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       1977

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28 Dicembre 1977

Scoppio al Petrolchimico di Brindisi. 3 morti , 52 feriti gravi...ma poteva essere una strage

8 dicembre 1977

Lo scoppio del reparto P2T del Petrolchimico di Brindisi

3 morti, 52 feriti gravi, ma…poteva essere una strage

  VERSIONE INTEGRALE DEL NOSTRO ARTICOLO  APPARSO IN FORMA PARZIALMENTE RIDOTTA, MA SALVO NEI CONTENUTI, SUL QUOTIDIANO DI PUGLIA, NELLE CRONACHE DI BRINDISI, OGGI 9 DICEMBRE 2010

Quell’8 dicembre del 1977 quando Brindisi corse il rischiò di essere distrutta dal rogo del Petrolchimico….rileggendo le pagine del Quotidiano di 31 anni fa

 

Non è per semplice ritualità ricordare fatti terribili come quello che avvenne l’8 dicembre del 1977,  quando  a Brindisi , a perite in un disastroso incendio , a seguito dello scoppio del reparto di cracking dell’etilene , furono tre operai , mentre 52 furono gravemente feriti e oltre un centinaio furono  gli intossicati tra lavoratori e soccorritori.

Quella pagina di storia industriale brindisina va tenuta ben viva,  come vivi debbono rimanere il ricordo dei nomi dei tre operai caduti sul posto di lavoro,forse in un ultimo disperato tentativo di far intervenire i sistemi di sicurezza.

Si chiamavano Carlo Greco, di Lecce, 47 anni operaio, Giuseppe Marulli 34, di Brindisi, quadrista e  il giovane perito chimico Giovanni Palazzotto, 23 anni di Lecce, assunto da poco .

 I loro nomi son legati ad un fatto che colpì profondamente l’immaginario collettivo di questa città ma molti altri, tanti, troppi rimangono anonimi: operai e impiegati morti in incidenti sul lavoro o avvelenati lentamente da quell’enorme macchina di produzione di morte, ma anche di prodotti del consumismo avanzato che il Petrolchimico di Brindisi.

Ma forse occorrerebbe ricordare anche le enormi conseguenze in impatto ambientale , in avvelenamento delle acque di falda e quelle marine che si perpetrò negli anni d’oro della chimica , dell’avvelenamento dell’aria che coinvolse l’intera popolazione brindisina e dei territori circostanti a causa di quelle torce fumose eternamente accese,  che bruciavano 24 ore su 24  senza fermarsi , scarti di produzione o addirittura tutto ciò che,  prodotto di giorno e impossibilitato a stoccarsi o vendersi, veniva bruciato la notte.

Tutto ciò avveniva sotto gli occhi e il naso di tutti e quindi tutti erano complici e consapevoli che questo era lo scotto da pagare affinché Brindisi, terra felix del vino e dell’olio,  potesse tramutarsi nella capitale della chimica mondiale?

Rileggendo a 31 anni di distanza il paginone che il Quotidiano di Brindisi dedicò a due anni  di distanza dai fatti a quella vicenda ci sarebbe da dire :”- Sì,  ad eccezione dei soliti  estremisti contestatori ( essendo in quei tempi l’ambientalismo ancora in fasce).”-

Nell’ineguagliabile resoconto che Vittorio Bruno Stamerra fece  quel sabato 8 dicembre 1979 , sulle pagine del Quotidiano,  si colgono fatti che oggi sarebbero prove evidenti di quando pericoloso avesse potenzialmente quell’impianto costruito a due passi dalla città.

 Per venire a capo  dell’incendio dovettero intervenire i vigili del fuoco di Brindisi ,Lecce, Taranto, Bari, i marinai del battaglione San Marco, le autopompe della Marina Militare e quelle dell’Aeronautica,  ma che nonostante ciò si rischiò che l’intera città fosse devastata.

Si rischiò infatti  lo scoppio a catena dell’intero complesso del petrolchimico,  quando un momentaneo blackout tecnico bloccò la centrale elettrica che alimentava i sistemi di raffreddamento degli impianti e gas , fumo,  e materiali  che bruciavano con fiamme alte centinaia di metri non ricaddero sulla città solo  grazie alla ,  allora eterna , “tramontana brindisina” , quella che oggi  a causa dei cambiamenti climatici è stata sostituita dallo scirocco, che in analoghe circostanze non ci grazierebbe.

Ma altri fatti  curiosi ma significativi si colgono dal resoconto di Vittorio Bruno.  Quella notte,  accanto a lui vi era il cooordinatore dei servizi di sicurezza della fabbrica, “casualmente” un sindacalista, come sindacalisti furono coloro che corsero in città a far aprire  le saracinesche dei grossisti per acquistare ingenti partite di latte da distribuire ai soccorritori, pompieri, militari, lavoratori accorsi dalle loro case per salvare il proprio posto di lavoro.

 Latte per difendersi ,( oggi sappiamo  inutilmente ),  dagli aggressivi chimici inalati durante le fasi di spegnimento, poiché maschere antigas erano insufficienti, inesistenti o inadeguate, insomma una debacle della sicurezza causata da troppi silenzi preventivi o troppe situazioni di comodo che avevano fatto tutti sperare che in quel Petrolchimico non succedesse mai nulla di eccezionale.

Addirittura,in un  quadro torbido  come raccontava Vittorio, i dirigenti della squadra politica brindisina giunsero ad ipotizzare la possibilità che lo scoppio fosse stato causato da un attentato da parte di qualche gruppo di terroristi in odor di Brigate Rosse, ma fortunatamente nessuno ci credette e sotto sotto, a denti stretti,  operai e sindacalisti gli confessarono che si risparmiava sulle manutenzioni . Cosa che denunciò pubblicamente pochi giorni dopo il giornale  Lotta Continua ( che a Brindisi aveva come leader Michele Boato),  , senza esser mai stata smentita,   pubblicando un dossier di Foro Buonaparte con le nuove disposizioni sulla riduzione dei costi della  manutenzione.

Quell’8 dicembre decretò il declino di un ciclo storico della chimica brindisina ed italiana, ma fu usato anche come arma di ricatto per  un’altra fase complessa della storia della nostra città: quella delle centrali a Carbone.

 

Nella cronaca di quel Quotidiano del 1979 troviamo ciò che racconta Vittorio Bruno:

”… Nel pomeriggio dell’8 dicembre 1977 il presidente della Montedison Giuseppe Medici annunciò:-Nessun operaio perderà il posto e ricostruiremo l’impianto!-“

Un'altra offerta affinché la Montedison non fosse messa sotto accusa, che quei silenzi  complici perdurassero  e che  nessuno mettesse in dubbio la validità delle scelte governative ed industriali dell’epoca.

Sappiamo che furono promesse da marinaio:il reparto non fu ricostruito e a Brindisi la parola cassa integrazione e licenziamenti divennero la costante delle  vicende sindacali e politiche.

 Con questo ricatto si giunse all’arrivo dei padroni del Carbone e dell’Energia e nonostante mobilitazioni ambientaliste e referendum popolari sorse a Sud di Brindisi la  megacentrale di Cerano, con le note vicende delle convenzioni mancate o disattese.

Oggi 8 dicembre 2010  possiamo attenderci finalmente che una nuova convenzione possa  ristabilire un equo scambio tra esigenze occupazionali e  qualità della vita della popolazione brindisina e limitrofa? Possiamo sperare che le inchieste della magistratura riescano a far piegare le esigenze del profitto e della ricerca dell’abbassamento dei costi ai danni che certe lavorazioni industriali producono su di noi e le nostre generazioni future? O al contrario prevarranno le motivazioni con le quali si continua a ipotizzare,a  poca distanza dai luoghi di quel disastro,  uno dei più grandi rigassificatori d’Europa, mentre ancor oggi quelle torce fumanti regalano spettacoli luminosi, ma non solo,  alla città nonostante inchieste giudiziare,  sequestri e richieste di adeguamento agli standard ambientali?

 

ANTONIO CAMUSO

Archivio Storico Benedetto Petrone

Brindisi 8 dicembre 2010

 

A distanza di 33 anni  a ricordare quei terribili momenti che visse la città sono ancora in tanti  poiché in quell’occasione l’intera città capì di essere seduta su una polveriera  e che solo il caso e il coraggio di anonimi lavoratori e soccorritori permise che la tragedia non coinvolgesse con un’ecatombe l’intera città.

 Quel complesso industriale sorto a finire degli anni 50 , dove vi erano saline, vigneti e carciofeti e che aveva dato lavoro a migliaia di lavoratori, trasformando Brindisi nella capitale della chimica moderna,  divenne nella notte dell’8 dicembre 1977,  in pochi secondi,  un mostro che sputava lingue di fuoco alte centinaia di metri e  scoppi tali da sfondare le vetrine di case e negozi  al centro di Brindisi distanti dall’epicentro di quel vulcano qualche chilometro. Le trentamila persone che seguirono i funerali dei tre operai morti testimoniano come quel fatto scosse profondamente la città …scampati dallo scoppio ora ci si domandava:-"ora come faremo senza la Montedison?"-

Dal suo presidente Medici giunsero parole rassicuranti, dai politici un coro di consensi a lasciare mano libera  ai padroni  e burattinai di Foro Bonaparte e di Roma. Poi invece giunse la crisi della chimica, le casse integrazioni,  i licenziamenti ed infine il ricatto dei nuovi padroni,  quelli dell’Energia e del Carbone… e giunsero le centrali , le megacentrali come quella di Cerano a sud di Brindisi che  incominciò a macinare milioni di tonnellate di carbone l’anno.

 E la città   si tinse di nero,  come il carbone,  vendendo la propria anima, e il futuro nell’illusione di una nuova rinascita,  come quando giunse la Montedison a Brindisi  negli anni d’oro, gli anni 60, con i supermercati, la Standa , l’Upim, la Rinascente che sorgevano come funghi e la gente che correva a riempire le proprie case di oggetti di plastica , mangiando i pelati inscatolati chissaddove, il pesce congelato secoli prima e bevendo intrugli dai nomi esotici e colmi di zucchero che ti spaccavano i denti,in una città che viveva di artigianato, di esportazione di vino e uva e olio  e in cui nella tavola quotidiana, anche del più umile lavoratore  i pomodori più belli del mondo,   meloni saraceni insuperabili, il pesce , le cozze, i frutti di mare  pescati nelle acque della città erano presenti come companatico.

Vogliamo ricordare i nomi dei tre operai morti Carlo Greco, di Lecce, 47 anni operaio, Giuseppe Marulli 34, di Brindisi, quadrista e  il giovane perito chimico Giovanni Palazzotto, 23 anni di Lecce, assunto da poco, ma anche della strage continua che a causa di veleni o incidenti si ebbe in città e di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. Di tutto ciò che concerne quei fatti  e reperito tra i nostri materiali di archivio lo metteremo sul nostri sito sperando che esso possa servire da spunto e monito a chi oggi vorrebbe riprendere l’idea di piazzare altri impianti come il rigassificatore della LNG a poca distanza dai luoghi di quel disastro.

Ma inseriremo presto anche qualcosa di inedito  , ovvero i racconti,  le interviste di chi quella notte c’era , chi accorse in mezzo ai piazzali, alla ricerca dei colleghi dispersi e si aggirò  sconvolto in quella palazzina della Direzione devastata dallo scoppio,  e che la faceva sembrare l’ambasciata americana di Beirut dopo l’attacco dei Kamikaze.

Archivio storico Benedetto Petrone

Brindisi 8 dicembre 2010 , per non dimenticare

 

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