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RESISTENZA/47

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Resistenza

1945

 

GIORNATA DELLA MEMORIA 2021

La complicità delle imprese italiane all’Olocausto

                            di Antonio Camuso

                         Archivio Storico Benedetto Petrone

                         Contributo alla Giornata della Memoria 2021 proseguendo il             percorso intrapreso nel 2020.

Parte Prima

Foto 1

 La complicità delle imprese italiane allo sforzo bellico nazista, compreso l’uso di schiavi deportati, è  un tasto doloroso sul quale si preferisce tacere,evitando di inserirlo  nella ritualità che spesso accompagna la Giornata della memoria in tante commerazioni ufficiali. Una forma di amnesia che autoassolve il nostro Paese da responsabilità  dirette nell’edificazione e gestione della macchina infernale che sterminò milioni di esseri innocenti.

La stessa amnesia che diventa narrazione condivisa dallo storicismo revisionista e da talk-show che limita le colpe attribuibili alle milizie fasciste e ai gerarchi,  per i rastrellamenti , deportazioni, treni piombati , ecc compiuti congiuntamente  alle SS tedesche, affermando che  i fascisti fossero ignari di ciò che accadeva ad Auschwitz e altri luoghi simili.

Una convinzione che si accompagna all’idea che i fascisti della Repubblica di Salò, abbiano compiuto ciò in stato di coercizione, da parte dell’ occupante nazista  che, se lasciato libero, avrebbe usato contro tutti gli italiani ,  lo stesso di pugno di ferro utilizzato contro i polacchi, i cecoslovacchi, gli olandesi, ecc.

I risultati della ricerca fatta dal sottoscritto, e parzialmente esposti l’anno scorso, nella conferenza presso lo SPI-CGIL, smentiscono l’affermazione che nessuno in Italia fosse a conoscenza  di ciò che accadeva ad Auschwitz prima e dopo quel fatidico 8 settembre 1943, anzi, il contributo di imprese italiane nella costruzione e nella conduzione di quei luoghi del Male assoluto,  fu significativo, sia per la continuità temporale, sia per il numero di lavoratori impiegati, che per lo sfruttamento schiavistico dei deportati.

La ricerca su questo argomento è nata casualmente , consultando una serie di riviste  specializzate pubblicate 30 anni fa, presenti nel fondo Socialisti – Brindisi, dell’Archivio Storico Benedetto Petrone di cui io ne sono il curatore, e parzialmente depositate presso la sede ANPI di Brindisi  in vista di un progetto di una emeroteca pubblica finalizzata  allo studio dell’antifascismo e dei movimenti sociali e politici del ‘900.

Parte Prima: La ricerca.

 

Foto 2 e 3

Sulla rivista Storia e Dossier, anno V, n44, ottobre 1990, fu pubblicato un articolo del professor Bruno Mantelli , allora ricercatore per l’INSMLI, oggi docente presso l’Università della Calabria, dove, grazie a ricerche presso archivi italiani e tedeschi, finalizzate ad uno studio sulla emigrazione italiana in Germania tra i due dopoguerra, veniva a galla la documentazione relativa ai contratti stipulati tra industrie italiane e tedesche per contribuire allo sforzo bellico nazista. (bibl 1)

Il silenzio uccide…

Le date su quei documenti erano una inoppugnabile prova del coinvolgimento  italiano nell’Olocausto sin prima che esso raggiungesse le dimensioni che conosciamo. Non uno, ma migliaia di operai, tecnici, dirigenti aziendali del nostro paese furono a conoscenza diretta di quell’orrore, divenendone complici con il loro silenzio.

Un omertà che, dopo aver relegato ad un pugno di specialisti la conoscenza di questi fatti , è ancor oggi deleteria  sulla ricostruzione della Memoria dell’Olocausto,  giungendo al punto, come è successo a Roma, nel marzo del 2020, che si arrivasse alla riabilitazione di coloro che sono tutt’ora inseriti nella lista nera delle imprese schiavistiche. ( Allegato 6f-g)

In quell’occasione il sottoscritto, ha denunciato ciò sulla stampa, chiedendo che  le associazioni che da sempre si battono contro l’oblìo, a partire dall’ANPI, facessero sentire la loro voce in merito. ( allegato 7 Il Manifesto 29-2-20)

Le date:

Febbraio 1941:l’IG FARBEN, il colosso della chimica tedesca ,  si accorda con i nazisti su come risparmiare  sulla forza lavoro, per costruire la più grande fabbrica  chimica in Europa: la Buna Werke, per la produzione di gomma sintetica e di combustibili liquidi  attraverso il carbone. Sia la gomma che i carburanti sono parti importantissime per ciclo vitale dello sforzo bellico nazista. L’idea di costruire un grande complesso chimico in un territorio occupato della Polonia dove far affluire migliaia di lavoratori-schiavi incomincia a prender forma.(bibl 2)

La guerra contro l’Unione Sovietica  non procede secondo i piani di Hitler e milioni di tedeschi sono inviati a combattere: le industrie tedesche  cercano altri partner che forniscano tecnici e operai a buon prezzo per sostituirli.

I lavoratori italiani emigrati temporaneamente in Germania dal 1938 al 1943  raggiunsero la quota di  500.000. Dopo l’8 settembre  furono migliaia i lavoratori deportati forzatamente affiancandosi a quelli presenti con regolari contratti di lavoro. Ad essi si aggiunsero  i militari prigionieri italiani, (oltre mezzo milione) inquadrati come IMI  (internati militari italiani) che furono impiegati  diffusamente.

Il 14 marzo 1942 , a Roma un contratto di subappalto è firmato dall’ing Aurelio Aureli  a nome di un  consorzio aziende italiane , per un appalto presso tre siti industriali in Germania. Tra essi,  quello nascente nei pressi di Auschwitz .  Da parte germanica  per il sito industriale  IG Farbenindustrie AGl Auschwitz, Auschwitz OS:  i firmatari furono Adolf Mueller e (Hans) Deichman. (bibl 3)

Le aziende italiane coinvolte  per il cantiere di Auschwitz III:

 Stoelcker ing Rodolfo , Roma,Viale Regina Margherita 262;  Martini ing Ugo, Roma, ; Pagani ing Alfredo , Roma; Beotti Giovanni , Piacenza; Impresa A.E.S- (Anonima Edile Stradale), Roma. Tra queste la capo commessa era quella dell’Ingegner Stoelcker Rodolfo. (allegato 6e foto ing Stoelcker)

La scheda.

I numeri dell’intesa per i tre cantieri in Germania :

17.270 manovali e specializzati,oltre a 42  cucinieri ed interpreti, da impiegare in quattro cantieri industriali-

( In pratica ad essi furono affiancati migliaia di  schiavi deportati ).

Il contratto di  Auschwittz III- Buna Werke Monowitz:

In quel cantiere avrebbero lavorato 1196 operai italiani +4 cucinieri e 3 interpreti.

La paga media: 8 marchi al giorno equivalente a 250 marchi al mese.

Durata del contratto:8 mesi con la clausola che vi sarebbero state penalizzazioni per eventuali abbandoni sia societari che individuali da parte dei lavoratori.

Le professionalità richieste per il cantiere di Auschwitz:

20 capomuratori, 190 muratori, 12 calcinatori,20 capocarpentieri, 200 carpentieri, 15 capocementisti, 135 cementisti, 8 calcinaroli, 10 capoferraioli, 100 ferraioli, 25 manovratori pattipali, 19 escavatoristi ,19 conducenti di locomotive, 11aggiustatori di auto, 33 installatori, 33 elettricisti, 325 manovali e altre profess. Per un totale di 1196 unità.

I lavoratori italiani trovarono inizialmente alloggio in un complesso abitativo di baracche costruito su una collina che dominava dall’alto il campo di Auschwitz  I e dall’altro il complesso industriale di Auschwitz III Monowitz dove si sarebbe dovuta produrre la benzina sintetica, mentre in lontananza fumavano le ciminiere dei forni crematori di Auschwitz II Birkenau, dove erano destinati tutti coloro che erano ritenuti non validi  la lavoro .

In un secondo momento per esigenze produttive gli alloggi  dei lavoratori italiani e tedeschi furono situati in un “sotto-lager” a ridosso, a nord, del complesso Buna-Werke, Monowitz,  La denominazione di questo campo fu Lager I “Leonhard Haag” ed in alcune baracche trovarono alloggio anche militari italiani prigionieri “IMI”.(allegato 2 mappa2)

Quali i servizi di cui potevano usufruire i lavoratori italiani impiegati  nella costruzione di Auschwitz III –Buna_Monowitz? La risposta la abbiamo nella ricerca del professor Mantelli con le relative fotografie degli stessi impiegati in altri siti produttivi tedeschi: una mensa autonoma, barbiere, cappellano, poter la domenica dedicarsi a qualche svago come ad esempio dipingere.(Allegato 4a) e 4b)

Per comprendere come era organizzato quel cantiere infernale “ la torre di Babele”, dove si parlavano mille lingue e dove gli schiavi erano considerati subumani,  basta leggere  “Se questo è un uomo”  di Primo Levi.

(Allegato 8)( bibl 9)

Ad ogni caposquadra, tedesco o italiano che fosse , era affidata una squadra di operai specializzati o manovali  in un rapporto di uno a dieci. Ad ogni squadra era affiancata un’altra composta da dieci a venti schiavi ebrei a cui erano affidate le funzioni più pesanti e quelle più degradanti, sotto la sorveglianza  di guardie e Kapò armati di frusta e scudiscio. Ogni errore compiuto dagli schiavi ebrei era pagato da loro in pesanti percosse. Nonostante l’impiego di migliaia di deportati schiavi  i tempi  per la costruzione dell’impianto che avrebbe dovuto produrre benzina sintetica non furono rispettati e a fine estate del 1944 l’impianto fu più volte colpito dai bombardamenti alleati, come testimonia Primo Levi nel suo libro. La stessa  IG Farben dovette ammettere che , se invece di torturare i deportati e ridurgli le razioni alimentari, si fosse scelta una linea diversa , il rendimento lavorativo sarebbe migliorato.         Furono migliaia i deportati che morirono di fame, malattie, ma ancor di più quelli che  giunti al limite delel forze furono tolti dalle linee produttive ed avviati alle camere a gas o semplicemente impiccati sul posto.

Quando i primi operai italiani del consorzio di imprese  guidato dall’Ingegner Stoelker giunsero sul cantiere di Auschwitz III nell’estate del 1942, il tributo di sangue già versato era stato altissimo a causa di scelte scellerate  e paradossalmente  in antitesi con il disegno di  rispettare i tempi per la messa in marcia dell’impianto.

Sull’area prescelta i lavori di bonifica e preparazione alle fondazioni dall’Aprile 1941 lavorarono migliaia di ebrei che ogni giorno venivano condotti per 7 kmt a piedi da Auschwitz Buchenvald a Monowiitz ;  quando tre mesi dopo  incominciarono a morire di stenti ed essere tutti inabili al lavoro, le SS si decisero a trasportarli quotidianamente in treno sino alla stazione di Dwory (foto 1 e Allegato 5d)

L’anno dopo, nel luglio 1942 mentre si completava l’arrivo degli operai italiani, questi viaggi si arrestarono a causa di un epidemia di tifo. In questo contesto l’arrivo di carpentieri specializzati permise di accelerare i tempi per la costruzione del campo di concentramento di Monowitz, a ridosso dell’impianto chimico della Buna-Werke, per far sì che gli schiavi ebrei fossero direttamente disponibili al lavoro.

Un lavoro che procedette così rapidamente che nell’ottobre 1942, il campo(Lager 9 “Pulvertum”) fu ultimato , potendo ospitare oltre 10.000 schiavi. La gran parte degli operi italiani  era però impegnata nelle fondazioni , nella messa in opera delle strutture metalliche portanti delle linee di produzione ; un lavoro così ben fatto che  nel gennaio 1943,  dopo le ferie natalizie, quando si rischiò che molti lavoratori italiani non volessero rientrare  in Germania, le autorità tedesche protestarono vivacemente affinchè venissero rispettati i contratti e imposero il rinnovo dell’appalto in via di scadenza.  I

l professor Mantelli, nella sua ricerca datata 1990, ipotizzava  che dopo l’8 settembre 1943, cambiati i rapporti tra Italia e Germania, tale appalto fosse stato fortemente limitato se non proprio decaduto.  Grazie ad altra documentazione si ha  invece notizia che la presenza dei lavoratori italiani continuò sino a 1944 inoltrato.

Paradossalmente  questa conferma  era sotto gli occhi di tutti, da tempo: Primo Levi  nel suo libro-diario, descrivendo il rapporto tra i deportati-schiavi e i lavoratori civili del campo, narra della sua personale esperienza con un lavoratore italiano.

Purtroppo tutti coloro che si sono dedicati alla lettura di questo libro, schiacciati dalla narrazione del dolore fisico e psicologico a cui era sotto posto “il sotto-uomo” Primo Levi, non hanno mai colto l’invito ad indagare il motivo della presenza di Leonardo, questo lavoratore italiano nel cantiere Lager di Aschwitz III –Buna.(allegato 8)

Allego nella seconda parte del mio contributo uno stralcio delle pagine che Levi dedica a questo operaio italiano e di come lui lo ringrazi per averlo trattato con un minino di umanità aiutandolo quindi a credere che, nonostante tutto, egli era un uomo. (bibl9)

Nel 1944 gli schiavi impiegati  nel cantiere di Auschwitz Monowitz furono giornalmente oltre 10.000

I morti: oltre 11.000 su 35.000 deportati impiegati dal 1942  al dicembre 1944  Scarsità di cibo, le percosse continue e lavoro pesantissimo causarono il continuo ricambio di deportati.

Nei rapporti inviati da Monowitz alla sede centrale della IG Farben a Francoforte sul Meno, Max Faust, un ingegnere responsabile della costruzione affermò in questi rapporti che l'unico modo per mantenere la produttività del lavoro dei detenuti a un livello soddisfacente era attraverso l'uso della violenza e punizioni corporali.

Max Faust incontra ufficiali SS ad Auschwitz III

 Solo all'ultimo, poche settimane prima dello sgombero di Monowitz si ebbe il coraggio di ammettere, anche se indirettamente, che lo sterminio per fame riduceva la produttività, che tanta violenza e sadismo ed espedienti erano stati inutili perché i lavoratori schiavi, ridotti a scheletri denutriti non ce la facevano a mantenere i ritmi di lavoro, anche se venivano battuti a morte.

fine parte prima

prosegue parte seconda   parte terza:link, allegati e foto