocijancic
Consigliere regionale PRC - SE
Presidente gruppo consiliare La Sinistra L'Arcobaleno

--- slovenski ---

Gruppo Consiliare Sinistra Arcobaleno - Regione Friuli Venezia Giulia

Piazza Oberdan 6,  34133 Trieste telefono 040 3773257
fax 040 362052 email:  cr.gr.sa@regione.fvg.it


P.n. sredstva javnega obvescanja
Vljudno prosimo za objavo
TISKOVNO SPOROCILO

Dan spomina ali dan mistifikacije?

  Ze nekaj let smo vajeni, v tej drzavi in v sklopu Evropske unije 
"dokoncno padlih meja", predvsem zaradi prisotne splosno 
revizionisticne teznje raznovrstnih evropskih politik spominjanja - 
ki vztrajno utapljajo fasisticne in nacisticne zlocine v 
brezbrezno morje brezoblicne pripovedi o zrtvah 20. stoletja, tako 
imenovanega stoletja totalitarizmov -  da nam servirajo kakrsnekoli 
lazne kvaziinformacije in da nas dobesedno sipajo z vsakovrstnimi 
neumnostmi, ne da bi se pretirano razburjali. V Italiij se danasnja 
razlicica fasizma navadno predstavlja brez uniform in preoblek, ki so 
ga zgodovinsko okarakterizirali. Vcasih se preoblece v "formalno 
demokracijo" in hegemonizira razpravo in medijsko sceno ob Dnevu 
Spomina.
Vsako leto eksponencno raste stevilo domnevnih infoibirancev ter 
zrtev slavokomunisticnega barbarstva, medtem ko pristojne 
Institucije le stezka pridejo na sled sorodnikom in potomcem 
toliksnega clovestva, ki je tragicno preminulo: ko bi bile tovrstne 
trditve in zapisi blizu resnici, bi moralo obstajati neka skladnost 
vsaj med stevilom zrtev in izdanimi spominskimi kolajnami...
Od vceraj bo Dan Spomina lahko sluzil tudi za zacetek nove 
negacionisticne kampanje. Zdi se namrec, da je znani pisatelj in 
casnikar Arrigo Petacco, med potekom vecerne radijske oddaje 
vsedrzavne mreze RAI izjavil, da Rizarna pri Sv. Soboti naj bi ne 
bila koncentracijsko taborisce (edini nacisticni lager v Italiji), 
ampak da bi v resnici slo za zgodovinsko podtaknjeno verzijo, ki bi 
sluzila prav politicnemu namenu, da se omili tragedija fojb. Kdove 
kaj nam bo o tej trditvi znal povedati Predsednik Napolitano...

Trst, 11.02.2010
Igor Kocijancic
Dezelni svetnik SKP - EL
Predsednik svetniske skupine Mavricne Levice


=== 2 ===

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100210/pagina/16/pezzo/271182/

Memoria IN CAMPO

di Giacomo Scotti

Ogni anno, dal 2004, il «Giorno del ricordo» viene usato dalla 
retorica dei partiti della destra italiana che affonda le sue radici 
nell'ideologia fascista, per cancellare le responsabilità italiane e 
repubblichine nei massacri in terra slava e per ricordare foibe ed 
esodo dall' Istria e da Zara in modo, dice Claudio Magris, «regressivo 
e profanatorio». E alla fine per riattizzare gli odii nazionalistici 
antislavi all'origine dell'aggressione fascista del 1941


Ogni anno, a cominciare dal 2004, celebrando il «Giorno del Ricordo» 
per ricordare la tragedia delle foibe e dell'esodo, rischiamo 
inevitabilmente di guastare i buoni rapporti che intercorrono fra i 
popoli delle due sponde adriatiche. Nel 2007 rischiammo addirittura 
una crisi con la Croazia che, per fortuna, rientrò nel giro di una 
settimana. E poi nel 2008 con la Slovenia. Temo però che, a causa 
delle ferite non rimarginate, il pericolo di rotture continuerà a 
incombere, soprattutto se da parte italiana si dovesse continuare a 
ignorare la vera storia, se si continuerà a coltivare una memoria 
parziale, che non tenga conto dei torti subiti dagli altri, del dolore 
degli altri, delle tragedie altrui. Queste crisi ricorrenti, 
oltretutto, mettono in pericolo la coesistenza, la convivenza e la 
tranquillità della minoranza italiana nel territorio istro-quarnerino, 
di quei trentamila italiani rimasti in Croazia e Slovenia, che hanno 
saputo tenacemente e pazientemente costruire, insieme ai conterranei 
croati e sloveni, una vita di reciproco rispetto, di tolleranza, la 
convivenza nella multiculturalità. Bisognerebbe però cambiare 
linguaggio e smetterla di guardare a croati e sloveni come a dei 
barbari, come li chiamava Mussolini e come li definiscono i 
neofascisti che oggi scrivono sui muri di Trieste «slavi di merda» e 
«slavi boia», pensando invece a mettere in mare nuove navi traghetto 
accanto a quelle esistenti, di cui si servono italiani, croati e 
sloveni per transitare ogni giorno dall'una all'altra sponda 
dell'Adriatico e del confine giuliano. In Istria e nel Quarnero, le 
cui popolazioni hanno visto e subito nel secolo scorso tutte le 
violenze del fascismo e di altre ideologie nazionalistiche, 
aggressioni e oppressioni, fino all'esodo, si sa riconoscere il dolore 
di tutti, dei rimasti e degli esodati, dei profughi di tutte le 
popolazioni.
Le recriminazioni e i rancori tipici di una destra dalle origini 
fasciste e missine, oggi sono fuori della storia.
Certo, la storia non si può cancellare e non va dimenticata ma ciascun 
popolo deve saper fare i conti con la propria, senza sottacere o 
negare i buchi neri.

Esagerare, fino all'assurdo

Non si possono giustificare i crimini commessi in Istria tra il 10 
settembre e il 4 ottobre 1943 nell'insurrezione contadina seguita alla 
capitolazione dell'Italia, quei crimini che vanno sotto il nome di 
foibe; ma nel ricordarli bisognerebbe sempre condannare anche i 
crimini e le violenze dei fascisti; dall'una e dall'altra parte 
dovrebbero essere assunte le responsabilità politiche delle rispettive 
pagine nere del passato. Ognuno ha diritto alla memoria, ma non ci 
possono essere memorie condivise se basate sulla falsificazione e sul 
revisionismo storico, e nessuno ha diritto di usare il passato per 
attizzare nuovi e vecchi rancori.
Sono fuori della storia e rappresentano un'offesa terribile non solo 
alla verità storica ma anche alle popolazioni croate e slovene certe 
truculente fiction cinematografiche prodotte in Italia come «Il cuore 
nel pozzo» nelle quali in maniera manichea i buoni e le vittime sono 
tutti italiani, mentre i malvagi e gli assassini sono tutti slavi. A 
che scopo bollare come barbare intere popolazioni che pure soffersero 
l'oppressione, la persecuzione, l'aggressione, l'occupazione degli 
italiani? E perché poi certi avvenimenti storici dolorosi e tremendi 
come le foibe istriane vengono presentati al di fuori del contesto 
storico delle «tormentate vicende del confine orientale», senza una 
seria analisi storica, con l'enfatizzazione, l'esagerazione dei numeri 
fino all'assurdo?
Spesso, grazie a una libellistica di stampo ultranazionalistico viene 
elevata al rango di certezze inconfutabili un'interpretazione della 
storia del confine orientale che è esclusivamente politica, 
strumentale, centrata su una chiave nazionale e sulla mitologia 
nazionalistica, che non tiene conto del male arrecato agli altri e, 
come dicevo all'inizio, del dolore degli altri.

La barbara razza slava

Quando parlo del dolore altrui, ovvero dei cosiddetti «barbari slavi» 
nostri vicini di casa non alludo soltanto ai 20 anni di oppressione e 
repressione fascista subita dalle popolazioni croata e slovena dei 
territori annessi all'Italia dopo la prima guerra mondiale, 
repressioni che portano centinaia e migliaia di «allogeni» nelle 
carceri del Tribunale speciale, al confino ma anche davanti ai plotoni 
di esecuzione, alla cancellazione della lingua e dei cognomi sloveni e 
croati eccetera in tutto il territorio della Venezia Giulia e del 
Quarnero; non alludo soltanto ai 350.000 civili montenegrini, croati e 
sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i 
cosiddetti rastrellamenti delle nostre truppe che aggredirono l''ex 
Jugoslavia nell'aprile 1941 occupando il Montenegro, la Dalmazia e 
parte della Slovenia annettendosi larghe fette di quei territori; non 
alludo agli oltre centomila civili, compresi donne, vecchi e bambini, 
che furono deportati e rinchiusi in oltre cento campi di internamento 
disseminati dalle isole di Ugljan, Molat e Arbe in Dalmazia fino a 
Gonars nel Friuli ed alle migliaia di essi che non rividero più la 
loro casa perché falciati dalla fame, dalle malattie e dai 
maltrattamenti in quei «campi del Duce». Parlo soprattutto delle 
vendette fasciste, dei crimini compiuti dai fascisti repubblichini 
italiani al servizio del tedeschi nei territori della Venezia Giulia e 
del Quarnero dopo l'occupazione di quelle terre da parte della 
Wehrmacht, della loro annessione al III Reich ovvero alla costituzione 
della Zona del Litorale Adriatico, dopo la prima decade di ottobre del 
1943 e fino alla fine di aprile del 1945. Nella sola Istria i 
tedeschi, con la collaborazione della X Mas italiana, della cosiddetta 
Milizia Difesa Territoriale italiana inquadrata nei reparti germanici 
e di altre formazioni militari o paramilitari, massacrarono oltre 
5.000 civili, distrussero col fuoco alcune decine di villaggi, 
deportarono 12.000 altri civili; e tutto ciò per «vendicarsi delle 
foibe», ovvero per «sterminare la barbara razza slava».
In realtà sterminarono italiani, croati e sloveni senza distinzione, 
all'epoca tutti cittadini italiani al di là dell'etnia. Ma oggi di 
questo si preferisce non parlare. Invece proprio a questa pagina 
orrenda dimenticata, oggi vorrei tornare per un attimo.

«Qui regna il terrore»

Il periodo che va dal 4 ottobre 1943 al 30 aprile 1945, durante il 
quale l'Istria fu «gestita» con le armi dai fascisti italiani e dai 
tedeschi, fu un continuo susseguirsi di stragi. In questi massacri, i 
fascisti repubblichini fecero da guida, da informatori/delatori, ma 
furono pure quasi sempre esecutori. Tra i reparti italiani al servizio 
delle SS che si distinsero nelle stragi ricordiamo il Reggimento 
«Istria» comandato da Libero Sauro, il reparto «Mazza di Ferro» 
comandato dal capitano Graziano Udovisi (Udovicich) e l'unico reparto 
di combattimento formato da sole donne, il Gruppo d'azione «Norma 
Cossetto» che alla sua costituzione fu passato in rassegna a Trieste 
dal segretario generale del Partito Fascista Repubblicano Alessandro 
Pavolini, colui che, fucilato dai partigiani italiani il 28 aprile 
1945, viene oggi onorato a Rieti con una via intitolata al suo nome,
Vi risparmio la cronaca degli eccidi che indica da dieci a settanta 
vittime al giorno fino a raggiungere le 300 del villaggio di Lipa (30 
aprile 1944) con il cielo notturno quasi sempre illuminato dalle 
fiamme degli incendi dei paesi. Mi limiterò ad alcuni documenti 
firmati dal vescovo di Trieste, Antonio Santin, grande patriota 
italiano oriundo di Rovigno d'Istria. Dopo aver denunciato mese dopo 
mese l'assassinio di vari sacerdoti istriani impiccati o fucilati dai 
nazifascisti, il prelato così scrisse in una nota apparsa sul 
settimanale Vita Nuova in data 18 aprile 1944: «Quello che avviene 
nell'Istria è spaventoso». «Le povere popolazioni stanno pagando un 
terribile contributo di sangue e di distruzione delle loro case. Lo 
spavento incombe su tutto e su tutti. Molti innocenti sono stati 
uccisi. Questo dopo la prima invasione dei partigiani e il conseguente 
rastrellamento che avevano giù prodotto rovine ingenti e un numero 
così elevato di morti. Noi assistiamo angosciati a tanta rovina». 
Cinque giorni dopo, il 23 aprile, Mons. Santin scrisse una lettera al 
comandante tedesco Wolsegger. In essa si legge:
«In gran parte dell'Istria non vi è più traccia di vita civile. 
Regna il terrore». «La popolazione dell'Istria è sottoposta a prove 
che hanno raggiunto il limite estremo dell'umana sopportazione. In 
vastissime zone della provincia si conduce una vita da allucinati». La 
gente era costretta a vivere nei fienili, in grotte, in rifugi di 
fortuna, per non essere presi. «Quando passano le formazioni SS allora 
avvengono le cose più atroci e più disonorevoli: uccisioni di 
innocenti trovati a casa o sul lavoro, ruberie, distruzioni di case e 
di beni. Cose indescrivibili e ignominose. La gente fugge 
terrorizzata».
Anche delle SS facevano parte, persino con funzioni di comando, 
fascisti italiani istriani come Bradamante, Ravegnani, Niccolini ed 
altri. Ecco, anche questi fatti vanno ricordati. Come va ricordato che 
molti dei civili massacrati in quel periodo dai nazisti e fascisti 
furono gettati nelle foibe.

Sdoganare la relazione condivisa

Vorrei concludere con lo sguardo volto a un futuro senza rancori. Per 
crearlo sarebbe bene accettare la proposta della Slovenia di sdoganare 
la relazione condivisa ed approvata all'inizio degli anni Duemila da 
una commissione paritetica di storici sloveni e italiani sul comune 
passato, che sta chiusa da allora negli armadi del governo di Roma; 
accettare la proposta avanzata nel 2007 dal governo di Zagabria e 
finora rimasta senza risposta di rimettere in funzione la commissione 
mista degli storici italiani e croati per scrivere una storia vera di 
quanto è avvenuto sulla sponda orientale dell'Adriatico durante tutta 
la prima metà del Novecento; accettare la proposta di una ricerca 
comune sui crimini perpetrati «prima, durante e dopo la seconda guerra 
mondiale nell'ex Jugoslavia», appurando l'esatto o approssimativo 
numero delle vittime italiane, croate, slovene e montenegrine. Serve 
infine un gesto solenne di riconciliazione che faccia incontrare i 
presidenti dell'Italia, della Slovenia e della Croazia per onorare le 
vittime delle foibe ma anche le vittime dei massacri compiuti dagli 
italiani. La Slovenia e la Croazia, a livello governativo ma anche 
della stragrande maggioranza della popolazione, hanno più volte 
ammesso e finalmente condannato le stragi delle foibe e la politica 
jugoslava che nei primi 15 anni del dopoguerra portò all'esodo di 
200.000 italiani e croati; ma non si possono tollerare i discorsi 
razzisti antislavi pronunciati ogni anno in Italia nel mese del 
«Giorno del Ricordo» da esponenti dell'estrema destra. Le foibe ci 
sono state, l'esodo c'è stato, ma prima ci sono state le persecuzioni 
italiane (fasciste) e l'aggressione fascista che portò all'annessione 
della cosiddetta Provincia di Lubiana (Slo) di quasi metà Croazia, 
dell'intero Montenegro. Resta il nostro dolore per le vittime delle 
foibe e per l'esodo. A livello politico Croazia e Slovenia non 
giustificano più quei tristi fatti con i precedenti crimini del 
fascismo, perché non si giustifica la vendetta. È però anche 
comprensibile il dolore dei figli e nipoti sloveni e croati i cui 
padri e nonni furono vittime del terrore italiano in uniforme fascista 
o addirittura al servizio del nazismo.
È un dolore comprensibile anche quello; non si può negare a sloveni e 
croati di ricordare i loro morti, le sofferenze subite dai loro padri. 
Bombardati come sono ogni anno di questi tempi da accuse di genocidio, 
molti croati e sloveni ricordano a loro volta «la terribile 
occupazione italiana» delle loro terre, «le stragi compiute 
dall'esercito fascista italiano» ed aspramente rimproverano quella 
parte dell'Italia che non vuole ricordare i crimini italiani. 
Purtroppo in troppi continuano a non rimuovere i buchi neri del loro 
passato.

La ferita oltre il confine

Bisogna ricordare tutto, contestualizzando la storia, senza 
dimenticare una parte e senza falsificarla. In Croazia, Slovenia e 
Montenegro, dove vivono i figli e le figlie e i nipoti delle vittime 
dell'occupazione italiana di quelle terre, del duro regime instaurato 
ancor prima per venti anni dal regime fascista in Istria ai danni dei 
cosiddetti «barbari slavi», c'è inevitabilmente chi si sente ferito 
dalla retorica dei partiti e gruppi italiani che affondano le loro 
radici nell'ideologia fascista e che ricordano le foibe e l'esodo 
dall'Istria e da Zara in modo «regressivo e oggettivamente 
profanatorio» come direbbe Claudio Magris, per riattizzare quegli odii 
nazionalistici antislavi che furono all'origine dell'aggressione 
fascista dell'aprile 1941 e della storia orrenda conclusasi con la 
sconfitta dell'Italia nella seconda guerra mondiale con la conseguente 
perdita dei territori ottenuti dopo la guerra del Quindici-Diciotto. 
Una storia orrenda, ripeto, conclusasi purtroppo anche con le foibe, 
con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 e quindi con l'esodo di 
gran parte delle popolazioni, dai territori definitivamente assegnati 
alla Jugoslavia; e gli esuli, le grandi vittime, le vere vittime 
dell'avventura mussoliniana sulla sponda orientale adriatica, non 
furono soltanto italiani, ma anche croati e sloveni. Sono tredici 
secoli che in quelle terre si mescolano il sangue, le famiglie, i 
cognomi, le lingue e le culture.
Voglio ancora dire che il sangue dei vinti e dei vincitori, degli 
aggressori e degli aggrediti è sempre sangue umano, e va rispettato, 
non strumentalizzato ai fini politici. Bisogna parlarne con rispetto, 
senza l'ossessione e il rancore dell'offesa subita da chi vuole 
riconoscere il sangue versato dagli altri e le offese subite dagli 
altri. Con i ricordi selezionati e unilaterali si perpetua soltanto la 
catena delle violenze e delle vendette, si inocula nelle nuove 
generazioni l'odio etnico. Dobbiamo invece ricordare tutte le vittime, 
di ogni parte, e contestualizzare storicamente gli orrendi fatti che 
precedettero la seconda guerra mondiale, che caratterizzarono quella 
guerra di aggressione fuori i confini d'Italia. Bisogna ricordare 
tutto questo, come direbbe il già citato amico mio triestino Claudio 
Magris, «senza reticenze e senza strumentalizzazioni, senza 
quell'orribile calcolo dei morti cui assistiamo in Italia ogni anno». 
«Anche se i vostri morti fossero davvero quindicimila o ventimila, 
come qualcuno afferma senza esibire documenti e nominativi - ha 
commentato un ex partigiano croato - non si avvicinerebbero mai ai 
350.000 jugoslavi massacrati». Io dico: rispettiamo tutte le vittime. 
Come scrisse qualche anno fa il sindaco di Muggia sul confine con la 
Slovenia, non vanno contrapposte foibe e guerra di liberazione dal 
nazifascismo. Nerio Nesladek, sindaco di quell'unico comune istriano 
rimasto in Italia, ritiene giustamente che «rifiutare il dialogo e 
continuare con le contrapposizioni - come fanno i circoli 
ultranazionalisti italiani di Trieste, non ci porterà da nessuna 
parte. Dobbiamo andare oltre le divisioni e i rancori e guardare 
avanti». Ben detto, io questo volevo dire.


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http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100210/

pagina/16/pezzo/271183/

IL GIORNO DEl RICORDO
Libri e cartine per Alemanno

di tommaso di francesco

Dal 18 al 20 febbraio, 216 studenti delle scuole superiori di Roma 
saranno in «Viaggio nella civiltà istriano-dalmata», nei luoghi 
della tragedia delle foibe. Il viaggio della memoria «come per 
Auschwitz» - equiparando la Shoah, e quindi banalizzandola, alle foibe 
- è stato presentato in Campidoglio dal sindaco Gianni Alemanno. Scopo 
del viaggio è «sconfiggere qualsiasi forma di negazionismo e 
revisionismo», sottolineando che «per la Shoah, il negazionismo ha 
riguardato una minoranza. Mentre per le foibe questo è stato 
dominante». Gli stessi libri di storia, per Alemanno, «hanno negato o 
minimizzato questo evento drammatico». Il «percorso» di Alemanno, 
oltre Fiume e Trieste, prevede: Sacrario di Redipuglia, Cimitero 
Austro-ungarico, Foiba di Basovizza, Centro raccolta profughi di 
Padriciano, Risiera di San Saba, Sacrario di Cosala (quello dei 
legionari di D'Annunzio).
A proposito di «sconfiggere ogni forma di revisionismo»: ce ne fosse 
- al di là della Risiera di San Sabba - una di località dove i 
fascisti e i militari italiani massacrarono e deportarono migliaia di 
slavi, rom ed ebrei. Ecco alcuni luoghi della cartina dei «nostri» 
campi e stragi: Gonars e Visco (Udine), Uglyan e Molat in Dalmazia, 
Arbe-Rab (4mila donne e bambini morti di fame), Lipa con 320 civili 
massacrati (Fiume), Pothum (fucilati 88 uomini e tutta popolazione 
deportata in Italia) e in più 60 località distrutte col fuoco tra 4 
ottobre e fine di dicembre '43 per «vendetta contro le foibe» con 
5mila fucilati e 12mila deportati in Germania solo in quel periodo. A 
proposito di libri che negano le foibe, consigliamo di pubblicare 
un'antologia scolastica tratta da: «Dossier foibe», Giacomo Scotti, 
Manni 2005; «Foibe, una storia italiana», Joze Pirjevec, Einaudi 
2009; «I campi del duce», S. Capogreco; «Lager italiani», 
Alessandra Kersevan, Nutrimenti 2008; «La storia negata» a cura di 
Angelo Del Boca, Neri Pozza 2009; «L'occupazione italiana dei 
Balcani», Davide Conti, Odradek 2008.


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http://www.cnj.it/documentazione/IRREDENTE/vol100210GiornoRicordoSRP.pdf

GIORNO DEL RICORDO: SE LA STORIA NON E' UN'OPINIONE

Revisionismi e invenzioni degni del peggior oscurantismo medioevale

Ogni anno il 10 febbraio si celebra in Italia l'esodo e il massacro 
(!) degli italiani dell'Istria, del Quarnero e della Dalmazia da parte 
delle truppe partigiane della Lotta di Liberazione Popolare Yugoslava, 
negli anni immediatamenti successivi alla fine della guerra. Si parla 
di sradicamento nazionale degli italiani, centinaia di migliaia di 
espulsi, e decine di migliaia di infoibati.

Sfondo storico I popoli slavi, sotto il dominio fascista, erano 
privati di ogni diritto, furono vietate le lingue slave nelle scuole, 
i cognomi vennero italianizzati, gli impieghi pubblici affidati quasi 
esclusivamente ad italiani. Fu messo in atto un barbaro tentativo di 
sradicamento nazionale (questo si reale!) da parte del violento regime 
fascista.

I fatti Dopo l'8 settembre in Istria ci fu una sollevazione, 
un´insurrezione di contadini (croati, sloveni e italiani) che 
assalirono i Municipi, le case dei fascisti, di coloro che facevano 
parte della milizia volontaria della sicurezza nazionale, degli agenti 
dell´OVRA (la polizia segreta fascista) ammazzandone parecchi nelle 
loro case, e alcuni gettandoli nelle foibe. L´insurrezione istriana 
durò per circa un mese, finché non arrivarono i Tedeschi che misero a 
ferro e fuoco l´Istria. Le vittime dell´insurrezione furono per la 
maggior parte gerarchi fascisti, ma ci sono state anche vendette 
personali fra gente che aveva dei conti da regolare. Molti morti ci 
furono tra gli stessi abitanti slavi, quindi non si può dire in alcun 
modo che ci sia stato un odio generalizzato verso gli italiani.

Dalle foibe furono estratte 203 salme da parte autorità nazifasciste. 
Nel dopoguerra, gli storici più obiettivi hanno stimato in 500 le 
persone infoibate dai partigiani. Oggi il termine di infoibati viene 
erroneamente esteso a tutti, quindi anche alle persone che furono 
catturate in combattimento negli ultimi mesi della seconda guerra 
mondiale, per esempio i repubblichini della Repubblica di Salò che 
operavano in Istria al servizio della Gestapo e dei nazisti, o in 
generale i caduti italiani negli scontri con i partigiani nei 
territori dell'Istria e del Quarnero. Inoltre gli "storici" di 
estrema destra, per gonfiare le cifre, inseriscono negli elenchi 
nominativi degli infoibati anche vari caduti in battaglia, deportati, 
partigiani inclusi!

Gli italiani furono la maggioranza dei giustiziati perché in 
stragrande maggioranza erano stati italiani i podestà, i segretari del 
Fascio, i detentori del potere politico ed economico, i grandi 
proprietari terrieri ed altri esponenti del regime. Ma non mancarono, 
come già detto, esecuzioni di collaborazionisti slavi. Riassumendo, 
l'Istria ha subito in totale 17.000 morti tra vittime della 
repressione nazifascista, morti nei lager e caduti nella Resistenza 
armata, contro non più di 500 fascisti e collaborazionisti giustiziati 
dai partigiani.

Esodo Anche qui le cifre sono distorte. Se fosse vero che 350 mila 
persone se ne andarono dai territori in questione, non sarebbe rimasto 
che il 10% della popolazione locale. Gli emigrati furono in realtà 240 
mila, di cui 20 mila slavi, e 40 mila funzionari venuti dall'Italia 
durante il fascismo. Tra gli italiani che optarono per la cittadinanza 
italiana (non furono "cacciati con la forza" come si vuol far 
credere) ci furono principalmente funzionari delle istituzioni 
dell'Italia fascista con le loro famiglie, che non si opposero 
minimamente ai crimini spietati dei seguaci del Duce. Ancora oggi in 
Istria c'è una forte minoranza italiana (di cui chi scrive fa parte), 
che conta circa 35 mila persone, e può vantare tra i suoi iscritti 
deputati, sindaci, assessori, vicegovernatori... Insomma non c'è stato 
un odio anti-italiano, semmai una forte avversione antifascista, a 
dimostrazione di ciò rimane il fatto che diversi italiani lasciarono 
l'Italia occupata dagli alleati occidentali, per trasferirsi nella 
Jugoslavia socialista, nella quale i diritti civili e del lavoro 
furono imparagonabilmente migliori, e dalla quale furono accolti a 
braccia aperte. Sono stati eretti inoltre molti monumenti dedicati ad 
eroi partigiani di nazionalità italiana.

Per approfondire:
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/foibeistriane.htm (dello storico Giacomo 
Scotti)
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3884/1/67/ 
(intervista a Giacomo Scotti)

Analizzando questi dati, ci troviamo chiaramente di fronte ad un 
tentativo di revisione e falsificazione della storia, perpetuata dal 
governo nazionalista delle destre, che in un colpo solo vuole 
rafforzare le campagne anticomunista, presente in tutta Europa, 
antislava, e di riabilitazione del fascismo.

Socijalisticka Radnicka Partija
Partito Socialista dei Lavoratori Croato
http://www.srp.hr/


=== 5 ===

DELLA SERIE: NON SANNO NEPPURE DI COSA STANNO PARLANDO

Riporto qui sotto l'ANSA sulla lettera che Toth ha scritto a 
Chiamparino. La mostra per cui si lamenta, «Fascismo Foibe ed Esodo» 
è quella fatta alcuni anni fa dall'Istituto Nazionale per la Storia 
del Movimento di Liberazione, che nel quadro iniziale ha questa 
dicitura:

PER SAPERNE DI PIÙ
Il litoriale adriatico
nel nuovo ordine europeo 1943-1945
di Enzo Collotti (Vangelista editore)
Foibe
di Raoul Pupo e Roberto Spazzali
(Bruno Mondadori)
Esodo
a cura dell´Associazione Nazionale
Venezia Giulia e Dalmazia -dvd
Il lungo esodo
di Raoul Pupo (Rizzoli)

  Se ne deduce che il presidente dell'ANVGD o non sa di cosa sta 
parlando, o non gli vanno bene neppure le mostre che si basano sui 
testi prodotti dalla sua associazione. Inoltre nel suo testo scrive 
che la mostra: «ripropone contenuti e assunti ampiamente posti in 
discussione e superati dalla più avveduta storiografia contemporanea, 
anche di sinistra (Marina Cattaruzza, Gianni Oliva, Giuseppe Parlato, 
Raoul Pupo, Fulvio Salimbeni, Roberto Spazzali ed altri). Come si 
legge, alcuni dei professori che secondo lui metterebbero in 
discussione i contenuti della mostra, sono proprio coloro che hanno 
collaborato alla mostra (Pupo e Spazzali).

Incommentabile.

Un cordiale saluto,
Alessandra Kersevan


martedì 02 febbraio 2010
Il Presidente nazionale dell'ANVGD Lucio Toth ha inviato un messaggio 
a Sergio Chiamparino, Sindaco di Torino e presidente dell'ANCI 
(Associazione nazionale Comuni Italiani), per sollecitarlo ad un 
particolare interesse delle istituzioni locali nei confronti di una 
corretta interpretazione dell'imminente Giorno del Ricordo. Vi 
presentiamo il testo dell'intero messaggio.

Caro Presidente,
per una coincidenza felice Lei conosce perfettamente non solo lo 
spirito, ma l´iter preparatorio della Legge n. 92/2004, essendo stato 
relatore dell´analoga proposta di legge elaborata nelle legislatura 
precedente e ripresa nella successiva. Conosce altrettanto bene 
l´associazione di cui sono ancora presidente nazionale per la 
presenza attiva nella città da Lei amministrata di un nostro comitato 
provinciale e di migliaia di esuli giuliano-dalmati che a Torino hanno 
trovato un lavoro e una nuova patria.
Come recita il testo della legge - alla cui stesura Lei ha dato un 
contributo decisivo - il fine è «di conservare e rinnovare la 
memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle 
foibe, dell´esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati 
nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine 
orientale». L´ampio consenso raggiunto in sede parlamentare sul 
Giorno del Ricordo ha sancito la piena condivisione, da parte delle 
istituzioni politiche nazionali, e grazie anche ad una oggettiva e 
pacata riflessione storiografica ormai maturata nelle sedi accademiche 
ed editoriali, di una tragica pagina di storia italiana alla quale è 
stata finalmente riconosciuta dignità di memoria.
Dal 2004, ogni 10 febbraio, come certamente non Le sarà sfuggito, il 
Presidente della Repubblica consegna ai congiunti delle vittime 
(italiani deportati e scomparsi tra il 1943 e il 1945 ed oltre ad 
opera dei partigiani di Tito) un´onorificenza nel corso di una 
solenne cerimonia nel Palazzo del Quirinale, alla presenza delle più 
alte cariche, civili e militari, dello Stato. Analogamente, in molte 
Prefetture d´Italia altri congiunti ricevono eguale onorificenza dal 
Rappresentante del Governo.
La istituzione del Giorno del Ricordo ha sancito, ad oltre 60 anni da 
quei tragici eventi, il pieno riconoscimento del sacrificio della 
popolazione civile giuliana e dalmata, alla quale per decenni le 
opposte sovrastrutture ideologiche hanno negato visibilità e dignità 
di memoria, rendendole ostaggio delle contrapposizioni politiche e di 
schieramento.
Ora, apprendiamo che in alcuni Comuni italiani, come Firenze e Monza, 
vengono proposte da talune associazioni, in concomitanza con la 
commemorazione del 10 Febbraio, iniziative estranee, se non offensive, 
come nel caso di una mostra itinerante - «Fascismo, foibe, esodo» 
- che ripropone contenuti e assunti ampiamente posti in discussione e 
superati dalla più avveduta storiografia contemporanea, anche di 
sinistra (Marina Cattaruzza, Gianni Oliva, Giuseppe Parlato, Raoul 
Pupo, Fulvio Salimbeni, Roberto Spazzali ed altri), con un evidente 
sottinteso giustificazionista. Il che, spostando arbitrariamente la 
centralità del tema oggetto della legge istitutiva (l´esodo di 
centinaia di migliaia di italiani, per lo più autoctoni, dal loro 
territorio di insediamento storico), oltre ad essere offensivo per le 
persone il cui sacrificio si vuole riconoscere, ripropone concezioni 
arretrate e non rispondenti allo spirito ed alla lettera della legge 
stessa, riaprendo ferite che invece si vogliono sanare, come 
correttamente interpreta la norma il Presidente della Repubblica 
Giorgio Napolitano.
Richiamo, gentile Presidente la Sua attenzione su questo punto, ben 
conoscendo la Sua sensibilità e vicinanza alle nostre vicende.
Lucio Toth, Presidente nazionale ANVGD


=== 6 ===

http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-giorno_del_ricordo

_o_dell%27amnesia_storica%3F.php

GIORNO DEL RICORDO DELLE FOIBE E DELL´ESODO E DELL´AMNESIA STORICA.

La giornata commemorativa del 10 febbraio è stata istituita con la 
legge 30 marzo 2004, n. 92, "in memoria delle vittime delle foibe, 
dell´esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale". 
Lo scopo di questo "ricordo" avrebbe dovuto essere lo studio e la 
diffusione della conoscenza degli avvenimenti al confine orientale 
d´Italia tra il 1943 ed il 1947 (fino alla firma del Trattato di 
pace, il cui anniversario cade proprio il 10 febbraio). Già la scelta 
della data costituisce di per se stessa uno stravolgimento storico: la 
firma del trattato di pace vista non come la fine della guerra ma come 
il giorno in cui l´Italia (che aveva perso una guerra che lei stessa 
aveva cominciato, particolare che nessuno ricorda) dovette rinunciare 
ad un parte del suo territorio.
Fin dalla prima celebrazione, avvenuta nel 2005, abbiamo visto come la 
ricorrenza invece di essere un´occasione di approfondimento della 
storia è stata subito monopolizzata da associazioni nazionaliste ed 
irredentiste (Lega Nazionale, Unione degli istriani, Associazione 
Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) e da forze politiche di destra 
più o meno estrema (Forza Nuova, Alleanza Nazionale, ed ora il PDL 
dopo che AN vi si è sciolta) con il risultato che il 10 febbraio è 
diventato, secondo una definizione (che condividiamo) dello storico 
Sandi Volk, il "Giorno dell´orgoglio fascista".
Infatti nelle celebrazioni, sia ufficiali, sia delle singole 
associazioni, sentiamo l´ostinata continua descrizione della ferocia 
dei partigiani (quelli comunisti) e dell´Esercito jugoslavo, che 
viene considerato non come uno degli eserciti alleati ma trattato alla 
stregua di un esercito di occupazione, e nel contempo vengono del 
tutto cancellate le responsabilità del fascismo nel conflitto; vediamo 
gerarchi fascisti, collaborazionisti, persino acclarati criminali di 
guerra descritti come "martiri" ed "eroi" in quanto 
"soppressi e infoibati" da forze jugoslave. Perché la legge 
prevede anche una onorificenza per questi "soppressi ed infoibati", 
e pazienza se abbiamo visto "premiare" anche torturatori, o 
semplici militari collaborazionisti dei nazisti morti in 
combattimento, o ancora persone delle quali non si conoscono neppure 
le modalità della morte, mettendo tutti i nomi in un gran calderone di 
"vittime degli slavi". Il fatto che negli ultimi anni non si siano 
neppure resi pubblici i nomi di coloro che hanno ricevuto questa 
onorificenza fa pensare che addirittura si temano obiezioni sulla 
liceità di queste attribuzioni. E però, nonostante le modalità 
piuttosto sui generis dei riconoscimenti, evidentemente le cose non 
sono andate come si aspettavano i promotori della legge (primo 
ideatore Roberto Menia), visto che nel sito del Consolato italiano di 
Madrid leggiamo che "finora, dopo 5 anni di lavoro della commissione, 
è pervenuto soltanto un limitato numero di domande a fronte del 
potenziale, elevato numero delle persone destinatarie del 
riconoscimento (circa 10.000, secondo le stime (stime inesatte, ndr), 
furono le persone che persero la vita la vita per infoibamento)"; e 
quindi "d´intesa con la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con 
il Ministero Affari Esteri, si ritiene pertanto opportuna una 
capillare azione d´informazione anche all´estero, ove si 
trasferirono numerosissime famiglie di esuli dall´Istria, Fiume e 
Dalmazia, i cui discendenti potrebbero beneficiare della Legge di cui 
trattasi". Come ammettere che si sta raschiando il fondo del barile 
dopo il flop, che si è dimostrata essere questa iniziativa.
A fronte di tutta di questa propaganda e disinformazione, di 
diffusione di odio antijugoslavo ed anticomunista, di insulti alla 
Resistenza, un gruppo di storici (tra i quali chi scrive) ha in questi 
anni cercato di "resistere", in collaborazione di volta in volta 
con l´Anpi, con partiti di sinistra (i soli Rifondazione Comunista e 
Comunisti italiani), con le Università e con i Centri sociali, con 
organizzazioni giovanili e di base, organizzando e partecipando ad 
iniziative di informazione storica per cercare di porre un freno alle 
falsità dilaganti che vengono a tutt´oggi diffuse. Dopo un lavoro 
ormai più che decennale di attività di informazione e di una vera e 
propria "resistenza storica" (spesso siamo stati tacciati di 
"negazionismo", abbiamo subito contestazioni pesanti e tentativi di 
impedirci di parlare), piano piano il nostro discorso si è allargato 
al punto che lo storico Joze Pirjevec, accademico di fama e (fatto non 
indifferente) non comunista ha pubblicato per l´Einaudi lo studio 
"Foibe. Una storia d´Italia", libro che ha creato un grande 
scompiglio.
Infatti il 30 gennaio scorso due consiglieri regionali del PDL del FVG 
(Roberto Novelli e Edoardo Sasco) hanno lanciato un attacco a Pirjevec 
che viene accusato di "negare che la tragedia delle foibe sia da 
attribuirsi alla volontà di effettuare una pulizia etnica premeditata, 
frutto di un´azione politica tesa all´eliminazione di quanti si 
opponevano all´annessione alla Jugoslavia dopo la fine della seconda 
guerra mondiale"; di non avere preso "in considerazione fatti 
storicamente assodati", perché le sue affermazioni "stridono con 
le testimonianze di tutte le persone che hanno vissuto il dramma 
dell´esodo dall´Istria e l´opera di epurazione perpetrata dai 
soldati titini durante e dopo la fine del secondo conflitto mondiale, 
secondo le quali le foibe rappresentano a tutti gli effetti fenditure 
carsiche in cui i partigiani jugoslavi gettarono i corpi dei nemici".
Come si vede, mentre Pirjevec ha scritto un libro di quasi 400 pagine 
basandosi su fonti storiche accertate come documenti ufficiali, gli 
specialisti del PDL, l´ingegnere Sasco ed il perito agrario Novelli 
si arrogano il diritto di decidere che, dato che le conclusioni di 
Pirjevec "stridono" con "le testimonianze" (non si sa bene di 
chi), è lo storico ad essere inattendibile e non la vulgata da 
rivedere.
A sua volta il PDL nazionale (il responsabile della Consulta Cultura 
del partito, Fabio Garagnani e la vice Paola Frassinetti) propone di 
"istituire un albo nazionale di associazioni autorizzate a recarsi 
negli istituti scolastici a parlare del fenomeno delle foibe e dell
\'esodo istriano-giuliano-dalmata", in modo da "evitare che 
l´argomento venga affrontato nelle scuole da associazioni gestite da 
comunisti" (sic). Cioè non si chiede che chi intende parlare nelle 
scuole di questo argomento abbia la preparazione storica necessaria 
per farlo, ma semplicemente che non sia "comunista". Così un Marco 
Pirina che riempie i suoi libri di falsità (assieme alla moglie 
Annamaria D´Antonio è stato recentemente condannato dalla sezione 
civile della Cassazione a risarcire i danni per diffamazione a tre ex 
partigiani da loro accusati senza alcuna prova di avere "infoibato" 
civili italiani) potrebbe andare a parlare agli studenti, non essendo 
"comunista", mentre uno storico che si è specializzato 
sull´argomento non potrà farlo se l´associazione che lo propone è 
"gestita da comunisti".
Potremmo ora semplicisticamente affermare che ci troviamo in pieno 
regime, perché impedire la parola in base alle idee politiche è 
fascismo puro, e poi chi è che decide se un´associazione è 
"comunista", o se è "comunista" chi parla, ma vorremmo invece 
cercare di essere costruttivi ed invitare i democratici, gli esponenti 
della cultura, tutti coloro che hanno a cuore la verità storica e la 
libertà di parola, gli antifascisti, ad opporsi a questo sfacciato 
tentativo di imbavagliare e censurare l´informazione storica, ad 
esprimere la propria solidarietà al professor Pirjevec ed a tutti gli 
studiosi che in questi anni, fra innumerevoli difficoltà, hanno 
studiato e si sono fatti carico di rendere noto il risultato dei loro 
studi spesso non "graditi" perché diversi da ciò che per 
sessant´anni la propaganda ha diffuso.

febbraio 2010




 


CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO LANDONIO

VIA STOPPANI,15 -21052 BUSTO ARSIZIO -VA- Italia

(Quart. Sant´Anna dietro la piazza principale)      

e-mail: circ.pro.g.landonio@tiscali.it

..............................................................Archivio documenti storici.

Dal blog Comunista rivoluz.:  Italia rossa

Per una soluzione rivoluzionaria della crisi italiana

Domenica, 11 febbraio 2007 (prima edizione)

I morti non sono tutti uguali  

Ci sono oppressi e ci sono oppressori; aggrediti e aggressori; vittime e boia.

Solo i primi meritano rispetto

Nelle <<Foibe>> vennero gettati gerarchi fascisti e nazisti miliziani e collaborazionisti , oppositori vari - La violenza dei partigiani di Tito contro gli invasori fascisti e nazisti, nonché quella dei partigiani triestini , era legittima; fu reazionaria nei confronti di operai e avanguardie comuniste. L´equiparazione postuma dei morti non supera il passato né elimina le responsabilità. La storia non si cancella. Condanniamo il cordoglio odierno , di fascisti e antifascisti, sui morti delle "Foibe" come manifestazione di revanschismo imperialistico e mettiamo in guardia "esuli" italiani e sloveni  confinari sulle mire espansionistiche dell´Italia.

Istria e Trieste , da luoghi di massacri , debbono ritornare centri di INTERNAZIONALISMO PROLETARIO.

 Le " foibe" non furono né un genocidio del totalitarismo comunista  (non c´era comunismo né in Russia né in Jugoslavia  ed è una bestialità allineare Marx - Lenin con: Tito Stalin Mao  Pol Pot);

né una pulizia etnica  né una "folle vendetta " attuata da gente disperata ; né una "barbarie di guerra" ; né una "grande tragedia"; né altro di consimili cose sciorinano giornali e televisioni con grande noncuranza o mistificazione degli avvenimenti storici.  Le "foibe", cui ci limitiamo a quelle del 1945 , furono una pratica di giustiziazione politica attuata dall´esercito di liberazione jugoslavo contro i nazi-fascisti e i loro accoliti che, che con le loro atrocità e invasione, avevano causato la morte di 1.700.000 persone. La presenza delle truppe di Tito a Trieste e Gorizia va dal 2 maggio al 12 giugno 1945 .In questi quaranta giorni ci furono esecuzioni e deportazioni nei campi di concentramento  jugoslavi ma; non ci fu alcun genocidio o pulizia etnica . L´esercito di Tito epurò le due città essendo nei suoi piani, avvallati da Togliatti, spostare il confine fino al Tagliamento , ma non operò alcuna eliminazione sistematica in base alla nazionalità. Le direttive ai comandanti sloveni erano di arrestare i nemici e di epurare in base all´appartenenza al fascismo (gli sloveni avevano giustiziato più di 10.000 connazionali perché collaborazionisti). Dal novembre 1945 all´aprile 1948 sono state recuperate dai crepacci  tra Trieste e Gorizia circa 500 salme . Metà erano di militari metà di  civili. Le "foibe" furono quindi la modalità esecutiva di un più vasto repulisti politico operato con metodi sommari e feroci da una armata di liberazione nazionale che tendeva a stabilire la padronanza sul campo prima  delle trattative di pace in una zona di confine conteso.

 Il P.C.I. triestino ammetteva la tattica  delle "foibe" raccomandando ai propri  militanti di non sbagliare bersaglio e di  colpire dirigenti responsabili del regime fascista e della RSI membri della milizia e della guardia repubblichina collaboratori aperti dei nazisti. Quindi scaraventare l´avversario nei crepacci faceva parte della lotta antifascista ed era una giusta reazione  alla violenza nera. Questo il contesto storico di allora. Dal 1992 operano 2 commissioni miste, una italo- slovena, l´altra italo-croata , per ricostruire questi episodi.

Non c´è molto da scoprire . I fatti storici a parte i dettagli sono noti . L´unico capitolo da ricostruire  è la distruzione dei reparti più combattivi della classe operaia giuliana e delle avanguardie comuniste ad opera congiunta del nazionalismo titino e dello stalinismo del P.C.I. triestino. Ma non ci aspettiamo niente dalle predette commissioni e esortiamo perciò quanti  hanno a cuore l´argomento e la possibilità di farlo di cimentarsi in questa ricostruzione.

 Che oggi gli ex partigiani si inchinino davanti le "fobie" in compagnia degli ex fascisti , i quali per quaranta anni ne hanno fatto un vessillo speculando sul dramma dei profughi da loro creato, non ci sorprende affatto . Fascismo e antifascismo sono due facce della stessa medaglia borghese e  già nell´89 il P.C.I. di allora aveva deposto i primi fiori alla "foiba" di Basovizza. Ma è un incolmabile atto di ipocrisia sostenere che tutti i morti sono uguali e che la violenza parifica  i soggetti. NOSSIGNIORI.  Le repressioni le atrocità gli stermini degli imperialisti e degli oppressori non possono essere equiparati alle uccisioni e violenze dei movimenti nazionali  né tantomeno a quelli degli oppressi. La persona umana non è  un´entità astratta; è una cellula sociale; e ha un posto di serie A-B-C-D  a seconda che appartenga a questa o quella classe , in vita e in morte. Quindi si abbraccino pure i nemici di ieri la storia non si cancella.

 E´ logico che ogni qualvolta  si parla di "foibe" il clima per gli italiani dell´ex Istria si fa più pesante in quanto cresce l´ostilità di sloveni e croati. Certo che la raggiunta unità post-fascista di ex camice nere e di ex partigiani non prelude a nulla di buono . Essa esprime la grande voglia dei gruppi economico-finanziari e militari di ritornare da padroni in queste terre ed è dunque foriera di nuove e più sanguinose avventure.

 ...I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI : CI SONO OPPRESSI E CI SONO OPPRESSORI, AGGREDITI E AGGRESSORI, VITTIME E BOIA . SOLO I PRIMI MERITANO RISPETTO.

 Articolo del suppl. al giornale murale di RIV. COM. del 15 settembre 1996, appiccicato sui muri anche recentemente in provincia di Varese.

 --- Edizione a cura di
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 - 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/

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 Dal blog:  http://italiarossa.splinder.com/   Per una soluzione rivoluzionaria della crisi italiana

 giovedì, 15 febbraio 2007

Nella linea di faglia tra Est e Ovest

A Pola xe l´Arena
La Foiba xe a Pisin
Che buta zo in quel fondo
Chi ga certo morbin (1).
(Canto dei giovani fascisti di Pisino, 1919)

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Durante e dopo le vicende belliche della Seconda guerra mondiale, Venezia Giulia, Istria e Dalmazia si trovarono stritolate dalla linea di faglia, lungo la quale l´imperialismo anglo-americano si scontrava con il nazionalismo iugoslavo, sostenuto dall´Unione Sovietica. (dino erba.)

Il contrasto era inasprito dalla politica razzista nei confronti degli sloveni, condotta dall´Italia dopo l´annessione di quelle regioni, avvenuta nel 1918, e, soprattutto, con l´occupazione della Slovenia dal 1941 al 1943. Furono 25 anni contraddistinti da crescenti violenze che, durante la guerra, assunsero carattere di genocidio(2). Fin dal 1919, i fascisti avevano inaugurato la macabra consuetudine di gettare nelle foibe avversari politici o considerati tali in quanto slavi.

La persecuzione degli sloveni si intrecciò alla repressione contro socialisti e comunisti che, negli importanti centri industriali di Trieste, Fiume, Albona e Pola, vantavano una tradizione di forte impronta internazionalista, fondata su consolidati rapporti tra le differenti nazionalità che, dalla fine dell´Ottocento, connotavano il proletariato di quelle zone, in cui convivevano non solo italiani e sloveni, ma anche ebrei, tedeschi e croati. In tutta la regione, le aggressioni fasciste furono subito estremamente violente: a Trieste il 13 luglio 1920 incendiarono l'Hotel Balkan, sede del Centro culturale sloveno, il 9 febbraio 1921 incendiarono «Il Lavoratore», quotidiano del Partito Comunista d´Italia per la Venezia Giulia e, il 28 febbraio, le Camere del Lavoro di Trieste e dell´Istria. Per tutto il ventennio fascista, il Partito Comunista d´Italia denunciò i soprusi e le persecuzioni contro gli sloveni, mantenendo rapporti non solo con i comunisti slavi ma anche con le tendenze nazionaliste radicali.

La tradizione internazionalista era talmente radicata, che neppure la sanguinaria pulizia etnica fascista era riuscita a distruggerla, aveva comunque posto premesse, che furono poi sfruttate a fondo dai nazionalcomunisti iugoslavi. Ma prima, questi ultimi dovettero eliminare ogni voce di dissenso.

Nel 1942, a Fiume alcuni militanti comunisti, tra cui G. Rebez, avevano costituito un organismo che si definì Partito Comunista Internazionale, sostenendo la lotta di liberazione degli iugoslavi, in particolare del croati, ponendola comunque in una prospettiva socialista. Dopo il 25 luglio 1943, si fecero strada le rivendicazioni slave - di cui si fece portavoce il partito comunista sloveno -, riguardanti, oltre al territorio istriano con Fiume e Zara, anche il litorale sloveno con Trieste e Gorizia. Nell´estate del 1943, la Federazione comunista di Trieste, pur sostenendo l´unità di lotta contro il nazifascismo, avanzò una posizione internazionalista, che contrapponeva il concetto di autodeterminazione dei popoli (enunciato fin dal 1915 da Lenin) alle annessioni per mezzo delle armi. Fautori dell´autodeterminazione erano Luigi Frausin, segretario regionale, Natale Kolarich e Vincenzo Gigante che, nel giro di qualche mese, furono uccisi dai nazifascisti, probabilmente in seguito a delazioni interessate. Con loro scomparvero anche Lelio Zustovich - fucilato nell´ottobre 1943 dai nazionalcomunisti croati -, Pisoni, Silvestri e altri militanti internazionalisti, anarchici, libertari e partigiani disertori delle file di Tito(3). Per evitare l´accusa di nazionalismo, il PCI uscì dal Comitato di Liberazione Nazionale della Venezia Giulia e prospettò - obtorto collo - l´adesione delle province giuliane alla futura Iugoslavia socialista. Compiuta l´epurazione dei dissidenti, i nazionalcomunisti iugoslavi poterono scatenare una nuova pulizia etnica, questa volta contro gli italiani, ricorrendo al metodo fascista delle foibe. Dapprima furono colpite persone più o meno compromesse con il regime fascista, ma presto furono colpiti anche proletari, in un massacro che aveva come unico scopo la pulizia etnica. L´esito fu un clima di accesi odi nazionalisti, in cui il proletariato venne frantumato, perdendo ogni ombra di autonomia politica. Alla campagna xenofoba dei nazionalcomunisti iugoslavi, quelli italiani risposero con una campagna altrettanto xenofoba quando, nel luglio 1948, con una rapida giravolta, il PCI si adeguò al diktat sovietico contro Tito, divenuto «lacché dell´imperialismo USA».

Nell´orrendo gioco al massacro, che per oltre cinque anni sconvolse Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, una delle poche voci fuori dal coro fu il Partito Comunista Internazionalista, presente a Trieste con alcuni militanti scampati alle purghe staliniste e titine, tra cui Francesco Sustersich. Costoro, coerenti con l´orientamento internazionalista, fornirono preziose testimonianze - prive di pregiudizi ideologici - su quanto stava avvenendo, scorgendo sul nascere anche la speculazione democratica che, in tempi recenti, ha saputo sfruttare a proprio vantaggio la denuncia dei massacri allora avvenuti. L´articolo riportato, del 1948, descrive l´operazione che allora i democratici anti-comunisti attuarono nei confronti dei profughi istriani.

Gli sciacalli del C.L.N. dell´Istria a Trieste

"Il problema dell´esodo costante e sempre crescente delle popolazioni dell´Istria, incalzate dalla fame e del terrore titino, costituisce una «vexata quaestio» dalla quale, per ben tre anni, certi enti (autodefinitisi morali) hanno tratto, ma solo per i loro scagnozzi, motivo di esistere.

Infatti, essi sorsero come funghi a Trieste, un po´ dappertutto in Italia, fin dal luglio 1945, con gli ormai famosi appellativi di «C.L.N. dell´Istria e della Venezia Giulia» e con lo scopo precipuo di aiutare in ogni modo e forma coloro che, perseguitati dai nazionalisti di Tito, ne avessero avuto bisogno, ma mostrarono ben presto finalità esattamente opposte a quelle per le quali avevano dichiarato di sorgere e, quel che è peggio, servirono a raccogliere e favorire nel loro misterioso seno i rimasugli sbandati del fascismo, della X MAS e dei collaboratori nazisti, per divenire infine veri e propri covi di vipere unicamente preoccupati di coprire di bava e di veleno gli uomini che avevano combattuto fin dal suo sorgere il regime totalitario.

Ai nostri compagni lettori gioverà tuttavia una premessa atta a porre nella giusta luce, in questo trambusto di idee, le diverse interpretazioni in proposito e gli abusi in virtù dei quali molti oggi riescono a classificarsi «esuli», in Italia, a Trieste e altrove, per trarne adeguati vantaggi. Quattro sono le categorie di esuli che hanno lasciato le terre annesse ed amministrate dagli jugoslavi.

La prima, fuggita in aprile, maggio, giugno 1945, comprendente criminali fascisti, fascistoidi, spie , collaboratori nazisti (tutti di parte italiana) e, fra quelli di parte serba, croata o slovena, ustascia, belogardisti, seguaci di Ante Pavelic, spie al servizio dei fascisti e dei nazisti, i cetnici di Mihailovich, piccole frazioni delle sette non ancora morte, Mano Nera, Mano Bianca, Orjuna, Sokol, Idranska, Straza, Srnao, Narodna Odbrana ecc., aderenti come in passato alla monarchia Karageorgevich (il rimanente ha ingrandito il minestrone titino salvando la pelle e facendo causa comune con lui)(4).

La seconda, fuggita dalla fine del 1945 e tutto il 1946, comprendente capitalisti, strozzini, speculatori, arricchiti di guerra sia di parte italiana che croata o slovena, impediti di continuare i loro lerci affari.

La terza, quella degli affamati operai, pescatori della costa istriana e dalmata, contadini a giornata per la maggior parte di lingua italiana, rovinati dal prelievo degli utensili di lavoro nelle fabbriche e nei cantieri, delle reti da pesca e del macchinario agricolo; fattore determinante, la mancanza di lavoro.

La quarta, i nostri compagni che, ingenuamente sfruttati per ragioni di lotta che non erano le loro, si sono visti colpiti fra i primi.

Ora se, per le prime due, i vari C.L.N. versano lacrime di coccodrillo, per le altre non lesinano l´umiliazione, gli insulti e l´affamamento.

Insediatisi su comode poltrone imbottite, dietro ad ampi tavoli preparati dalla combutta clericaloide-massonico-capitalistica sperante di sopravvivere per merito loro, questi signori, pupazzetti di pane eternamente condizionato ed autoclassificatisi «insostituibili polmoni di una vasta attività politico assistenziale a favore degli "esuli"», iniziarono ben presto la loro subdola attività all´ombra di sicuri ripari. Fra i tanti che sorsero, quello di Trieste, possiamo ben dire senza tema di smentita, che sia risultato il campione. Liberatosi degli elementi più onesti e in buona fede, che avrebbero potuto in seguito divenire un intralcio a tanto «umanitaria opera» (sic!) gli attuali dirigenti scelsero tra gli affamati esuli quelli che, meno scrupolosi ma più addomesticabili, avrebbero meglio servito gli scopi che i loro padroni perseguivano, La prima preoccupazione era quindi di allontanare, attraverso l´intimidazione, la diffamazione e la calunnia i nostri compagni, che troppo bene li conoscevano ed avrebbero potuto smascherarne il tristo passato rovesciandoli dai ben remunerati cadreghini. Molti sono i compagni che, costretti a lasciare la casa sotto le minacce, hanno dovuto cercare asilo in Italia e particolarmente a Trieste, non senza aver prima conosciuto il carcere dell´occupatore jugoslavo che, come quello fascista, accarezza col velario della morte i più recalcitranti. Ed è proprio contro questi compagni, i più cari perché i più colpiti, che si è scagliata e si scaglia tuttora la canea parassitaria degli autentici «dell´ora sesta», col preciso scopo di avvilirli ed affamarli addebitando loro colpe e responsabilità che vanno unicamente addossate agli stessi accusatori, causa di tutte le cause. Per questa categoria di esuli non esiste aiuto a Trieste."
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"Considerati dai titini nemici acerrimi (e ciò fino dal maggio giugno 1945) perché non «timidi botoli della verga staliniana» respinti e senza possibilità di chiarire le loro posizioni, a Trieste, li si accusa oggi d´essere filo-slavi e titini e gli si impedisce di parlare quando ancora non li si accusa sottovoce d´infoibamenti. Ma i signori del fantoccio dalle inconcludenti mozioni all´O.N.U., che si fa chiamare C.L.N. dell´Istria, con sede a Trieste, sanno troppo bene che i vari colleghi del C.L.N. della Venezia Giulia - coi quali dividono gli abbondanti emolumenti del governo italiano (sudore proletario) - non hanno alcuna responsabilità degli infoibati triestini dei sempre deprecatissimi 40 giorni, ciò che confermerebbe la loro esistenza da talpe, per cui si guardano bene dal parlarne anche lontanamente. Noi, però, con la bontà che ci distingue, vogliamo sperare che gl´infoibatori siano statati i neozelandesi. Forse il futuro ce lo dirà, perché diversamente, alle mal riposte fiducie nei vari C.L.N. pullulanti in Italia, dovremmo, nostro malgrado, aggiungere quelli di Trieste e riconoscere che se qualche fabbricante di scope locale non è riuscito coi suoi superprodotti a pulire quanto di sporco c´era dentro, nonostante la nobile presenza di qualche reverendo callo della Lega o della Banca d´Italia, per risolvere la «vexata quaestio» (la quale a chi ha bisogno di mangiare non interessa affatto) non c´è che il piccone demolitore.

L´era del doppio giuoco e dei pesi a due misure deve finire. Per ora punto; e fra breve da capo."

(Aro), «Battaglia Comunista», n. 32, 22-29 settembre 1948.
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(1) "A Pola c´è l´Arena, a Pisino c´è la foiba: in quell´abisso vien gettato chi ha certi pruriti." Lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista (Vallecchi Editore, Firenze, 1929) si gloria di un´orrenda serie di violenze, tra cui l´infoibamento di slavi e antifascisti italiani. Cfr. Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia», n. 2. febbraio/marzo 1997, numero speciale.

(2) Cfr. Costantino Di Sante (a cura di), Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951), Ombre Corte, Verona, 2005; Raoul Pupo, Guerra e dopoguerra al confine orientale d´Italia (1938-1956), Del Bianco, Udine, 1999.

(3) Foibe. Il macabro trionfo dell´ideologia nazionalista, Edizioni Prometeo, Milano, 2006.

(4) In questo coacervo di organizzazioni reazionarie, ebbero importanza, in Croazia gli Ustacia di Ante Pavelic e in Serbia i Cetnici del generale Draza Mih

Postato da: samib a 11:30 | link | commenti
storia

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venerdì, 10 febbraio 2006

Foibe: tra fascismo e revanscismo (sloveno e croato)

Ricordo senza memoria

La memoria non è semplice ricordo: non può essere elencazione di fatti, richiede elaborazione. E, soprattutto, non accetta le semplificazioni, di cui si nutre la propaganda. (Gabriele Polo)

Se poi si tratta della memoria di un secolo come il 900 - così aspro e duro - la ricostruzione di una memoria comune non può isolare le singole tragedie - e ce ne sono tante - facendo finta che ognuna sia indipendente dall'altra. Così si celebra, non si fa capire; e alla fine quella celebrazione suona come estranea a chi non è stato parte in causa. Ieri il Presidente della Repubblica ha ricordato solennemente le vittime italiane delle foibe e l'esodo forzato dall'Istria e dalla Dalmazia: alcune migliaia di persone uccise nell'immediato dopoguerra durante l'occupazione jugoslava di Trieste, decine di migliaia di donne e uomini che abbandonarono le proprie case sotto la pressione del revanscismo sloveno e croato. Ciampi nel far ciò ha condannato il nazionalismo e l'odio etnico. Giusto. Peccato che il Presidente non abbia speso una parola contro ciò che stava alla radice di quell'odio: l'espansionismo fascista - con relative stragi - sul confine orientale. E, prima, la furibonda campagna di italianizzazione delle popolazioni slave durante il ventennio.

Chiunque sia nato tra Trieste e Gorizia sa che prima del fascismo quel confine non esisteva, né sulla carta, né soprattutto nelle menti e nella vita quotidiana di chi lì viveva. Italiani, sloveni, croati si mescolavano, facevano gli stessi lavori, abitavano le stesse case, venivano sepolti negli stessi cimiteri. L'uno a fianco dell'altro. Il confine è venuto dopo e anche se non c'era sulla carta geografica, cresceva nel razzismo istituzionale del regime italiano. Poi vennero la guerra e le persecuzioni, i campi di detenzione per i civili jugoslavi, le stragi, i paesi bruciati. Un odio militarmente praticato che si rovesciò nella rappresaglia delle foibe e nell'esodo finale. Tutto questo è stato rimosso dal Presidente della Repubblica. Che insieme alla storia deve aver anche dimenticato di rispondere all'invito fattogli più volte di visitare l'isola di Arbe, sede del principale campo di concentramento italiano per civili jugoslavi. Ma, forse, ci vorrebbe memoria, non un semplice ricordo.

(Manifesto, 9.2.06)
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Italiani in Jugoslavia, cosa leggere per saperne di più

Il primo libro da consultare è «Dossier Foibe» di Giacomo Scotti, Piero Manni Editore (pp. 2005, 16 euro):  è probabilmente il testo più esauriente sui venti anni di squadrismo in quelle terre che prepararono il doloroso periodo delle foibe. Ricchissimo di riferimenti alla memorialistica e agli epistolari.

Specificamente sulla questione dell'esodo degli italiani dall'Istria, Raoul Pupo «Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe», l'esilio, edito da Rizzoli nella collana Rizzoli storica (pp 333, 18 euro).

Un altro testo, anche questo fondamentale, «Italiani senza onore. I crimini in Jugoslavia e i processi negati (1941-1951)», a cura di Costantino Di Sante per le edizioni Ombre Corte (pp 270, 18 euro), dove si illustra con una dovizia incredibile di documenti il fatto che per le stragi commesse dai fascisti i governi italiani del primo dopoguerra respinsero ogni atto processuale che arrivava dalla Jugoslavia e che metteva sotto accusa i misfatti dello Stato maggiore italiano.

Per finire, ma certo non per ordine d'importanza, Angelo Del Boca con la sua ultimissima fatica: «Italiani, brava gente», Neri Pozza editore (pp 318, 16 euro) dove appare evidente che il buco di memoria non riguarda certo soltanto il fronte Balcanico, ma esperienze storiche quasi cancellate, come la ferocia dell'Italia coloniale in Libia e in Abissinia.
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La disinformazione strategica su "foibe" ed "esodo"
e il neoirredentismo italiano

" Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si
deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone.
I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche:
io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani."
(Benito Mussolini a Trieste, 1920)


 

 

 

 

 

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