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NATO.:COLPITO E AFFONDATO

LA TRAGICA VICENDA DEL PESCHERECCIO FRANCESCO PADRE E DEI SUOI OCCUPANTI

 

 

giovedì, 18 febbraio 2010

Fori di proiettili sullo scafo del Francesco Padre

Video: la verità del mare

 

Nicolò Carmineo (www.lagazzettadelmezzogiorni.it/…)

Il peschereccio di Molfetta Francesco Padre, ufficialmente affondato 16 anni fa per colpa di una esplosione a bordo, prima della deflagrazione potrebbe essere stato crivellato di colpi, forse esplosi da una mitragliatrice. Mentre la procura di Trani ha ufficialmente deciso di riaprire l’inchiesta su quella misteriosa tragedia che provocò la morte dei cinque marinai a bordo, dal filmato del relitto in fondo al mare recuperato dalla «Gazzetta» spuntano nuovi elementi. Almeno 4 fori sono visibili nella parte poppiera di dritta del natante e - dettaglio ancora più inquietante - un foro nel teschio di uno dei marinai che giace ancora a 248 metri di profondità. 

Non vi può essere nessun riscontro certo fino a quando non venisse disposto un recupero, ma a questo punto l’attacco armato compiuto nei confronti del peschereccio si impone come una delle ipotesi su quanto accadde la notte del 4 novembre 1994. A compiere l’azione potrebbe essere stato un commando armato partito dal Montenegro, sempre che il «Francesco Padre» non sia rimasto vittima di una nuova Ustica del mare. Alcune fonti riportano che quella notte unità militari davano la caccia ad un peschereccio simile a quello di Molfetta, che nei giorni precedenti era stato visto lanciare esplosivi in mare. Non per pescare, dato il fondale profondo di quella zona, ma più probabilmente per compiere attività di spionaggio: va ricordato che in quegli anni si combatteva nell’ex Jugoslavia e che unità militari ma anche imbarcazioni- spia battevano quelle acque per contrastare (oppure alimentare) il traffico di armi.

 La pista delle mitragliate esplose contro il «Francesco Padre» sembra trovare conforto anche in altri fori di proiettile che sarebbero stati riscontrati in uno dei reperti, il tirante dell’albero di poppa, poi stranamente smarrito durante le indagini. Il pezzo del peschereccio era stato ripescato in mare nell’estate del 1995 da una imbarcazione di Manfredonia. Uno dei pescatori, Michele Brigida, interrogato dalla procura, confermò il ritrovamento precisando che il pezzo dell’imbarcazione «presentava alcuni fori». Si trattava di un tubo di ferro che in seguito venne recuperato dal fratello del comandante del «Francesco Padre» per essere affidato agli investigatori. Ma nessuno sembra essere in grado di dire che fine abbia poi fatto. 

Tale circostanze non è stata comunque giudicata rilevante dai magistrati che nel 1997 archiviarono l’inchiesta secondo i quali la causa dell’incidente era stato il trasporto illegale di materiale esplosivo. Determinante fu la perizia dell’ingegnere navale Giulio Russo Krauss nella quale si dimostrava che l’esplo - sione era partita dall’interno del natante, sotto il ponte di coperta, e che l’esplosivo «con ogni probabilità si trovava nella stiva del pescato o nell’alloggio del motorista ». Ciò escludeva che potesse trattarsi di un attacco esterno. Il perito giudicava non attendibile anche l’ipotesi di un ordigno preso nelle reti (n.d.r. piuttosto probabile perchè nella guerra nella ex Jugoslavia molte zone marittime dell’Adriatico jugoslavo vennero minate), poiché riteneva che il «Francesco Padre» non potesse pescare a strascico a quella profondità (230 metri) e a quell’ora di notte.

 In realtà un esame attento del video girato dalla Impresub per conto della Procura nel giugno del 1996 svela che l’impatto è avvenuto dall’esterno. Nella zona poppiera, per esempio, si vede distintamente una scala a pioli - che serviva a scendere nella sala macchine - schiodata e appoggiata al motore (e non verso l’esterno), così anche la cisterna di gasolio di sinistra schiodata dal fasciame e spinta all’interno. Lo stesso motore non sembra avere alcun segno di bruciatura, e ciò significherebbe che l’esplosione è avvenuta fuori e non nel vano interno. Non è possibile poi che l’esplosivo si trovasse nella stiva frigo, perchè nel peschereccio molfettese è posta sotto il ponte di comando (e non a poppa come erroneamente affermato da Krauss), zona dell’imbarcazione che dal video risulta integra. 

Nel video del relitto si evidenzia poi che le reti erano state calate e in pesca, e ciò è possibile perché la pesca dei gamberi viene effettuata anche a profondità superiori ai 230 metri e spesso nelle ore notturne. Ma ammesso che sia fondata l’ipotesi dell’attacco armato a danno del peschereccio di Mollfetta, quale potrebbe essere il movente? Il comandante Pansini poco prima della tragedia aveva rilasciato una intervista televisiva nel programma «Linea Verde» di Federico Fazzuoli nella quale denunciava traffici illegali in Adriatico. In quel periodo le nostre frontiere marittime erano permeabili, vi si praticava ogni tipo di contrabbando, specialmente con il Montenegro. Numerosi furono a Bari i sequestri di ingenti quantitativi di armi provenienti dalla ex Jugoslavia riconducibili a mercanti di pesce. Fu dunque un attacco per vendetta? Ora che le indagini sono state riaperte, la procura potrà rispondere finalmente anche a questo interrogativo.

 


 

 

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