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30 ottobre 1969

Brindisi, 30 ottobre 69 cacciati dal sindacato i maoisti dal corteo operaio!  

Ovvero…a volte ritornano…

Il chiodo fisso del sindacalismo brindisino?

Ieri la paura per il filocinese, oggi per l’ambientalista.

La Gazzetta del Mezzogiorno di quarant’anni fa titolava così, parlando dello sciopero generale del 30 ottobre 1969, in pieno autunno caldo, che a Brindisi aveva visto una fortissima partecipazione di migliaia di scioperanti al corteo sindacale.

In quei giorni fornire notizie che mettessero in risalto che gli operai isolavano i maoisti , gli estremisti,  se non addirittura li pestassero ben bene, sembrava divenire una prassi consolidata.

A Roma appena due giorni prima, il 28 ottobre 69, durante lo sciopero generale e relativa manifestazione degli edili,  a sprangare gli studenti che innalzavano striscioni contro la polizia per la morte  dello studente Cesare Pardini a Pisa, era stato il servizio d’ordine  sindacale più duro ed efficiente della Capitale: quello dei sindacati edili, di rigida osservanza PCI romano e che grazie a questa impresa divenne il punto di riferimento del servizio d’ordine confederale per le successive manifestazioni nazionali dell’autunno caldo.

Perché tanto accanimento contro i “filocinesi”? Il timore che la rabbia operaia contro i padroni e il governo d’allora stesse salendo di tono e rischiasse di non essere controllabile era cosa quotidiana. Gli scontri  operai-polizia davanti alla Montedison a Milano, i sabotaggi delle linee di montaggio a Mirafiori, le devastazioni alla Sit Siemens,  i picchettaggi duri con pestaggio di crumiri erano cronache di tutti i giorni e nonostante che episodi simili venissero addossati a pochi estremisti infiltrati, e relativa condanna dalla maggioranza dei lavoratori, erano una realtà difficile da digerire per un sindacato abituato a governare con poca democrazia la sua base.

Il fantasma del filocinese diveniva così lo spauracchio per tirare la briglia ad un movimento operaio che iniziava a galoppare imbizzarrito,   punto dall’anticapitalismo.

A Brindisi le cose non andavano diversamente e la paura per il filocinese veniva da lontano.

L’anno prima, il 22 ottobre del 1968 il sindacato, durante uno sciopero generale che aveva visto fermarsi l’intera città , assediata da blocchi stradali e dei servizi,  aveva negato a centinaia di operai di fare una manifestazione per le vie cittadine, costringendoli ad un comizio nel chiuso di un teatro per paura che qualche decina di gli studenti filocinesi potessero inquinare e provocare disordini nel corteo.

La realtà era un po’ diversa: tra gli operai brindisini c’era un fermento e una voglia di lottare sempre più crescente, cresciuta con le lotte contro le gabbie salariali e poi per i contratti locali e aziendali. Questa lotta aveva visto in particolare la saldatura tra la giovane classe operaia del luogo e molti operai trasfertisti provenienti dalle turbolenti fabbriche del Nord e questo era un fatto preoccupante per le direzioni sindacali brindisine.

Addirittura Comitati di Lotta operai presenti nel Petrolchimico, in forte critica con le confederazioni , lanciavano appelli  bellicosi al resto della classe operaia di Brindisi  chiedendo l’unità della lotta operai-studenti.

Fuori dalle fabbriche gli studenti senza partito dell’anno prima , ora si presentavano sistematicamente con volantini e comizi volanti, inquadrati nelle due organizzazioni “maoiste” presenti in città : l’Unione dei Comunisti Italiani ( marxisti-leninisti) e  il Circolo Lenin di Puglia

In questo contesto va letto quanto avvenne a Brindisi il 30 di ottobre di 40 anni fa: un episodio nel contesto generale di ben poco conto, un corteo operaio imponente con una coda di studenti politicizzati e qualche operaio ribelle ed in mezzo una dirigenza sindacale  impegnata ossessivamente a d evitare che i due spezzoni si fondessero unendo insieme  i  temi della lotta contro la repressione , l’autoritarismo e per il pacifismo,  con quelli del mondo del lavoro,  più democrazia nelle fabbriche , meno nocività, più salario, una società più giusta.

Nei giorni e mesi a seguire non tutti gli operai accettarono questo diktat sindacale e molte furono le lotte operaie che videro l’unione e l’appoggio esterno dei”maoisti”.

Le nuove avanguardie operaie nate da quella lotta furono in seguito il seme che diede vita alla FLM, bestia nera del padronato industriale a Brindisi nei primi anni 70 e conquistarono spazi di democrazia nel sindacato brindisino.

 Purtroppo,  quando l’onda dell’autunno caldo si spense in tutta Italia, anche nella nostra città gli interessi trasversali, lo strapotere dei colossi della Chimica e dell’Energia ritornarono a farsi sentire ed assistemmo  a molte vergogne.

Dal silenzio complice sui tanti danni ambientali delle lavorazioni della chimica e del carbone sino all’arrivare ad aggredire e denigrare gli esponenti ambientalisti  ( figli dei  movimenti del 68) che di volta in volta denunciavano un modello industriale che non accettava regole e freni alla devastazione dei corpi, delle anime , dei territori.

Quanto le cronache di ieri siano simili a quelle di oggi spetta ai brindisini commentare…

 

Brindisi 30 ottobre 2009…quarant’anni dopo

 

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