| OPEN AREA PUGLIANTAGONISTA |
LIBERTÀ per
NAZAN ERCAN (ZEYNEP KILIÇ)!
NO alla sua ESPULSIONE in TURCHIA
Martedì 24 giugno 2008 - dalle ore 10.30
BARI: Alla Regione Puglia - via Capruzzi
Presenza resistente di democratici e antifascisti
È ancora rinchiusa nel CPT di Ponte Galeria a Roma Zeynep
Kiliç, la cittadina turca liberata pochi giorni fa dal carcere di Rebibbia dopo
aver scontato una condanna per reati di opinione legati alla sua attività di
controinformazione sulla repressione operata dal regime di Ankara contro i
movimenti politici e sociali di opposizione. Appena scarcerata, Zeynep Kiliç
non essendo in possesso di un permesso di soggiorno, è stata immediatamente
condotta nel CPT in attesa che il magistrato decida la convalida o no del
provvedimento restrittivo. Se venisse espulsa in Turchia, la giovane cittadina
turca non solo rischierebbe una pesantissima condanna penale, ma la sua stessa
incolumità fisica sarebbe messa a rischio in un paese che, secondo organismi
internazionali e istituzionali di vario tipo, pratica la tortura nei confronti
degli oppositori politici.
In queste ore numerosi comitati per la difesa dei diritti umani, associazioni di
solidarietà con le organizzazioni della sinistra turca, giuristi e giornalisti
si stanno mobilitando per impedire questo ennesimo atto di persecuzione nei
confronti di una cittadina già pesantemente colpita a causa di attività di
tipo esclusivamente politico e di opinione.
La colpa di Zeynep e del compagno Avni Er (condannato a 7 anni e ancora in
carcere ) e delle decine di militanti dell'opposizione turca arrestati in Europa
il 1.4.2004: essere membri del DHKP-C Devrimci Halk Kurtulus Partisi/Cephesi:
Fronte rivoluzionario di liberazione del popolo), organizzazione comunista
inclusa dagli USA nella lista delle organizzazioni da mettere al bando. (Lista
che, approvata dal Consiglio d'Europa sulla scia dell'attentato alle Torri
Gemelle, è stata recentemente messa in discussione dalla stessa Assemblea
Parlamentare Europea, la quale, il 23/01/2008, ha definito come "lesive dei
diritti umani fondamentali e completamente arbitrarie" le procedure
impiegate per l'iscrizione in esse dei presunti terroristi).
La colpa di Zeynep: aver denunciato i crimini commessi dallo Stato Turco: dalla
repressione del popolo kurdo al massacro delle Prigioni del 18 Dicembre 2000,
(in cui vennero uccisi 28 prigionieri politici); dal divieto di esprimersi in
kurmanji, la lingua parlata da 20 milioni di Kurdi, all'aver eliminato
illegalmente (scomparsi, desaparecidos) centinaia di attivisti politici;
dall'assalto alle Case della Resistenza del quartiere Kuçuk Armutlu di Istanbul
per stroncare l'eroico sciopero della fame contro le famigerate celle di Tipo F
delle carceri turche ai souvenir dei corpi mutilati di partigiani kurdi che i
soldati turchi sono soliti mostrare come trofei di guerra!
Chiediamo alle forze democratiche e progressiste di mobilitarsi.
Facciamo appello a tutte le Istituzioni ed Enti democratici di seguire l'esempio
del Consiglio Provinciale di Lecce ed a sottoscrivere SUBITO documenti di
protesta e di condanna
Chiediamo inoltre al Consiglio regionale della Puglia di prender subito
posizione, anche perchè in qualche cassetto deve ancora trovarsi un ordine del
giorno contro I' estradizione di Avni e Zeynep, presentato da 9 consiglieri
della maggioranza, il 26 Febbraio del 2008.
Coordinamento contro l'Estradizione di Avni Er e Zeynep KILIC.
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Dal libro di Uberto Tommasi, Turchia - tulipani rossi (Ed. Achab, Verona, 2007 -
0458489196 info@edizioni-achab.it).
La storia iniziò quando venne a trovarmi Hasan un giovane comunista turco,
esule a Bruxelles. Uso questo nome di fantasia, come tutti quelli citati ne
libro, per proteggerlo dall'interesse degli agenti dell'animoso servizio segreto
turco, che in Europa è attivissimo in settori che vanno dal mondo politico a
quello imprenditoriale, dove una opportuna pressione o la minaccia di una
mancata commessa industriale, possono impedire che escano notizie considerate
compromettenti per la "ragion di stato turca". Quella volta Hasan mi
mostrò le fotografie di 122 ragazzi morti nelle carceri turche in un arco di
tempo di sei anni, spiegandomi che la carneficina vera e propria aveva avuto
inizio il 19 dicembre 2000. I militari con un'azione d'inaudita violenza,
denominata "ritorno alla vita", avevano tentato di porre fine allo
sciopero della fame di 816 detenuti politici che si opponevano, con quella forma
di lotta, al trasferimento massiccio in 11 carceri speciali ed in reparti di
nuova costruzione realizzati accanto alle vecchie prigioni, denominate di tipo
"F".
Questi penitenziari, secondo il giovane, erano stati voluti per isolare i
prigionieri, al fine di ammorbidirne la resistenza ed interrompere la possibilità
di trasmettere informazioni, come quelle sull'impiego della tortura durante gli
interrogatori. Quell'azione, era avvenuta contemporaneamente in 21 carceri,
causando la morte, tra atroci sofferenze, di 28 uomini e donne, soffocati dal
gas, propagato dalle 20.000 bombe lacrimogene usate nell'attacco, o bruciati
vivi dall'azione del fosforo bianco utilizzando l'arma chimica MK77 che non è
altro che l'evoluzione delle bombe al Napalm usate in Vietnam composte di
benzina (33%), Benzene (21%) e polistirolo. Miscela oggi sostituita dal WP (Willy
Pete) una miscela solida che viene manipolata in ambienti senza ossigeno, in
presenza del quale brucia producendo fumo bianco. Se colpisce un persona le crea
ustioni gravi e continua a bruciare fino all'esaurimento totale dell'ossigeno
che si trova nell'aria e nella carne. Anche i vapori causati dalla reazione del
prodotto con l'aria sono altamente tossici. Dopo l'uso fatto a Fallujah si sono
visti autobotti americane lavare i muri delle case colpite per poter far entrare
le truppe. Il fosforo bianco viene utilizzato dagli eserciti, pur essendo
un'arma chimica vietata, con la scusa che ha un effetto illuminante sul campo di
battaglia e che può creare una cortina fumogena per coprire spostamenti di
truppe, mentre invece viene sempre più spesso usato direttamente contro
militari e civili. La sua particolarità è che, mentre cuoce letteralmente
animali e persone, lascia invece intatti gli edifici. Era contenuto nei
proiettili sparati dai cannoni dei blindati.
L'attacco fu portato avanti da 10.000 poliziotti, militari e truppe speciali,
preparate al tipo di aggressione, proprio mentre erano in corso trattative fra
un gruppo di giuristi, intellettuali e le autorità politiche. I sopravvissuti
vennero trasferiti a forza nelle nuove celle d'isolamento e sottoposti ad ogni
tipo di vessazione. Dopo essere passati per le mani della polizia, 600 giovani
furono ridotti a larve umane dalla sindrome di Vernicke-Korsakoff contratta
quando, incoscienti e legati ad un letto d'ospedale, dopo mesi di digiuno,
furono sottoposti all'alimentazione forzata da medici compiacenti che evitarono
di associare, in vena, agli zuccheri la vitamina B1, indispensabile per evitare
la distruzione del sistema nervoso e l'insorgere di forme di atassia (tremori e
problemi gravi alla mobilità ed all'equilibrio) e amnesia. Alcune delle persone
che subirono questo tipo di trattamento sono ora costrette ad usare la sedia a
rotelle. L'inganno adoperato, l'utilizzo dei possenti, quanto sproporzionati,
blindati per affrontare dei ragazzi disarmati, l'impiego del fosforo bianco e
nella frenesia dell'attacco, l'uccisione per "fuoco amico" anche di
due soldati furono, secondo gli analisti politici, indice di debolezza e paura
da parte del potere e delle gerarchie militari. Neppure i risultati ottenuti
poterono giustificare l'attacco e la ferocia dimostrata dalle truppe. Infatti,
lo sciopero della fame non si arrestò e continuò a produrre morti fra i
detenuti politici che in Turchia, in mezzo ad una popolazione carceraria di
80.000 persone, ammontavano a circa 14mila individui, dei quali 3.000,
appartenenti alla sinistra turca. Fino ad allora le autorità non avevano
considerato opportuno applicare misure così drastiche, considerato che il
fronte del carcere risultava unito nella lotta. Fu poi la cattura di Öcalan e
la conseguente resa dei curdi, il gruppo più numeroso ed appoggiato
dall'esterno dalla lotta di almeno 12.000 guerriglieri, ad isolare il ridotto
numero dei politici, convincendo i governanti che quella sarebbe stata
un'opportunità unica per liberarsi di chi bloccava da anni l'utilizzo delle
carceri speciali, finanziate dalla Comunità Europea e considerate per il loro
progetto (italiano), un possibile fiore all'occhiello per una nazione che si
preparava ad entrare in Europa.
E pareva proprio che la Turchia ce la stesse mettendo tutta per passare l'esame,
dando una mano di vernice sopra simpatiche usanze come quella dei piatti di
pesce fritti, in vendita sopra i battelli di pescatori ormeggiati nel Corno
D'Oro e all'uso dei narghilè nelle terrazze dei caffè sparsi per la città.
Uno strato di colore davvero molto sottile, infatti, da quanto risulta dalle
pubblicazioni dell'Associazione Internazionale Giuristi Democratici,
continuarono ad arrivare notizie di persone fermate e poi scomparse. Nelle
caserme di polizia si continuò a trattenere per settimane persone sospettate, a
torturare e ad intimidire sistematicamente i difensori degli imputati, a
centinaia messi sotto processo per porli in condizione di non poter svolgere il
loro lavoro assicurando il diritto alla difesa ai loro clienti. Tutti sistemi
noti e condannati dalla Corte di Giustizia Europea. A tutto questo si sommava
l'assoluta mancanza di protezione per chi denunciava le torture subite e
l'assenza di un vero regolamento carcerario, levando al prigioniero diritti e
dignità, sottoponendolo di fatto all'assoluto arbitrio dei carcerieri. Studi,
inchieste e rapporti parlavano di un intero sistema convinto che solo la
violenza potesse risolvere qualunque situazione. È vero che ufficialmente erano
stati fatti degli sforzi per adeguare il paese alle regole della Comunità
Europea, ma senza processi pubblici e punizioni esemplari, non si poteva
cambiare la mentalità di persone che, fino a poco tempo prima, avevano gestito
il sistema del terrore. Impressionante in proposito il rapporto del 30 marzo
2000 nel quale, Samuele Filippini, dell'associazione Papa Giovanni XXIII,
descriveva un processo avvenuto nel 1999 in cui cinque imputati minorenni, dagli
8 ai 16 anni, più un maggiorenne di 24 anni, erano stati accusati di
separatismo, per aver più volte scritto sui muri della scuola di Diyarbakir,
frasi del tipo, "basta con la guerra vogliamo la pace". I ragazzi
erano stati incarcerati, preventivamente, per oltre un anno e avevano subito
torture con scariche elettriche, al fine di farli firmare un'autocondanna.
Sempre secondo il Filippini, i dati forniti dallo stesso Ministero della
Giustizia, nell'anno 1999 e solo nella regione del Sud-Est, spiegavano che erano
stati 221 i casi di minorenni condannati per reati di vario tipo.
In sintesi un bambino dagli 8 ai 16 anni, poteva essere incriminato per motivi
politici per aver parlato o cantato in pubblico in lingua curda. Di questi, 68
furono condannati a morte e la loro pena commutata in 20 anni di prigione. I
minorenni accusati furono incarcerati nelle celle degli adulti e subirono
torture, come la denudazione ed interrogatori che durarono anche 15 giorni,
pratiche che lasciano conseguenze psicologiche incalcolabili. Alcuni di questi
sistemi furono poi formalmente aboliti dai governi turchi che seguirono, anche
se i torturatori, i giudici ed i politici che perpetrarono questi delitti o li
favorirono, sono ancora tutti al loro posto senza aver subito una punizione
esemplare da porre come monito. La testimonianza che la tortura è la
conseguenza di un modo di pensare, diffuso, radicato e difficilmente
estirpabile, la fornirono, a Londra, otto anni fa, i cronisti dell'autorevole
"European" sul quale furono pubblicate le fotografie di soldati turchi
che esibivano le teste tagliate di alcuni curdi, scattate nella provincia di
Hakkari, Nord Kurdistan. In quell'occasione Hasan Doner, il fotografo ufficiale
dell'esercito turco, donando le fotografie, aveva dichiarato allo sbigottito
reporter del giornale inglese: "Guardate che cosa facciamo ai cani, è una
lezione per tutti i curdi, tutti finiranno così!" A quel tempo molti dei
deputati britannici che si erano dichiarati favorevoli all'ingresso della
Turchia in Europa, fecero marcia indietro e Lord Eric Avebury, presidente della
Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Lord, scrisse: "Per anni
le autorità turche sono riuscite a tenere le immagini delle loro violenze
lontane dai nostri occhi. Ora siamo in grado di vedere e di sapere. Che cosa fa
l'ONU? Che cosa fa l'Europa?" Quella volta anche il relatore delle Nazioni
Unite sulla tortura aveva dedicato più spazio alla Turchia che a qualunque
altro paese nel mondo, ma era bastato qualche mascheramento propagandistico del
regime turco per far chiudere gli occhi ad America ed Europa interessate al suo
vasto mercato ed alla posizione geopolitica del paese. Tutto questo trapelò,
nonostante che nel 1996, la presidenza del Consiglio turca avesse approvato tre
iniziative a breve termine e diciotto a lungo termine, proposte dal Ministero
degli Interni, per coprire le azioni in corso per debellare la guerriglia curda.
Tali iniziative erano state raccolte in un documento dal numero di protocollo
BO50HID0000073, che avrebbe dovuto rimanere "gizli", che in turco
significa segreto. Alcune avrebbero dovuto servire a neutralizzare l'influenza,
sull'opinione pubblica nazionale ed internazionale, di coloro che difendevano le
ragioni del popolo curdo, a rifare l'immagine della polizia turca e dei
guardiani di villaggio strettamente legati ai "lupi grigi" e alla
mafia, accusati di torture e soprusi e ad impedire le attività di propaganda
del PKK.
Altre invece avrebbero riguardato l'inserimento di agenti segreti nell'attività
logistica e sanitaria dei ribelli per eliminarne fisicamente i responsabili e
l'avviamento di una campagna per denunciare come terrorista il PKK, per premere
sui mass-media e sulla chiesa per smentire che in Turchia vi fosse un clima di
persecuzione. Il documento descriveva anche una serie di iniziative dirette ad
eliminare chiunque diffondesse la lingua curda. E non era finita, nel mirino del
servizio segreto turco avrebbero dovuto esserci anche le delegazione di
parlamentari, gli esponenti di organizzazioni umanitarie, in particolare Amnesty
International, giornalisti ed operatori delle Ong straniere. Il programma
comprendeva anche la diffamazione di religiosi vicini al PKK, la pressione su
governi degli stati che ospitavano impianti della televisione curda, affinché
li chiudessero ed il gettare discredito sui leader curdi del Fronte Nazionale di
Liberazione, ospitati all'estero. Il primo gennaio del 1997 il programma era già
operativo. Eppure, nonostante una strategia così accurata di mimetizzazione,
notizie sempre più allarmanti trapelarono. Nel 1997, 16 giornalisti furono
torturati in prigione e più di 250 fermati o incarcerati. Altri 62 furono
oggetto di aggressioni d poliziotti o di sconosciuti, almeno 73 minacciati da
poliziotti, capi mafiosi o capi villaggio. Quarantaquattro media furono
processati, 87 sospesi o chiusi, 33 quotidiani o periodici sequestrati. Anche
giornalisti stranieri subirono fermi o interrogatori dalle autorità turche,
come quando quattro giornalisti italiani: Matteo del Bo, Carmela d'Anzuoni,
Paolo Campagna, della Televisione svizzeraitaliana e Orsola Casagrande de
"Il Manifesto" furono arrestati dalla polizia a Ftasa ed accusati di
aver filmato senza autorizzazione. Quindi, nonostante ogni strategia di
mimetizzazione, alla fine prevalsero paura e ferocia, le matrici di un
comportamento difficilmente curabile in un popolo senza sradicare la
consuetudine di un paese da troppo tempo in mano ad organizzazioni formate da
politici, poliziotti e mafiosi, che inventavano dei nemici, ed una lunga guerra
interna, per coprire i loro interessi. A riprova il fatto che ufficiali di
polizia e guardie carcerarie, accusate di tortura e abusi, quasi mai furono
sospesi, anzi in alcuni casi ebbero una promozione, e spesso risultò difficile
anche l'identificazione dei torturatori, in quanto le vittime erano tenute
bendate, le prove mediche delle torture soppresse ed i medici testimoni
minacciati. A tutto questo si sommava la mancanza di volontà dei Procuratori di
svolgere indagini nei casi in cui l'accusato fosse un agente di polizia. Tutti
fattori che contribuirono a mantenere nei tutori della legge e nelle milizie che
li appoggiavano un senso di assoluta impunità.
È vero che nel marzo del 2001, la Turchia, come afferma un comunicato della
Coalizione Italiana Contro la Pena di Morte, supportato da dati forniti da
Amnesty International, NTC, HEW, International Herald Tribune, Coalit, delineò
un programma con le azioni da intraprendere a livello nazionale al fine di
conformarsi alle richieste avanzate dall'Unione Europea (dicembre 2000),
necessarie per cominciare le negoziazioni. Furono istituiti organismi
governativi a tutela dei Diritti Umani e si diede via a riforme legali, ma in
sostanza non vi fu alcun miglioramento importante della situazione. Come
dimostrarono una serie di azioni repressive nei confronti di partiti politici ed
organizzazioni nella zona Sud orientale del paese a maggioranza curda, sfociate
con l'arresto di numerosi rappresentanti del partito allora legale HADEP (pro-Kurdish
People's Democracy Party).
La situazione peggiorò improvvisamente, dopo gli attacchi agli USA dell'11
settembre, quando il governo arrestò 83 persone, fece chiudere dei giornali e
mettere fuorilegge il partito islamico. Si ricominciò anche a torturare ed a
testimonianza vi sono le numerose denuncie di maltrattamenti e torture a danno
di uomini, donne e bambini ed attivisti politici, pratica in molti casi legata a
discriminazioni di sesso, orientamento sessuale od origine etnica. Secondo
denunce pervenute le torture si registrarono principalmente nelle stazioni di
polizia e nelle gendarmerie nei giorni immediatamente successivi agli arresti. I
metodi usati erano le percosse, il bendaggio degli occhi, la sospensione per le
braccia o i polsi, le scosse elettriche, abusi sessuali, privazione dell'acqua e
del cibo. Anche i difensori dei Diritti Umani continuarono a subire
intimidazioni e minacce dalla polizia che non esitò ad irrompere, nel
"Centro Di Trattamento e Riabilitazione di Diyarbakir della
"Fondazione per la Difesa dei Diritti Umani" della Turchia,
sequestrando per un mese anche le schede dei pazienti. Dopo le elezioni del
2002, che portarono al potere il governo del partito Giustizia e Sviluppo (AKP),
fu approntata una legge contro la tortura, e decisa l'abolizione della pena di
morte, anche se mancò ancora un reale impegno a far rispettare il principio di
legalità, tanto è vero che i dati del primo semestre del 2004 parlavano ancora
di 18 persone uccise dai servizi di sicurezza, 6 morte in carcere per mancanza
di cure mediche, 6 detenuti che si erano dati fuoco per protesta, otto suicidi,
due persone morte nei commissariati, 27 in scontri a fuoco con la polizia, 410
casi di tortura denunciati. E come questo tipo di detenzione crei dei danni
psichici, difficilmente rimediabili con la semplice posta in libertà, lo prova
la fine di Sergul Albayrak, una giovane donna di 26 anni che, liberata da appena
due settimane, dopo 9 anni di carcerazione per motivi politici, il 26 dicembre
del 2004 si diede fuoco in piazza Taxim ad Istanbul, per protestare contro il
regime di isolamento a cui era stata sottoposta.
La visita di Hasan mi convinse a documentarmi sul mondo della tortura, facendomi
scoprire l'ipocrisia con la quale viene gestita una crudeltà che, come
documenta Amnesty, viene ancora praticata in 132 paesi. Un tempo era opinione
comune che il torturatore fosse una specie infame di cittadino che con il suo
agire macchiava l'intera comunità. Poi le ammissioni di Bush sulle carceri
segrete e l'ostinato tentativo dell'amministrazione governativa statunitense di
ottenere via libera nel trattamento dei prigionieri, la fuoriuscita di immagini
e notizie su tipi di tormenti psicologici e fisici praticati da militari
americani (particolarmente efferata quella in cui un cane incattivito veniva
spinto a mordere i testicoli ai prigionieri) ed il racconto come le vittime
venissero spedite nelle carceri di paesi come l'Egitto ed il Marocco, in cui dei
raffinati specialisti in torture avrebbero potuto interrogare i prigionieri con
tutta calma, mi fecero capire che il tabù stava per rompersi, non nel tentativo
di impedirne la pratica, ma per farne accettare l'esistenza. La giustificazione
era sempre che la confessione di un prigioniero poteva salvare delle vite umane.
Nel 2001, la proposta di introduzione del reato di tortura nel codice italiano,
un vero e proprio buco nero normativo, sosteneva: "È difficile esplicitare
esaustivamente il contenuto del reato di tortura... è necessario procedere ad
una elencazione casistica".
Di fatto sta che ci vollero cinque anni perché il 13 dicembre del 2006, venisse
approvata all'unanimità, una norma che punisse i maltrattamenti. Un obbligo
giuridico internazionale, politico e morale di fronte al quale il nostro paese
era inadempiente da quasi venti anni. Alla fine la legge passò con norme
particolarmente illuminate, come l'esclusione dell'immunità diplomatica per i
cittadini stranieri accusati o processati per tortura, che dovevano essere
estradati dove era in corso il processo penale o davanti ad un tribunale
internazionale. La legge contemplò anche la procedibilità universale contro
qualunque cittadino italiano o straniero che avesse commesso il delitto di
tortura all'estero. La norma prevede una pena di reclusione, da 3 a 12 anni, per
"chiunque con violenza o minacce gravi, infligge ad una persona forti
sofferenze fisiche e mentali allo scopo di ottenere da essa, o da una terza
persona, informazioni o confessioni". Una legge nettamente in contrasto con
l'opinione dei governanti americani, che hanno sempre ammesso che i prigionieri
venivano maltrattati, ma che quegli abusi non potevano essere definiti torture.
Questi maltrattamenti includevano: il legare i prigionieri ed appenderli in
posizioni estreme, l'immergere la testa dei malcapitati nell'acqua tenendovela
fino ad un istante prima dell'annegamento. La linea di difesa americana è che,
secondo la Convenzione Internazionale, si può chiamare tortura solo un
trattamento che ha per esito la morte, o lesioni permanenti. In proposito,
Donald Rumsfeld presentò una lista di 25 tecniche di interrogatorio da
applicare a presunti terroristi, poi ridotte a cinque. Quindi una Turchia che,
rafforzata dall'uso da parte americana, di pratiche feroci, nella non-guerra
Irakena, non rinuncia all'applicazione di gravi sevizie a prigionieri politici e
sempre confidando nell'immunità, non condanna i torturatori, esempio che
favorirebbe la creazione di una nuova generazione di tutori dell'ordine convinti
che un minimo di legalità debba permeare il loro difficile lavoro.
. Zehra è una giovane esile, con i capelli castani ed un sorriso dolcissimo. Il
racconto delle sue peripezie inizia dai primi anni d'università quando, nel
1972, anche i giovani turchi, pervasi dal vento di libertà che aveva coinvolto
il mondo intero, avevano iniziato una serie di manifestazioni per conquistare i
minimi diritti di rispetto e per favorire la parità della donna. In quel tempo
ero ad Istanbul e venni a sapere, dai diretti protagonisti, come esercito e
polizia avessero attaccato la sede dell'università con i carri armati,
reprimendo la manifestazione nel sangue. Nei giorni successivi si diffuse la
voce che migliaia di studenti erano stati imprigionati, e torturati. Alcune
ragazze, sottoposte alle scosse elettriche nella vagina, non poterono più avere
figli e seppi che delle giovani anarchiche, che avevo conosciuto, erano state
appese a ganci sul soffitto e violentate con gli sfollagente.
Quella volta anche Zehra, era stata imprigionata. Le sue parole: "Mi
legarono le braccia dietro la schiena e mi appesero al soffitto. Così i tendini
delle spalle si strapparono. I dolori durarono anni e neppure dopo trent'anni si
può dire che siano completamente passati. Il mio unico reato consisteva
nell'essere stata una giovane studentessa del primo anno. Da quel giorno non
lasciarono più in pace me e la mia famiglia. Dieci anni dopo, a mio fratello
che cercava un lavoro a livello statale, glielo rifiutarono dicendo che aveva
una sorella sovversiva". Nelle caserme turche, in 26 anni, sono passati per
i vari gradi di tortura almeno un milione di persone, intere generazioni hanno
subito l'esercizio del potere della polizia. In alcuni casi padri, madri,
fratelli e sorelle, figli e nipoti. La cosa era cominciata nel 1980, quando la
Turchia fu svegliata dal fragore dei carri armati nelle strade ed uno scarno
comunicato radiofonico spiegò: "Le forze armate hanno assunto il controllo
dello stato per proteggere l'incolumità delle cose e delle persone".
L'aveva fatto emanare il generale Kenan Evren che aveva preso il potere
"per mettere fine alla guerra fratricida" che da anni insanguinava il
paese. La mattanza durò tre anni nei quali i militari si lasciavano alle spalle
un bilancio drammatico: 650.000 persone fermate, 230.000 sottoposte a
procedimento penale, 50 condannate a morte, 171 morti in seguito alle torture in
carceri dai nomi diventati tristemente famosi -Mamak, Metris, Diyarbakir- 300
"morti sospette", 14.000 persone private della cittadinanza, 30.000
esuli all'estero e 4.000 docenti espulsi dalle università. Una dimostrazione di
crudeltà che invece di spaventare ottenne l'effetto di cementare una solidarietà
fra le vittime ed i loro famigliari che tutti i riti militareschi, a cui gli
addestratori sottopongono le reclute di polizia per creare lo spirito di corpo,
non potranno mai ottenere. Oggi, le pressioni della Comunità Europea, hanno
ottenuto come unico risultato che le stanze di tortura venissero spostate in
località segrete che corrispondono, ad Istanbul, alla sede della
"Direzione di Sicurezza, Sezione di lotta contro il terrore", ad
Ankara, al cosiddetto "D.A.L". (Laboratorio delle ricerche
approfondite). Alle quali si aggiungono, dalla descrizione confusa delle
vittime, indicazioni imprecise di luoghi di sevizie che si troverebbero in
località Aksay o strada di Vatan"
Ascolto la giovane turca raccontare, serena e senza rabbia, gli avvenimenti che
l'avevano coinvolta, ma è quando le mostro le foto dei ragazzi uccisi nelle
carceri che lei si emoziona. Succede anche a me ogni volta che le guardo, alcune
sono riprese sul letto di morte, altre ancora fanno vedere i visi emaciati dal
lungo digiuno, qualcuna impietosa pare scattata con una pellicola in bianco e
nero, tanto può offrire all'obbiettivo l'immagine un corpo carbonizzato. Le
didascalie che le accompagnano fanno vedere quanto fossero giovani le vittime.
Cafer Dereli nato nel 1978, Canan Kulaksiz del 1981, Zehra Kulaksiz nel 1979,
Meryem Altun del 1976, sono solo alcuni del centinaio di nomi e di altrettante
date di nascita dei martiri dei quali colpiscono le espressioni dei visi. Quasi
tutti sorridono. E colpisce terribilmente la loro espressione dolce, di chi ama
la vita, ma sa di doversi sacrificare affinché un giorno si possa vivere in una
Turchia senza l'incubo delle torture, di carceri speciali e senza doversi
svegliare sgomenti, di notte, quando, davanti a casa, sbattono forte le portiere
di una macchina. La mia interlocutrice soggiunge: "Chissà se i torturatori
un giorno morendo nel loro letto, magari circondati da figli e nipoti ed
assistiti religiosamente, avranno la stessa espressione serena sul viso, o se le
facce delle vittime appariranno loro nel crepuscolare sgomento, tormentandoli e
ricordandogli la gravità dei delitti che avevano commesso?"
. Dopo un po' Hamide, una signora dallo sguardo franco e deciso, accetta di
raccontarci la drammatica storia dei detenuti uccisi nelle carceri. Lei stessa
ci riferisce di aver passato a Bayrampasa, il famigerato carcere di Istanbul,
ispiratore di film come "Fuga di mezzanotte", più di un decennio e di
essere stata sottoposta a tutte le pratiche di rituale ferocia riservata ai
politici. Osserviamo alcune cicatrici che segnano braccia e collo della nostra
interlocutrice e non abbiamo il coraggio di chiedere se sono conseguenza dei
maltrattamenti. Hamide parla volentieri: "Lo scopo della lotta dei detenuti
ha come primo obiettivo di permettere ai prigionieri di avere un minimo di vita
sociale e di non dover subire un isolamento che favorisce l'arbitrio degli
agenti di custodia e dei poliziotti che li torturano ed umiliavano in
continuazione. La resistenza pacifica del popolo delle carceri, che tanto
impauriva il potere, fu spezzata dall'intervento dei militari che usarono il
fosforo bianco, bruciando vivi fra atroci sofferenze i malcapitati prigionieri.
Fra i quali almeno l'ottanta per cento era detenuto per appoggio a gruppi
terroristi e non per partecipazione ad azioni eversive. La procura, dopo il
massacro" spiega la nostra intervistata, "aveva chiesto
l'incriminazione di 399 prigionieri accusati di "Aver provocato la morte di
più 11.33 53 persone attraverso una sollevazione armata", con riferimento
a reati che i Turchia prevedono la pena capitale, mentre non una sola arma da
fuoco era stata sequestrata. Inoltre, tragica beffa, ai detenuti ed alle
famiglie dei morti, addebitarono le spese delle brande bruciate, come se i
ragazzi martirizzati dal tormento del fosforo fossero stati responsabili di
tanto crimine. Un po' come se nei campi di concentramento nazisti avessero fatto
pagare ai superstiti la spesa del gas".
Questo più di tutto, secondo Hamide, dimostrava come la pensavano i torturatori
sulla possibilità di essere messi sotto accusa dalla comunità internazionale.
Intanto dal carcere, nonostante il sistema di isolamento, tutti i giorni
uscivano notizie di stupri di uomini, donne e ragazzi. La donna racconta le
mille angherie subite dalle famiglie dei detenuti, a cui la polizia attribuiva
responsabilità inesistenti. Questo metodo di tormentare ed emarginare
socialmente i famigliari faceva parte della pressione usata per spezzare la
serenità dei prigionieri ed indurli a collaborare. Un detenuto che, impotente
ad intervenire, veniva a sapere che all'esterno i suoi parenti pativano fame e
freddo e non potevano trovare lavoro, facilmente perdeva il suo coraggio. Di
recente, la polizia era intervenuta aggredendo un campeggio estivo organizzato
dalla Tayad, per i bimbi dei carcerati. Tutti erano stati prelevati e
trasportati sui cellulari fino al primo posto di polizia, dove genitori e figli
erano stati separati e tutti trattenuti per una giornata subendo umilianti
perquisizioni ed erano stati denunciati per associazione eversiva. Ogni tanto
qualcuno entra nella stanza avvicinandosi a noi per ascoltare o per raccontare
la propria storia o quella di un famigliare. È un fiume di informazioni quello
che per ore esce dalla bocca dei presenti, descrivendo un mondo di orrore
inconcepibile nella nostra epoca. Eppure la cosa che più colpisce è la serenità
delle persone che mi stano parlando, un'atmosfera unica che non ho potuto
osservare in nessuno dei luoghi di guerra dove sono stato che, per chi ha avuto
un'educazione cristiana potrebbe ricordare i racconti sulla calma con cui i
primi martiri accoglievano tortura e morte. Anche quando Hamide parla di una
ragazza morta nello sciopero della fame dice: "Ha sorriso fino all'ultimo
momento".
E le fotografie dei 120 giovani che hanno perso la vita lo provano. Nel loro
sguardo non ce né rassegnazione, né paura. La dignità che dimostrano le
vittime suona come l'annuncio di una lontana, ma certa vittoria e mi fanno
capire perché la polizia turca abbia usato i carri armati per attaccare dei
ragazzi. Era sicuramente stata una grande ed inesplicabile paura che li aveva
portati a compiere un gesto così sproporzionato. Chiedo come i giornali
trattino le informazioni di questi avvenimenti e mi viene risposto che le
notizie vengono passate dai mass-media in modo scarno e che solo i giornali di
sinistra riportano per intero gli avvenimenti. Con il risultato che, a parte
l'eco creato dai fogli di alcuni piccoli gruppi della sinistra internazionale,
nella comunità europea le notizie non richiamavano l'attenzione necessaria.
Questo contribuiva ad aumentare il senso di impunità dei torturatori, favoriti
anche da una recente amnistia. Secondo Hamide, nel 1996, durante un iniziale
tentativo di trasferimenti nei carceri "F type", dopo i primi 12
morti, davanti alla reazione della stampa, il governo aveva fermato le
traduzioni forzate ed incominciato a trattare. Poi, in un secondo tempo, il
potere, garantitosi con adeguate pressioni, il silenzio stampa e verificata la
certezza del sonno dell'Europa, aveva ripreso la tragica mattanza senza grossi
fastidi.
. Infine è un cortometraggio, che inizia con l'immagine di un mazzo di tulipani
rossi, ad impressionarmi, esso documenta la storia di alcuni dei giovani uccisi,
ma soprattutto riporta le fotografie dei cadaveri sfigurati dal fosforo bianco,
immagini simili a quelle, sfuggite alla censura americana, provenienti da
Fallujah in Iraq, dopo l'attacco americano del 2004. Nel film, il corpo
martoriato di una ragazza appare completamente divorato dal famigerato prodotto
chimico, pur lasciando tracce dei lineamenti contorti in uno spasimo terribile.
La figura inarcata della giovane, la cui bianca dentatura risalta sul corpo
ridotto a carbone, appare come un vero monumento all'efferatezza di cui è
capace l'uomo. Come se un cervello malato avesse escogitato un modo per
obbligare i poliziotti turchi, con il loro orrendo gesto, a dimenticare di
essere popolo loro stessi, erigendo un muro insormontabile contro il perdono,
per non poter tornare indietro, per cancellare ogni possibilità di pentimento
ed impacciare definitivamente nella condanna i colleghi indecisi che
cominciavano a pensare. Un'azione che stigmatizza l'immagine del poliziotto
sinistro e sonnambulo, occupato a non farsi riconoscere dalle vittime, a
nascondere il proprio indirizzo sotto l'incubo di una inevitabile vendetta, a
vivere dentro costruzioni recintate, molto simili a prigioni, come appartenesse
ad un esercito occupante. Mentre all'opposto i suoi nemici in mezzo al popolo ci
vivono di diritto, partecipando con esso a gioie ed angustie, a soddisfazioni e
difficoltà che si incontrano in una società ingiusta, per riuscire a vivere
dignitosamente.
Chiedo ad Hamide, se l'immagine dei tulipani rossi, posta all'inizio del
documentario, avesse un particolare significato e lei risponde che quelli erano
i fiori che loro portavano sulle tombe dei martiri, un simbolo che la tradizione
legava alle lacrime d'amore.